A Chivasso, 70 anni fa

La celebre Dichiarazione

Il rimpianto Gustavo Buratti (Tavo Burat), intelligente ed eccentrico federalista piemontese, esperto enciclopedico delle minoranze linguistiche, ha scritto - una quindicina di anni fa - un articolo molto ricco di notizie per l'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli sulla Dichiarazione di Chivasso, adottata settant'anni fa come oggi. Così raccontava: "Il 19 dicembre 1943 a Chivasso si svolse un convegno clandestino per fare il punto sulle proposte della Resistenza sulle autonomie alpine. Si scelse Chivasso perché a metà strada per coloro che provenivano dalle valli valdesi (Pinerolese) e per i valdostani, e perché c'era la casa del geometra Edoardo Pons (egli pure valdese), zio della moglie di uno dei convenuti, Giorgio Peyronel. Il geometra Pons non conosceva la vera ragione di quell'incontro, che non gli venne rivelata, soprattutto per la sua sicurezza. Ufficialmente la riunione doveva apparire dovuta alla stesura di un atto notarile davanti ad un notaio (il valdostano dottor Émile Chanoux), con la collaborazione tecnica di un geometra. Come sottolineano infatti Peyronel e Osvaldo Coïsson, in quei momenti qualsiasi riunione di più persone era sospetta ed era regola fondamentale avere sempre una motivazione ineccepibile da presentare anche alla gente comune. I vari gruppi della Resistenza avevano autonomamente elaborato alcuni documenti che andavano confrontati. Coïsson ricorda che Rollier era arrivato da Milano con i suoi testi da dibattere che estrasse dai calzini; e che egli stesso, rientrando, usò il medesimo sistema per evitare seri guai in caso di perquisizione da parte della polizia". Spiega poi Burat: "A quell'incontro parteciparono dalla Valle d'Aosta il notaio Émile Chanoux - che pochi mesi dopo morirà nel carcere fascista - e l'avvocato Ernest Page; mentre il professore Federico Chabod, dell'Università di Milano, aveva inviato un suo documento, e un altro valdostano, Lino Binel, molto interessato a quella tematica, non era potuto venire perché in carcere; per le valli valdesi erano presenti Osvaldo Coïsson e Gustavo Malan, venuti da Torre Pellice, ed i professori Giorgio Peyronel e Marco Alberto Rollier, rispettivamente dell'Università e del Politecnico di Milano". Sia Malan che Coïsson, con cui ho parlato molte volte, mi hanno confermato - ma non ne so di più - di un ruolo di collegamento fra valdostani e valdesi, dovuto a legami di amicizia della mia famiglia. Osserva ancora Burat: "La "Dichiarazione di Chivasso" è una pietra miliare nella storia dell'idea federalista italiana, così come il "Manifesto" redatto in quel medesimo 1943 da un gruppo di uomini politici antifascisti confinati a Ventotene (tra i più autorevoli, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli), con il quale nacque il Movimento federalista europeo, che ebbe, già nella Resistenza, il suo organo a Milano nella rivista clandestina "L'unità europea". Le tesi di Chivasso furono rielaborate da Émile Chanoux nel saggio "Federalismo e autonomie", uscito clandestino nel 1944 nella serie "Quaderni dell'Italia Libera" del Partito d'azione"". Nei testi preparatori e nella Carta vera e propria c'è il federalismo, l'autonomismo, i problemi delle minoranze linguistiche e della montagna, l'identità alpina e il respiro europeista. È un documento da rileggere, persino profetico in certi passaggi. Non bisogna farne la caricatura o piegarlo alla retorica, specie da parte di chi anche da noi ne esalta i valori per poi calpestarli, ma sapere che quel passaggio storico - in un momento terribile e buio della storia contemporanea - ha valore se non è una carta da museo, ma è un elemento ispiratore per il federalismo di oggi. Anche in Valle d'Aosta: per fare di certe pagine il lievito per il pane fresco di oggi.

