Cambiare in Regione

Lo dice il rasoio di Occam

Anche in queste ore di attesa per le vicende in Consiglio Valle con la maggioranza regionale ormai decotta e un Presidente Rollandin che non lascia malgrado l'evidenza si dimostra un fatto ben chiaro: i valdostani amano la politica, anzi amano la polemica politica. Non si dibatte solo nelle sedi ufficiali – tipo assemblee o sedi di partito – ma la politica è uno sport popolare aggiuntivo, che vede i bar come luogo prediletto, in cui tutti diventano per un momento politologi o editorialisti. Costa niente e ci si diverte con delle dispute infinite. Peccato che poi non sempre la "vis polemica" si trasformi in azione per una virale diffusione del conformismo "aspettando che...". Il più recente oggetto di attenzione – con i social nuovo terreno di scornamento fra fazioni – è la situazione che si configura in Regione, dove non c’è più la maggioranza regionale, ma non esiste al momento neppure una maggioranza alternativa. Tutti giocano al piccolo costituzionalista e si monta e si rismonta lo Statuto d’autonomia, nella parte forma di governo (articolo 15), e la sua legge applicativa che risale, dopo la modifica statutaria del 2001, ad una legge regionale del 2007 (legge 21). Come sempre capita, tutti hanno un pezzo di ragione e un pezzo di torto, ma il dialogo rischia di essere fra sordi, con tutto il rispetto per i non udenti. Tocca, perciò, chiamare in campo un giocatore dal passato, Guglielmo di Occam, filosofo e politico inglese, vissuto a cavallo fra il 1200 e il 1300. Era un francescano, diventato professore ad Oxford, dove aveva studiato. Come di moda al tempo, fu accusato di eresia, punito e poi fuggitivo in giro per l’Europa, finì i suoi giorni - sotto protezione dall'imperatore di cui divenne esegeta - a Monaco di Baviera. Si deve a lui un’espressione così riassunta con due frasi in latino, lingua franca dell’epoca: «Entia non sunt multiplicanda prater necessitatem» (Gli enti non devono essere moltiplicati oltre il necessario) o anche, con lo stesso significato, «Pluralitas non est ponenda sine necessitate» (Non considerare la pluralità se non è necessario). Questa sorta di criterio è stato poi sintetizzato è diventata la regola nota come "rasoio di Occam", secondo la quale bisogna "tagliare" tutto ciò che è superfluo (principio di economia delle cause). La regola, visto che anche su questo ci si può dividere, può essere vista come utile per il minimo sforzo di comprensione, oppure come utile per avere la minima complicazione dei ragionamenti da sviluppare. Chiamiamola, insomma, un "criterio di semplicità". E la semplicità, sul filo del rasoio, è la seguente: il Governo Rollandin non ha più la maggioranza in Consiglio, che fu espressa lo scorso anno dagli elettori. Dunque – senza stare a girare attorno alla sfiducia costruttiva – ci vogliono le dimissioni. Se nei giorni seguenti ci saranno programmi e numeri per una nuova maggioranza e un nuovo Governo la Legislatura andrà avanti, altrimenti Elezioni. Elementare, Occam! Il tempo lo perde, in questi giorni, non chi dissente, ma chi non vuole mollare, contro ogni ragionevole evidenza.

Luciano Caveri


Non è un odio personalistico!

