In politica si guarda la luna, non il dito

D’estate, anche se questa estate valdostana è stata sinora avversata dal maltempo, capita più che in altre stagioni di incontrare le persone più disparate. Ed è legittimo che, in una Valle appassionata di politica, si finisca per parlare di quanto è capitato in Regione e sullo stato della situazione.

Mi capita così di dover usare una nota citazione: “Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito”. È questo un proverbio cinese, che mira a dimostrare come si debba guardare al contenuto vero delle cose, sfuggendo alle apparenze o alla letture maliziose  della realtà. Troppo spesso in politica si tende a creare scenari artificiosi a proprio uso, specie se si deve fare in modo di distrarre l’opinione pubblica dalla serietà dei problemi indicati da questo famoso dito. Per cui si scelgono elementi utili come diversivo.
Questa storia ha in Valle d’Aosta una chiarezza esemplare. La Legislatura regionale in corso nasce sotto il segno di una difficoltà per la maggioranza di governare per un esito delle urne che assegna 18 seggi alla maggioranza e 17 alla minoranza. Situazione che si incrina a marzo, quando vengono a mancare i 18, che si ricompattano poche settimane fa attraverso un rimpasto “pacificatore”. Come diceva la canzonetta napoletana:

chi ha avuto, ha avuto, ha avuto
chi ha dato, ha dato, ha dato,
scurdammoce ‘o passato


Il paradosso sta nel fatto che questi avvenimenti – cagionati da franchi tiratori e dai cosiddetti “responsabili”, che a un certo punto preparavano una “rottura”‘con il Governo regionale per poi alla fine tornare, soddisfatti o obbedienti, nei ranghi – vengono alla fine letti come se fosse l’opposizione “ad aver fatto perdere tempo”. Ovviamente una tesi speciosa e propagandistica, che fa leva su aspetti fantasiosi e scarsa conoscenza dei fatti, che viene “venduta” alla parte meno avveduta dell’opinione pubblica e qui tocca evocare il famoso dito del proverbio cinese. Oggi, infatti, c’è da chiedersi se questa lettura politica del “crucifige” verso la minoranza perdigiorno non sia una scelta ad effetto che mira a nascondere il vero oggetto di interesse: la luna.

Quale sia la luna è presto detto, perché mi riferisco alla miriade di problemi che si affollano, irrisolti o male affrontati. Su questo è bene discutere e non sul giochino fra guelfi e ghibellini, fra prorollandin e antirollandin: questo buttare tutto in battaglie di potere e sottogoverno o in rivalità personali o di clan finisce in sostanza – con responsabilità per chi ci gioca  – per svilire la politica, trasformando tutto in rissa.

Il gioco, però, non è solo rozzo come sembra, perché prevede in realtà una qualche sottigliezza. Tende a dimostrare che lo status quo è l’unico a dare sicurezza, della serie che “si sa che cosa lasci ma non si sa che cosa si trovi”. Questa logica del presunto “horror vacui” fa sorridere, perché del tutto infondata. In democrazia il cambiamento e l’alternanza non sono una patologia, ma segno di buona salute.

E lo è anche indicare problemi e priorità, specie quando cresce la consapevolezza di una macchina amministrativa paralizzata e di una politica che non segue più gli avvenimenti. Il De Profundis – il salmo penitenziale che si recita per i defunti – in politica non è consolatorio.

Luciano Caveri