Gli Ignavi

troppo facile dire che è colpa solo di Cesare

Ho sempre amato Dante, merito di mio padre con il quale spesso ci ritrovavamo a leggere passi dell'ardita passeggiata del poeta negli Inferi. Alla luce della maratona di Consiglio una in modo particolare è la tipologia di dannati che mi torna in mente. Gli ignavi, quelle anime tristi che vissero "sanza 'nfamia e sanza lodo", anime che in vita non operarono né il bene né il male per una mera scelta di vigliaccheria. Questi dannati, per i quali non c'è posto nemmeno negli Inferi, per la legge del contrappasso, sono condannati per l'eternità ad inseguire un'insegna militare, correndo nudi, tormentati da vespe e mosconi che rigano di sangue il loro corpo mentre ai loro piedi un tappeto di vermi si nutrono delle loro lacrime miste al sangue. Riporta Dante "loro che mai non fur vivi"! Il paragone mi sembra davvero azzeccato per i consiglieri di maggioranza che nonostante gli appelli da parte delle forze di opposizione ad utilizzare la ragione e la coscienza nell'esaminare le proposte portate in aula, non hanno osato lavorare per il bene della comunità. Perché se non è per mancanza di coraggio e per incapacità di scegliere il bene, non si capisce davvero il motivo per cui le sensate proposte delle forze oggi in minoranza non sono state accettate dai consiglieri di UV e Stella Alpina. Proposte che avrebbero diminuito i famigerati costi della politica attraverso la riduzione degli emolumenti ai consiglieri o ancora garantito il ripristino della gratuità su trasporti pubblici. E che dire delle richieste di un maggior controllo e più trasparenza nell'attività delle Partecipate, concorsi e forniture compresi. E aggiungo ancora la richiesta per un maggiore impegno per l'occupazione oltre alla proposta di aiutare diversi settori del bilancio regionale evitando in questo momento l'inutile costruzione di archivi all'aereoporto. Tanto per citare alcuni esempi. Paura? Timore? Pressioni? Troppo facile trovare la risposta nelle colpe di qualcun altro o nella sorda mancanza di dialogo, troppo facile dire che è colpa solo di Cesare. È colpa di tutti, di tutta la maggioranza, nessuno escluso, se questo bilancio peserà sulle spalle dei valdostani in termini di tagli ai servizi e di una totale mancanza di prospettive per il futuro. Poco da aggiungere. Riprendendo Dante peggio degli ignavi, ci sono i traditori della patria.

Alessia Favre


La storia di Primo Levi

Per non dimenticare

Ai ragazzini di "Casa Pound" con simboli ben riferibili al fascismo, nella piazza davanti alla Regione dedicata al grande Albert Deffeyes, vorrei ricordare di Primo Levi e la Valle d'Aosta, Settant'anni fa... Inviato da luciano Gio, 12/12/2013 - 06:39. Yves Francisco, che è stato partigiano, è oggi un arzillo novantenne. Da ragazzo fu testimone di un arresto importante, avvenuto settant'anni fa come domani, 13 dicembre, e me lo ha raccontato più di una volta. È una testimonianza di chi ha visto l'incrociarsi della storia personale con la grande Storia di Primo Levi, divenuto poi testimone e impareggiabile narratore del dramma della Shoah, morto suicida nell'aprile del 1987. Esemplare è ricordare oggi una sua speranza: "In questa nostra epoca fragorosa e cartacea, piena di propaganda aperta e di suggestioni occulte, di retorica macchinale, di compromessi, di scandali e di stanchezza, la voce della verità, anziché perdersi, acquista un timbro nuovo, un risalto più nitido" Ma torniamo al suo arresto. "Quella notte ho sentito dei cani ululare e mi sono alzata una volta o due: perché questi cani ululavano nella valle? Poi ho sentito dei rumori. Siccome avevo in tasca dei foglietti del Partito d’azione Giustizia e libertà, sono corsa in un bagno per buttarli via e ho visto che la casa era circondata ormai dai fascisti... Quando ci hanno preso, abbiamo detto "non siamo partigiani", perché all’inizio di quel mese era uscita la legge che condannava i partigiani a essere passati per le armi subito». È la psicoanalista Luciana Nissim Momigliano che ha lasciato questo ricordo del 13 dicembre 1943, quando a causa di una spia fu fatta prigioniera in un alberghetto della zia di Francisco, situato al Col de Joux, esattamente nel villaggio di Amay di Saint-Vincent, insieme con altri quattro antifascisti ebrei: Primo Levi, Vanda Maestro, Guido Bachi, Aldo Piacenza. Primo Levi comincio da lì, con la breve esperienza in una scalcinata e presto scoperta banda partigiana, la sua avventura, che ne fece una delle voci più chiare, attraverso i suoi libri, delle tragedie dell'Olocausto. Dopo l'interrogatorio nella caserma Cesare Battisti ad Aosta, venne trasferito nel campo di transito di Fossoli a Carpi in provincia di Modena. Il 22 febbraio 1944, Levi ed altri 650 ebrei vengono stipati su un treno merci e destinati al campo di concentramento di Auschwitz in Polonia. Levi fu qui registrato (con il numero 174 517) e subito condotto al campo di Buna-Monowitz, allora conosciuto come Auschwitz III, dove rimase fino alla liberazione avvenuta da parte dell'Armata Rossa. Fu uno dei venti sopravvissuti di quelli che erano arrivati con lui al campo di sterminio. Questo periodo della sua vita è stato al centro dei suoi libri e della sua stessa esistenza, finita - non a caso - nel gesto estremo di un volo nella tromba delle scale, come inseguito da fantasmi dell'orrore del ricordo. In questo mesi, per un libro di Sergio Luzzato, si è detto che uno di questi fantasmi sarebbe stato l'uccisione, con un'esecuzione avvenuta tre giorni prima del suo arresto, di due giovani partigiani, accusati di aver rubato dei beni agli agricoltori della zona. Yves Burgay nega che Levi fosse là quando il fatto avvenne. Ma, in fondo, comunque sia, non cambia la sostanza delle cose, in un'epoca in cui il dolore e la violenza erano compagni di strada. Anche per chi combatteva dalla parte giusta. Per i ragazzini che, anche in Valle d'Aosta - come dicevo all'inizio giocano - con il neofascismo, come fa una parte di quelli dei "Forconi", basti questo pensiero di Levi: "Ogni tempo ha il suo fascismo. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando e distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti sottili modi la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine". È bene rifletterci e studiare la storia.