Non c'è odio personale nella nostra richiesta di queste ore di rispetto della democrazia in Valle d'Aosta. Ogni semplificazione di questo genere, che sarebbe in fondo legata a chissà quale frustrazione del passato, sarebbe una semplificazione, se in buona fede, o una strumentalizzazione, se utile per mantenere la situazione attuale, buttandola in personalismi. Per quanto mi riguarda l'odio, fatto salvo qualche sarcasmo o sfogo verbale, non me lo porto dietro, considerandolo come un lato oscuro della nostra umanità. Non adopero neppure, al contrario, per spiegarne i rischi quella sorta di melassa dolciastra, che è l'uso eccessivo della parola Amore, soprattutto quando colgo, nel suo impiego strumentale o peggio buonista, un'evidente malafede. Anni fa, per capire la portata della "non violenza", come strumento sempre utile anche nella lotta politica in passaggi delicati, mi sono letto, pur nella difficoltà culturale di capirne i passaggi, alcuni scritti del Mahatma Gandhi. C'è un brano che va a pennello con il mio stato d'animo: " «Odia il peccato e non il peccatore» è un precetto che, benché abbastanza facile da comprendere, viene messo in pratica raramente, ed è per questo che il veleno dell'odio si diffonde nel mondo". Io in questo momento trovo insopportabile quanto si sta facendo alla Valle d'Aosta da parte di chi tutto comanda e tutto dirige. Una situazione di continuo arretramento di idee, valori e progetti. L' "uomo solo al comando", sempre più solo e confuso, in un clima di intrecci e sospetti, assai torbido per chi sappia leggere l'affresco della situazione e mettere assieme i pezzi, diventa preoccupante non tanto per gli aspetti personali, quanto appunto per i "peccati". Per cui è vero che va tolto dal tavolo l'odio, anche se si sono ricevute - e tanti dell'UVP potrebbero elencarne - cattiverie e violenze, ma questa non è una scusante contro i metodi e la deriva dei comportamenti, che tra l'altro non hanno nulla a che fare con il federalismo, usato solo come bandiera propagandistica per addolcire la pillola dell'autoritarismo, che è la versione deforme e perniciosa dell'autorità. Ci sono risvolti non solo politici, ma anche psicologici per chi vuole imporre il suo potere assoluto e anche, al contrario, per quella parte di cittadini che si bea di una situazione di sottomissione di questo genere. Constato come mai sino ad oggi si sia dimostrata una carica così forte di disprezzo se non di indifferenza verso il Consiglio Valle, pur essendo quello valdostano un regime parlamentare e non presidenziale. Rifletto su come di fronte ai problemi da risolvere ci si rifugi dietro ai bizantinismi giuridici, spesso in contrasto con la nostra autonomia speciale e si usi la menzogna come il pane quotidiano, violando elementari principi di "bon ton" istituzionale, se non vogliamo scomodare l'etica e i principi del Diritto. Di tutto questo, soffro sinceramente e mi convince di come il cambiamento debba avvenire nel nome del bene di una comunità e non di camarille fra gli uni e gli altri. Chi rappresenta gli attori della tragedia in corso, specie nel mondo autonomista, come se fossimo tutti uguali e solo diversi nei loro personalismi, non ha colto il passaggio in corso. Nella sostanza una battaglia democratica per il cambiamento.

Luciano Caveri


Crolla la Giunta Rollandin

Pronti al cambiamento

Ci sono giorni in cui ci si sveglia con animo leggero e con il sorriso. Questo avviene quando arriva una notizia molto attesa e quando si ha consapevolezza che, per arrivarci, c'è stato un lavoro importante anche dell'UVP e in particolare del suo Gruppo consiliare. Ieri in Consiglio Valle - finalmente! - il Presidente della Regione Augusto Rollandin è caduto per due volte su altrettante risoluzioni - una di sfiducia della dirigenza del Casinò di Saint-Vincent e l'altra contro di lui e la sua Giunta - in una sera di inizio primavera, il giorno di Sant'Emanuele, martire decapitato. Ci si è arrivati dopo una seduta fiume in cui i "nostri" hanno incalzato la maggioranza e il Presidente, presagendo che qualcosa stesse per avvenire. A seguire i lavori dal vivo c'erano sugli spalti gli operai forestali e i dipendenti del Casa da gioco di Saint-Vincent, uniti della protesta rispettiva contro le scelte sbagliate dell'Imperatore Augusto, nella scomoda posizione di accusato. Il Presidente, costretto all'angolo da un'opposizione incalzante, aveva di certo sentito l'odore di franco tiratore e ha provato a convincere l'aula delle sue buone intenzioni. Ma i due voti seguenti, un uno due da ring, lo hanno fatto vacillare e crollare al tappeto, mentre sul Web valdostano, invaso da suoi avversari, si esprimeva soddisfazione.e giubilo e i suoi sostenitori si mostravano silenti di fronte alla sconfitta. Ora possiamo dire che la maggioranza regionale risicata che reggeva il Governo Rollandin non c'è più e che ogni tentativo di ricucitura pare destinato solo a prorogare un'agonia di un leader e di un sistema di potere decotti. Devono finire nel dimenticatoio metodi di governo e atteggiamenti personali segno ormai dell'incapacità politica e amministrativa, come i nostri consiglieri e il nostro Movimento hanno motivato da più di un anno a questa parte. Bisogna voltare pagina nel segno dell'efficacia e dell'onestà, spazzando via una cappa opprimente e un entourage - gli uomini del Presidente - che hanno avvolto la Valle di una ragnatela ben nota che va distrutta con un'opportuna e radicale pulizia di primavera. Cosa capiterà? Uno strumento lo indica la legge regionale del  21 del 7 agosto del 2007 sulla forma di governo. All'articolo 5 si indica la possibilità di usare la mozione di sfiducia costruttiva nei confronti del Presidente della Regione per far nascere un nuovo Governo. Ma va detto che la sfiducia si è già manifestata con un voto ieri sera, dunque spetterebbe al Presidente  dimettersi senza titubanze, ma potrebbe anche decidere di vendere cara la pelle e sarebbe una scelta nociva per la nostra autonomia speciale, in epoca di crisi economica e di riforme costituzionali, che non permettono giochini o furberie. Se non si riuscisse a formare una nuova maggioranza e un nuovo Governo, allora si andrebbe alle urne per elezioni anticipate con scioglimento dell'attuale Consiglio regionale. Tocca alla politica lavorare, con l'impegno già dimostrato, per concretizzare il cambiamento. Luciano Caveri

