La Presidenza del Consiglio all’Italia

La delicata partita europeista e le riforme costituzionali su cui fare molta attenzione

Inizia oggi il periodo di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea. Si tratta, fin dal Trattato di Roma del 1957, di un incarico di sei mesi che avviene a rotazione fra gli Stati membri. La novità, con il Trattato di Lisbona e dunque dal 2009, è che chi ottiene la Presidenza non ha più il Presidente, ma esiste una responsabilità collegiale del Governo “incaricato”, visto che è stato creato un Presidente stabile (da allora sino ad oggi è stata quella figura piuttosto grigia del belga Herman Van Rompuy) e questo ha di fatto affievolito il “peso” rispetto alla situazione precedente per lo Stato chiamato ad occuparsi di un semestre.

Da almeno un anno, si agita nella politica italiana questo periodo di routine, che l’Italia ha già ricoperto per dieci volte, come qualche cosa di importantissimo e persino, in certe venature, ad esempio per scongiurare le elezioni anticipate sin dall’inizio della Legislatura, di decisivo. Spiace osservare che così non è, anche se è facile constatare come ci sia stato un uso strumentale dell’appuntamento per chi mirava sin da subito – in assenza di una maggioranza stabile che potesse governare l’Italia – alla formula che va tanto di moda (che penso passeggera) delle “larghe intese”.

Ma torniamo all’Europa. Non commenterò l’esito del recente Consiglio europeo di Ypres in Belgio (scelto per ricordare il secolo trascorso dalla Prima Guerra mondiale, perché su quel fronte venne usato per la prima volta nel 1917 il terribile gas diclorodietilsolfuro, da allora noto come “iprite”) sotto il profilo dell’esito ottenuto dal nostro Premier Matteo Renzi. In sostanza Renzi ha votato il “veterano” europeista, il lussemburghese popolare Jean-Claude Juncker (candidato di Angela Merkel, mentre una vera svolta sarebbe stata con Michel Barnier) come Presidente della Commissione europea, in cambio di un meccanismo di flessibilità nel controllo della spesa pubblica (dal patto di stabilità al Fiscal Compact), di cui potranno godere i Paesi che faranno delle riforme. Non ci entro nel senso che basta leggere i giornali per capire che c’è chi sostiene che Renzi ha vinto una battaglia importante per l’Italia e chi nega la bontà del risultato ottenuto.

Semmai vorrei dire che bisognerebbe capire che cosa in Europa si possa intendere per “riforme”, quelle in sostanza che dovrebbero consentire quella flessibilità che innescherebbe anche l’agognata crescita. Renzi vuol portare a casa la riforma del Senato e la collegata revisione della riforma del 2001 del Titolo V della Costituzione sul regionalismo, rimettendo in capo allo Stato molte materie e soprattutto con meccanismi più occhiuti di controllo sull’autonomia regionale. Sul primo punto al Senato si è iniziato a votare e poi il passaggio in aula non sarà politicamente banale, perché – ovvio paradosso – toccherà proprio all’Assemblea di Palazzo Madama decidere sul proprio futuro. Nei testi che si prospettano si va da una sua fine ingloriosa a un mantenimento con un minimo di dignità. Ha ragione chi – lo ha fatto bene la giornalista Lucia Annunziata – ha scritto che in Europa di come l’Italia organizzerà il suo bicameralismo non gli e ne importa un fico secco. Non solo. Neppure la peggiore e più invasiva delle azioni europeistiche violerebbe, nella logica della tutela del principio di sussidiarietà, il caposaldo di un ordinamento costituzionale autonomo di cui ciascun Paese membro resta il solo responsabile. Un intervento europeo varrebbe solo se un Paese membro impazzisse e violasse nella sua azione di governo elementari principi di democrazia. Ma non è il caso, anche se – nel suo articolo domenicale – Eugenio Scalfari su “Repubblica” si scaglia contro i rischi, anche di involuzione democratica, se si andasse di fatto ad una formula in Italia di monocameralismo, che potrebbe strizzare l’occhio a logiche di potere molto accentrato e personalistico. Scalfari, ma lo dico per inciso, segnala anche l’inutilità per l’Italia di ottenere il ruolo di Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione europea.

Torno, per finire, al punto riguardante le riforme: interessante, anche se se ne parla meno, è capire quanto l’Europa possa essere interessata ad un forte ridimensionamento del regionalismo in Italia. Vale la risposta di prima. Sono fatti dell’Italia e non dell’Europa. Ma questo permette due osservazioni suppletive. Un processo centralistico e di rinazionalizzazione dei poteri e competenze sarebbe in assoluta controtendenza con quanto sta accadendo in Europa. In secondo luogo, la crescita della spesa pubblica in Italia, ancora nell’ultimo periodo, non è – dati alla mano – ascrivibile alle Regioni, che hanno fatto molti sacrifici, ma a quello Stato che ora vorrebbe più potere, malgrado si sia dimostrato il più spendaccione.

Sono elementi di riflessione e resta anche, nei voti in Senato dei prossimi giorni, da capire bene che fine faranno le autonomie speciali. Alle promesse devono seguire, attraverso le norme costituzionali novellate, i fatti.
A meno che non ci sia una volontà celata di elezioni anticipate.

Luciano Caveri