Il patriottismo costituzionale

Un valore comune

“Autonomia speciale valore comune”. In un’espressione del genere mi riconosco. Da tempo sostengo la tesi del “patriottismo costituzionale” alla Jürgen Habermas. La sostanza è questa: ci sono molte ragioni che possono portare a riconoscersi nelle idee e nei valori che fondano la comunità valdostana, intesi – se si vuole – come elementi prepolitici che creano il carattere specifico di una comunità. E il termine Comunità è oggi molto discusso, visto che spesso si parla del pensiero federalista e riformistico di Adriano Olivetti, sviluppatosi a due passi da noi, ad Ivrea. Olivetti diceva e io ci vedo proprio la nostra Valle: «La nostra Comunità dovrà essere concreta, visibile, tangibile, una Comunità né troppo grande né troppo piccola, territorialmente definita, dotata di vasti poteri, che dia a tutte le attività quell'indispensabile coordinamento, quell'efficienza, quel rispetto della personalità umana, della cultura e dell'arte che la civiltà dell'uomo ha realizzato nei suoi luoghi migliori. Una comunità troppo piccola è incapace di permettere uno sviluppo sufficiente dell'uomo e della comunità stessa; all'opposto, le grandi metropoli nelle forme concentrate e monopolistiche atomizzano l'uomo e lo depersonalizzano: fra le due si trova l'optimum». Tornando al “patriottismo costituzionale”, non essendoci in Valle, per fortuna, un “pensiero unico”, resta evidente che un collante forte dovrebbe ruotare attorno allo Statuto speciale. Lo Statuto non è solo la carta e i caratteri tipografici con cui è scritto: negli articoli si ritrovano le ragioni del nostro particolarismo. Mi riconosco nel grande Montesquieu e nel suo approccio verso la legge: « Les lois, dans la signification la plus étendue, sont les rapports nécessaires qui dérivent de la nature des choses ». Se si scorre lo Statuto, ci si accorge appunto di quanto le scelte effettuate alla Costituente, pur deludenti per gran parte dei valdostani a causa della limitatezza di poteri e competenze previsti, ben lontani da un assetto federalista, ci si accorge di come – aggiungendo le modifiche statutarie apportate nei decenni passati – le norme si sforzino di adeguarsi al popolo valdostano e al territorio della Valle. In una logica, beninteso, di “autonomia dinamica” che, in positivo (ad esempio con le norme d’attuazione) e in negativo (quando normativa nazionale o europea “invade” spazi di potestà regionale), fa sì che la nostra Costituzione regionale viva nel tempo attuale e dunque modifichi la ratio delle sue norme a seconda del momento in cui si opera e del contesto in cui gli articoli dello Statuto si inseriscono. Dunque la logica dello Statuto come “idem sentire”, che consenta anche all’ultimo venuto, ancora digiuno delle ragioni storiche e culturali a fondamento dell’autonomia, di avere un elemento aggregatore di immediata riconoscibilità di un cemento nel quale riconoscersi. Questo non significa affatto astrarsi da un giudizio su come lo Statuto venga applicato non in un’autonomia teorica, ma nella quotidiana azione amministrativa e nel suo fondamento politico. Ciò significa che non esiste uno spazio non soggetto a critica, nel nostro dibattito interno, che consenta a chicchessia una specie di lasciapassare nel nome dell’autonomia. Quando mi è capitato di segnalare elementi di grave distorsione del nostro sistema istituzionale, specie con il crescente stravolgimento del ruolo e della figura del Presidente della Regione, interpretato oggi in una logica cesaristica che viola principi di democrazia rappresentativa e parlamentare, non lo faccio per ripicca o frustrazione. Lo faccio perché questo è un elemento a difesa della nostra autonomia valdostana, che deve avere gli anticorpi che vaccinino l’ordinamento valdostano dal rischio, talvolta ormai realtà, di uno stravolgimento del nostro sistema istituzionale. Se bisogna, sempre e comunque, non “buttare via l’acqua sporca con il bambino” non si può pensare, invece, di accettare che l’acqua resti sporca e torbida, perché sarebbe davvero un tradimento del “patriottismo costituzionale”.