Contro il neocentralismo

La lotta per la libertà

È una lotta infinita – e purtroppo in Italia sinora perdente – quella dei federalisti, che dai tempi delle Repubbliche napoleoniche ad oggi,  cercano di far capire che chi pensi ad un’Italia centralista è destinato al peggio, come ha dimostrato la storia patria. Eppure ci sono una serie di indizi che portano a dire che i centralisti di ogni fatta sono in questo momento, anche per i gravi errori compiuti dalla Lega e per fenomeni degradanti nelle Regioni, assolutamente in auge e pronti a riportare su Roma quel poco che nel tempo era finito nelle Regioni e nel restante sistema autonomistico. Con le riforme costituzionali – che ora paiono pronte sulla linea di partenza di una gara cortissima – non sii ride e non si scherza, ma che il clima sia pesante lo dimostra quanto aleggia sulla stessa Valle d’Aosta: studi, ricerche, uscite singole e articolesse, suggeriscono varie formule. Si va dalla soppressione della specialità a un suo forte ridimensionamento, dalla morte  "tout court" della Regione spesso con logiche di taglia (come se l'usignolo e l'ippopotamo avessero diversa dignità per la loro grandezza)a spazi macroregionali in cui affogarci. Ma ci sono segnali, magari discutibili nella loro impostazione, che sono come i segnali di fumo prima dell'arrivo degli indiani. Bisogna saperli leggere, perché sennò è legittimo che ognuno si faccia i fatti propri, perché i tabù si spezzano con facilità. Aveva cominciato, pochi mesi fa, la solita Eva Klotz - che ho conosciuto moltissimi anni fa - del Süd-Tiroler Freiheit con una consultazione referendaria per vedere quanti fossero d’accordo nel chiedere il distacco del Tirolo del Sud dall’Italia. Votarono in 61mila, di cui il 92 per cento hanno dichiarato di essere favorevoli all’autodeterminazione. Qualche mese dopo, anche in questo caso in occasioni di elezioni, spunta in Sardegna un gruppo civilissimo che propone l'annessione dell'isola dei quattro mori alla Confederazione elvetica, creando il ventisettesimo Cantone svizzero. Nel loro sito visibile sul Web con dovizia di dati spiegano, tra l'altro, di volere "Sondare la reale volontà dei sardi di affrancarsi dalla Repubblica Italiana e di annettere l’isola di Sardegna alla Confederazione Elvetica. Non si tratta di una provocazione né di una boutade. Si tratta di un progetto, di un'idea che scaturisce dall’attuale contingenza che vede l’Italia intrappolata in un vortice di crisi economico-politica apparentemente senza via d’uscita. Le difficoltà cui gli italiani sono chiamati a dover fronteggiare in questo momento storico, sono tante e tali da creare un disagio economico ed esistenziale con pochi precedenti nella storia recente. Ovviamente non è detto che la controparte, la Svizzera, eventualmente chiamata in causa, esprima una volontà complementare. L’idea, iperbolica in se, nasce dal fatto che la Svizzera è un paese solvibile, senza alcuno sbocco sul mare, neutrale, fuori dalla comunità europea per propria scelta, con 8 milioni di abitanti, che svolge un ruolo fondamentale nell’economia mondiale in virtù del potere finanziario rappresentato dal proprio sistema bancario e dalla propria eccellenza produttiva e amministrativa. È pacifica, produttiva e non ha mire espansionistiche di natura militare; potrebbe forse valutare un'espansione territoriale tramite transazione economica". Insomma uno sbocco al mare e qualche politico svizzero ha pure sorriso sornione. Infine, giorni fa, spuntano due milioni di sì al referendum voluto dai venetisti di 'Plebiscito.eu' in favore di un Veneto indipendente dall'Italia. I voti conteggiati sono stati 2.360.235, pari al 73,2% degli aventi diritto al voto in veneto; i sì all'indipendenza due milioni 102.969, pari all'89% dei votanti, i no 257.276 (10,9%). I voti ritenuti 'non validi', 6.615 (0,29%). Segnali, dicevo, che possono anche non essere presi sul serio, ma attenzione che il disagio cova davvero ed è ora che anche questo i valdostani sappiano rappresentare contro la logica del cappello in mano e della fontina sotto il braccio per tenersi buoni i “romani”. Se lo Stato diventasse sempre più un elefante nella cristalleria, penso che ci sarà da aspettarsi di tutto anche in Italia e noi dovremo far capire che ci siamo.. Scozia e Catalogna non sono sulla Luna e una battaglia politica e giuridica, basata su una forte spinta ideale, non è un'assurdità.