Guardare gli altri

Ma pensando a noi

Mi piace dell'UVP il clima di generale serenità che si respira, senza certi unanimismi che sono il contrario della democrazia. Silenzio e democrazia non vanno d'accordo fra loro e non a caso le assise democratiche si chiamano "parlamenti" e chi tace rinuncia ad un suo ruolo. La politica, per fortuna, è fatta anche da rapporti umani sia che si militi nello stesso schieramento, ma dovrebbe valere anche se non si è dalla stessa parte. Mi attengo a questa regola, pur comprendendo l'imbarazzo di chi non regge la reciprocità e cede alla trasformazione di un fu amico in nemico. Ma le eccezioni ci sono: incontro un amico di quelli della "battaglia interna" nell'Union Valdôtaine. Fra di noi ci parliamo, pur con qualche cautela nelle location degli incontri. Ci sono passato: finire nel libro nero è un'esperienza spiacevole, soprattutto perché non ti arriva mai a casa una notifica del fatto e la circostanza viene sempre negata da chi ha operato l'ukase (nell'antica Russia, fino al XIX secolo, editto o decreto imperiale, tipica espressione e strumento del dispotismo zarista). Il mio amico è arrabbiato nero per le nomine all'unanimità nel Comité fédéral, raccontandomi i retroscena delle scelte e delle assenze. Ascolto, divertito perché non mi tange, anche se i "dietro le quinte" mi sono sempre piaciuti, perché mettono sale sulle notizie ufficiali, che sono insapori per natura. Nelle quattro chiacchiere fatte, finisce poi quasi per rimproverarmi, dicendomi: "ma anche tu ultimamente non picchi più duro!". Mi sento per un attimo un mollaccione, che avrebbe perso la verve che sperava di avere e dunque come non chiedersi: "specchio, specchio delle mie brame, chi è il più fiacco del reame?". Visto che lo specchio è mio, smentisce recisamente! Caspita, l'occasione è davvero propizia per un ragionamento. Cosa capiti nell'Union Valdôtaine è un problema per chi è iscritto o simpatizzi per il Mouvement. Una critica "esterna", in questa fase, che non è più - per così dire - di transizione, non avrebbe senso. Chi mi conosce sa quanto sia stato difficile e doloroso per me lasciare il Mouvement per ragioni personali e familiari. Ma, quando si sceglie una strada nuova, bisogna poi percorrerla, fatto salvo il fatto comprensibile di un'elaborazione del lutto. Un processo mica da ridere, ma che ha un salvifico punto d'arrivo, che è liberatorio. Per cui, oggi potrebbero mettere in un organo di qualunque partito il Mostro di Firenze o Messalina e non sarebbero fatti miei, almeno da esplicitare qui. Anche perché la figura dell'ex - in amore, così come in politica - che continua ad impicciarsi di fatti che non lo devono riguardare sarebbe del tutto patetico. Per altro l'ex non può avere un ruolo di supplenza verso chi dovrebbe indignarsi in proprio e fare la celebre "battaglia interna". Ognuno risponde dei propri comportamenti. Aveva ragione Indro Montanelli, quando scriveva: "L'unico incoraggiamento che posso dare ai giovani, e che regolarmente gli do, è questo: «Battetevi sempre per le cose in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Una sola potete vincerne: quella che s'ingaggia ogni mattina, quando ci si fa la barba, davanti allo specchio. Se vi ci potete guardare senza arrossire, contentatevi»". Che i più giovani che ci sono fra di noi segnino questa frase. Avere il coraggio delle proprie idee è una scelta importante.

27/11/2012 : le mie dimissioni

Riflessioni ad un anno di distanza

Esattamente un anno fa rassegnavo le dimissioni da Assessore all’Istruzione e Cultura della Regione autonoma Valle d’Aosta. Il 27 novembre 2012, infatti, comunicavo la mia decisione al Presidente della Regione, a seguito della nota vicenda del referendum sul pirogassificatore, e dopo un lungo periodo caratterizzato da una gestione, da contenuti e da metodi che non condividevo, ai quali mi ero opposto e con i quali mi ero scontrato da tempo. Metodi e scelte, tra l'altro, in totale contraddizione con i principi e i valori unionisti, che mi animano da sempre. Principi e valori, troppo spesso ridotti, purtroppo, a pura teoria, e quotidianamente disattesi, nelle azioni concrete, in nome di altre priorità, non sempre riconducibili al bene della comunità. Una deriva amministrativa e politica, assieme a visioni ormai divenute incompatibili con chi incarna il potere in Valle, da quasi 40 anni e che, con altri, abbiamo denunciato per mesi. Dapprima, dall'interno, con tutte le nostre forze, proprio in nome della tanto declamata “battaglia interna”, per evitare che questa deriva si compiesse, ma contro la quale, abbiamo lottato invano. Una battaglia, infatti, che una gestione verticistica, d’imposizione unilaterale e irrispettosa delle differenze e del pluralismo, ha resa praticamente impossibile. Come peraltro viene dimostrato ogni giorno da chi ha deciso di continuare a seguire questa strada della lotta dall'interno - e la cui voce, a dire il vero, non abbiamo ancora tanto sentito. Vicende dolorose e difficili, che ci hanno allontanati, a malincuore, dal Movimento nel quale avevamo militato da sempre e che ci hanno fatto abbandonare il sistema, ormai degenerato. Su tutte, alcune questioni, come l’accordo con il PDL, o la visione totalmente diversa sullo smantellamento del sistema degli enti locali, assieme alla gestione inadeguata della crisi e del bilancio, che oggi sta, tra l'altro, emergendo. O il desolante e graduale impossessarsi, da parte di qualcuno, del Movimento, patrimonio di tanti, utilizzandolo per raggiungere i propri scopi personali e per giustificare scelte scellerate. Tutto questo, accanto all’occupazione delle Istituzioni e di ogni spazio di democrazia - il metodo di scelta di Emily Rini e Salvatore Agostino ne fu un esempio - annullando le più elementari regole di libertà, o la gestione delle partecipate, in un disegno funzionale al raggiungimento di interessi puramente personali o affaristici, e finalizzati esclusivamente al mantenimento del potere. Ad un anno da queste scelte guardo con orgoglio a quanto è successo. E questo, mentre ogni giorno i limiti del sistema stanno emergendo, portando alla luce la realtà dei fatti da noi denunciata, in un momento in cui si parla di presenza dell' 'Ndrangheta nella nostra Regione e di indagini ad esse collegate, che toccano i vertici delle Istituzioni. Ad un anno da questa scelta importante, che innescò altri significativi passaggi politici, come la nascita dell’UVP, dove riportare ideali e valori, spesso dissipati e violati, è con soddisfazione che penso a quanto accaduto. Un anno di scelte coraggiose, rinunciando alla strada più semplice e comoda, che garantiva carriera e certezze - e che spesso in politica sopisce le coscienze - in nome dei principi e dei valori nei quali credo. Un anno di scelte per ribadire di non essere disposto a compromessi o poltrone in cambio delle mie idee o della rinuncia alle cose in cui credo. Un anno di scelte che mi hanno ridato la voglia di lottare per un ideale e la speranza del cambiamento che la nostra Valle merita e di cui ha bisogno, per darle rilancio e farle ritrovare dignità. Tutto questo in nome dell'amore che nutro per questa nostra terra e per questa nostra comunità.

Laurent Viérin

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(...segue testo originale della lettera  inviata al Presidente)

Caro Presidente,

Nel corso di questi anni alla guida dell’Assessorato Istruzione e Cultura e nella mia più che ventennale militanza nella Jeunesse e nel Mouvement, ho sempre creduto nel dialogo e mi sono speso con tutte le mie energie per favorirlo ed operare per la convivenza, nelle istituzioni e nel Mouvement, delle diverse sensibilità e punti di vista presenti. Pur non condividendo totalmente diversi passaggi politici fondamentali e amministrativi dell’ultima legislatura, e pur avendo espresso, anche nel voto, questa mia contrarietà in molte occasioni, ho sempre cercato di portare avanti le decisioni assunte con senso di responsabilità e profondo rispetto per le istituzioni che rappresento. Decisioni che non ho sempre condiviso, ma rispettato, pur essendo in contrasto talvolta con i miei ideali, e che sono andate dall’allargamento della maggioranza regionalista, votata dai valdostani nel 2008, al PDL, che si è rivelato in tutto il suo impatto già nelle scelte politiche per le elezioni Europee e comunali aostane, che poi ha influito su tutte le scelte della Regione, e che avrà conseguenze anche sulle prossime elezioni Politiche e Regionali, fino al metodo con cui si è arrivati alla definizione del bilancio 2013/2015. Negli ultimi tempi però questo dialogo, cui ho sempre creduto, non solo è venuto totalmente a mancare, ma ha portato a scelte imposte e di vertice, su passaggi che ritengo cruciali : metodo di nomina del Presidente e del Segretario del Consiglio Valle, massima assemblea che rappresenta tutti gli eletti, riforma degli Enti Locali, di cui non si è ancora oggi a conoscenza di tutti i contenuti, scelta del non voto, non sottoposta alla discussione in seno al Conseil fédéral, e successiva perdita del referendum, che oggi mi ha portato ad una sorta di messa sul banco degli imputati. In ultimo, ma solo in ordine di tempo e non di importanza, mi sono state rivolte, in sede di analisi politica del voto, accuse di non governo del mondo della scuola, e sono state rivolte pesanti e generalizzate accuse al mondo scolastico, in merito alla professionalità dei docenti e alle loro presunte ingerenze politiche, a senso unico, nella campagna referendaria. Queste accuse sono per me inaccettabili poiché ritengo che il mio ruolo istituzionale sia quello di valorizzare la funzione e difendere l’autonomia della scuola. Sono ritenuto quindi tra i principali “colpevoli” dell’esito referendario, non “ubbidiente” alle indicazioni impartite, perciò profondamente in contraddizione con la campagna portata avanti dal Mouvement e dal Governo regionale, quindi incoerente con la carica che ricopro. Ritenendo di essere, invece, persona che dà grande valore alla coerenza, soprattutto con se stessi, in questo momento, e lo dico con profonda amarezza, ritengo non ci siano più le condizioni nel permanere nel governo regionale proprio in nome di quella coerenza da tutti invocata. Rassegno quindi, nelle mani del Presidente della Regione, le mie dimissioni da Assessore all’Istruzione e Cultura della Regione autonoma Valle d’Aosta.

Cordialmente

L'Assessore

Laurent Viérin

Aosta , 27 novembre 2012


Natale più grigio

Per una crisi senza svolta

C'e stato un momento in cui il Natale - nel suo contenuto commerciale - era diventato vittima di una specie di rincorsa impazzita. Si incominciava sempre prima il punto di avvio, scandendo un conto alla rovescia che finiva per essere quasi ridicolo e segno di un rampantismo consumistico persino grottesco. Quest'anno noto, invece, che una patina di grigiore avvolge tutto, quando ormai siamo ad un mese dal culmine dei festeggiamenti. È l'aria dell'epoca più di quanto possano mostrarlo cifre e statistiche della famosa e ancora ben presente crisi, giunta purtroppo al suo quinto Natale. Questa cappa di pessimismo e preoccupazione non incide - intendiamoci bene - solo su aspetti esteriori, dalle luminarie agli addobbi, dalle scelte nei consumi alla pubblicità calante, ma è in qualche modo un peso personale e collettivo che grava su ciascuno di noi. Come se il peso delle preoccupazioni fosse un sacco da montagna messo sulle spalle. Da questo punto di vista, mi sono fatto un'idea. La crisi, con tutte le sue origini economiche e finanziarie ormai svelate nella loro infinita complessità, grava in modo opprimente non solo per gli oggettivi e generalizzati peggioramenti nella qualità della vita di ciascuno e per la crescita di situazioni di difficoltà e povertà, ma anche perché manca un elemento concreto: la prospettiva. L'impressione è che, così come avvenne nella nascita della crisi che sfuggi alla percezione dei più, compresi la gran parte degli economisti che nulla di specifico seppero prevedere, lo stesso vale purtroppo - almeno in Italia, dove le sabbie mobili sembrano peggiori che altrove - per l'uscita da questa maledetta crisi. In tanti, ancora nelle settimane scorse, si sono sbilanciati, annunciando che fra un anno ci sarà l'attesa ripartenza, ma sfuggono elementi veri che confortino la previsione. Credo che sia, in fondo, questa la ragione di un Natale che si preannuncia depressivo, in senso economico e anche psicologico. L'ottimismo è uno dei grandi motori della nostra vita, ma non è un elemento astratto, meramente caratteriale, avendo invece bisogno - qui e ora - di qualche appiglio che ci serva per poter fondare questo nostro sentimento di speranza. Quel che colpisce e deprime è un ripiegamento della politica in una sorta di catatonia. Lo si vede bene in Valle d'Aosta dove chi governa ha fatto del grigiore la sua bandiera, in una rassegnazione muta a tagli indiscriminati e a un quotidiano ridimensionamento delle ragioni fondanti dell'autonomia speciale. Come se si fosse imboccata una via senza speranza, cui ci si deve adeguare in modo meccanico e muto per restare comunque al potere, costi quel che costi e non certo per il bene pubblico. O si inverte la marcia o la vedo dura.

Casinò all’ultima spiaggia

Aspettando i cinesi...

È bene che certi temi restino sotto la nostra lente d'osservazione, perché in certi casi il tempo che passa non è una medicina. Per il Casinò di Saint-Vincent si profila un vero tracollo nei conti 2013 e non c'è comunicato stampa che può cambiare i bilanci. Per la casa da gioco potremmo adoperare l'espressione ben nota: l'"ultima spiaggia". Quando cioè - a fronte di una crisi impossibile da nascondere nella sua gravità - vi è un'ultima possibilità di risolvere una situazione critica. Questa locuzione deriva dal titolo italiano, "L'ultima spiaggia", di un romanzo "On the beach" dello scrittore inglese Nevil Shute, e dell'omonimo film, ambientato in Australia, dove, dopo una guerra nucleare che ha ucciso gli abitanti di tutto il resto del mondo, la popolazione rimanente in quel Paese - epilogo funebre su cui fare gli scongiuri - attende la propria fine a causa della letale contaminazione atomica. In inglese "ultima spiaggia" si può tradurre con l'espressione "Last Resort" e - per una curiosa combinazione linguistica - la definizione si addice perfettamente al nuovo simbolo, che è diventato un onnicomprensivo "Saint-Vincent Resort", evoluzione attuale di una macchina da soldi dal dopoguerra sino a poco tempo fa. In un'intervista abbastanza recente, si evidenzia con chiarezza il deus ex machina dell'iniziativa: «Alla regia di tutto questo c’è l'amministratore unico della "Casino de la Vallée Spa" Luca Frigerio: "In un momento di difficoltà economica come quello che stiamo vivendo in Italia, è fondamentale rivolgersi a nuovi mercati internazionali e ad alto potenziale di sviluppo. Per fare questo, però, è necessario che il livello dei servizi, oltre che delle strutture, raggiunga l'assoluta eccellenza"». Ma la grande novità, annunciata in primavera, prima delle elezioni fu, tratta dalla stessa fonte: «Intanto la Cina è sempre più vicina e questa evidenza è rafforzata dalla presentazione dell'accordo commerciale della Regione Valle d'Aosta con la joint venture Chinova per promuovere il turismo e i prodotti tipici della Valle. L'accordo è stato promosso dalla Casino dela Vallée Spa mentre Chinova offre la piattaforma e-commerce E-Mall grazie alla quale la Valle d'Aosta potrà presentare le proprie offerte alla clientela asiatica in forte espansione e molto interessata alla meta Italia e, in particolare, al gioco e all'enogastronomia». Dove sia sparita Chinova non si sa e sul Web, almeno in una lingua nota, non si trova traccia reale dello storico accordo, che avrebbe già dovuto garantire clienti a iosa dall'Oriente. Ma che Saint-Vincent debba diventare una sorta di Chinatown - immagino con annessi nuovi flussi migratori dall'Asia o dalle comunità cinesi in Italia - non esistono più dubbi. Lo stesso Presidente della Regione, Augusto Rollandin, mesi fa, in una trasferta dai contorni indefiniti, è stato di persona - sposando la causa in toto - a Macao, l'ex colonia portoghese che dal 1999 è Cina a tutti gli effetti con una particolare regime amministrativo. A dispetto del territorio minuscolo, è la località al mondo dove più si concentra il gioco d'azzardo con una progressione impressionante negli ultimi anni. Par di capire che, dovendo essere attratti come le mosche dalle attrattive "leisure" (tempo libero, svago) del nuovo Resort&Casino di Saint-Vincent, si starebbe di conseguenza per concretizzare un flusso continuo e molto redditizio di ricconi cinesi, che dovrebbero trasformare la Casa da gioco e dintorni dal triste luogo di decadenza e di flop economico di oggi in una fiorente miniera d'oro per l'intera Valle d'Aosta. Realtà o finzione? Basta aspettare, pronti a cancellare lo scetticismo con un ammirato stupore e a scolpire di mio pugno statue equestri davanti al Casinò per gli uomini della Provvidenza. Se così non sarà, in tanti dovranno fare le valigie, pagando prima il conto. Alcuni, tra l'altro, reagiscono in modo sprezzante a certe critiche, ma la sicumera non si trasforma in clienti.

La politesse avant tout!

Rivendichiamo una politica di livello più alto

Abbiamo letto con interesse i commenti fatti al nostro intervento ieri al Congresso dell’Union Valdôtaine, soprattutto la lettura che delle nostre parole è stata fatta dai giornalisti. Cosa ci si aspettava? Che attaccassimo? Che inveissimo contro la presidenza uscente di un movimento che non è il nostro? Che usassimo toni aspri ad un invito formale tra forze politiche? Troviamo quanto meno inopportuno un tale pensiero, anche solo l’ipotesi di attaccare in casa d’altri. Come un ospite maleducato invitato ad un pranzo domenicale. Come chi a casa d’altri parla delle proprie faccende. Rivendichiamo una politica di livello più alto, che sappia offrire confronti, che mantenga i toni sobri e educati anche negli scontri, che non abbia la necessità quasi tribale di attaccare verbalmente l’avversario con insulti e attributi scortesi. Rivendichiamo un certo stile. Quello stile che è mancato nelle campagne elettorali in certe serate e che per quanto riguarda l’Union Valdôtaine Progressiste è imprescindibile per ogni azione politica. Si possono esporre idee diverse con eleganza, si può condannare con parole taglienti ma sobrie, si può usare il fioretto. Sarà che nei giganti (che spesso rivelano avere piedi d’argilla!) non abbiamo mai creduto, ma l’uso della forza bruta nell’arte della dialettica non ci va proprio. Ci spiace di avere deluso le aspettative di qualcuno, che forse non è stato attento nel leggere tra le righe, ma ci rallegriamo degli sms che abbiamo ricevuto da chi presente in sala ha saputo cogliere il significato delle nostre parole. Che non si confonda l’emozione con la paura o peggio ancora con l’imbarazzo. Solo chi ha fatto della politica il proprio mestiere non tradisce più le proprie emozioni confrontandosi con una platea. Questo dovrebbe destare imbarazzo. Ci preme sottolineare che non siamo né impauriti né imbarazzati. La nostra strada è presa e ci è ben chiara, non torniamo indietro né coi toni né soprattutto con i progetti. “Soyez polis. Ecrivez diplomatiquement. Meme une déclaration de guerre doit observer les règles de la politesse” (Otto von Bismarck)

Alessia FavrePresidente dell’UVP


Piccolo è brutto?

Per chi non è federalista!

Il lavoro sul futuro della democrazia in Valle d'Aosta deve essere un punto fondamentale per il nostro lavoro. In fondo questo serve come discrimine fra chi è federalista e chi usa il federalismo come la pelle di agnello che nasconde un lupo. Per cui vorrei concatenare due proverbi. Il primo: "La strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni". Il secondo, di origine evangelica: "Chi di spada ferisce, di spada perisce". Questi due proverbi illustrano, in modo esemplare, un problema che serpeggia in Valle d'Aosta e che riguarda la democrazia interna nella  nostra Valle. È un problema che deve interessare tutti noi cittadini ed è bene farsene un'idea, perché - lo scrivo come fautore della democrazia rappresentativa, che obbliga in primis gli eletti ad assumersi le proprie responsabilità davanti agli elettori - ci sono scelte da cui, alla fine, dipende davvero il futuro della nostra comunità. È in corso da molto tempo un confronto, il cui culmine non è ancora stato raggiunto, su come si debba risparmiare sui costi del settore pubblico, sia come considerazione generale, sempre valida, sia perché le circostanze attuali obbligano a effettuare risparmi e tagli. Sappiamo che non si tratta solo di un capriccio, bensí di una tendenza che non può essere derogata e non solo per gli obblighi che incombono su di noi, di fonte europea o per imposizioni statali. Ma le buone intenzioni, per evitare che ci portino all'inferno, devono essere sempre essere legate al risultato che si intende ottenere. Storicamente, la pur piccola Valle d'Aosta, prima che le modifiche nelle istituzioni ci portassero ad essere una Regione autonoma (e sono solo settant'anni di storia millenaria), aveva maturato un sistema policentrico di potere, diviso in comuni piccoli e medi e con una sola città, Aosta. Questa è una tradizione su cui, non a caso, è maturato in Valle, come una delle concause, uno spirito federalista. Il culmine è stato - nelle tappe per una democrazia compiuta - fu l'ottenimento, nel 1993, della competenza esclusiva sugli enti locali con modifica statutaria, che dotava la Regione di nuovi poteri, tagliando il cordone ombelicale dei Comuni valdostani con Roma. Si era così avviata un'azione di decentramento vero e di progressiva responsabilizzazione  della spesa comunale, che mirava a gestioni efficaci e efficienti. Insomma: un disegno di finanza locale federalistico per dare trasferimenti certi e solidi, accompagnati da una valorizzazione del ruolo degli amministratori locali non soggetti a sudditanza verso la Regione, evitando cioè logiche di rubinetti dei finanziamenti aperti o chiusi, a seconda di simpatie o antipatie. Il processo ha cominciato ad essere invertito nel 2008 con un progressivo smontaggio della logica autonomistica a favore di un centralismo regionale. Questo è avvenuto sia sotto il profilo finanziario, mutando i meccanismi nei trasferimenti e poi gli enti locali sono stati sempre più gravati di costi impropri e sono poi state usate a dismisura le leggi di settore, che creano, crescendo di numero, un rapporto passivo verso la Regione, rispetto alla scelta autonomistica, che era stata fonte di libertà per i Comuni. Libertà che era, in positivo, un contropotere rispetto ai rischi di una gestione autocratica del potere regionale, che contrasta contro ogni logica federalista. Il cerchio stava per chiudersi e  non a caso, dopo aver ridotto soldi e funzioni, persino con propositi di fusioni forzate, stoppati con la nascita dell'Union Valdôtaine Progressiste. Oggi siamo in un momento di apparente bonaccia, in cui si insinuano nuovi meccanismi. È il caso dell'uso, come una clava e non con il giusto discernimento in montagna, del principio dei costi standard e più in generale di un tam tam che porta a dire: le dimensioni devono essere di un certo genere, altrimenti esiste una logica antieconomica. Insomma, "piccolo è brutto!". Ma cosa c'entra il secondo proverbio, quello delle spade? Semplice: il paradosso sta che medesimi comportamenti - tagli, costi standard e politica del rubinetto, aperto o chiuso - li sta usando lo Stato verso la nostra Regione autonoma. E chi usa certe medesime tecniche verso il sistema di democrazia locale, rischia di perire con la il centralismo  di Roma sulla stessa lunghezza d'onda. Specie quando si dice, servendo su un piatto d'argento una motivazione antivaldostana, che il piccolo non ha più senso! È bene pensarci.