Luciano Caveri


Treno e autostrada

Stato cattivo e Regione debole

Luciano Mai perdere il filo dei nostri ragionamenti, sul ponte fragile ma indispensabile fra la critica e la proposta. In questo senso, quando si parla di autonomia speciale, sarebbe bene - a tanti anni dai suoi atti istitutivi - verificare con freddezza i pro e i contro di questa esperienza, che si avvicina al settantennio. Sarebbe un esercizio istruttivo per noi valdostani e spesso mi balocco con l'idea che a posto di un pamphlet o di comizi sarebbe ora di farne uno spettacolo teatrale, semplice ma efficace, nel quale raccontare i perché e i per come. Oggi, a titolo esemplificativo, parlo di due temi che sono di bruciante attualità e che, anche in passato, sono spuntati fra i problemi più grandi da affrontare e che non vengono risolti, malgrado UVP - per quello che è il suo ruolo - passi il tempo a parlarne. La Valle d'Aosta dipende per la propria ferrovia dallo Stato. Uno strano intrico, perché lo Stato, a dir la verità, è poi in realtà affidatario della gestione e del servizio a SPA delle Ferrovie, di cui è l'unico azionista. Micragnoso, vero? Per la principale arteria stradale, l'autostrada, le cose vanno ancora peggio. La cessione ai privati da parte del settore pubblico ha creato un duopolio a tenaglia: SAV (Quincinetto-Aosta) del gruppo Gavio, RAV (Aosta-Monte Bianco) del gruppo Benetton, che ha anche il traforo del Monte Bianco. Naturalmente si tratta di concessioni statali, in scadenza fra una ventina d'anni, che consentono ai privati di gestire, per i propri legittimi e lucrosi interessi, un'infrastruttura essenziale non solo per i valdostani ma addirittura lungo la Rete transeuropea dei Trasporti. Nel caso della Ferrovia che cosa bisognerebbe fare è stato tracciato già da alcuni anni. È questione di soldi, di certo per effettuare anzitutto i lavori su di una linea obsoleta tecnicamente, ma anche di volontà politica nell'interlocuzione con Roma, che non è facile, ma neppure impossibile. L'autostrada è questione più complicata, ma certo la soluzione di una scontistica ha una sua utilità come lenitivo, ma la questione è ben più profonda. Se non si ferma la macchina in moto degli aumenti, negli anni a venire nessuno prenderà più l'autostrada con peggioramento della qualità della vita dei residenti, la protesta dei turisti e di chi si trovi in transito. La nostra autostrada è forse la più cara in Europa e azzarderei che combatte anche nel mondo e questa anomalia è un argomento politico da portare sui tavoli del Governo italiano e della Commissione europea. È come se, per una serie di circostanze, qualcosa si fosse rotto e dovesse essere aggiustato e non bisogna, in casi come questo, rassegnarsi. E, invece, uno dei tratti odierni della Valle d'Aosta, a parte i dibattiti sui social che farebbero intravvedere una grande effervescenza, è che, in verità, vige nel mondo reale ancora una forte e conformistica rassegnazione al declino, che va fatta saltare con l'esplosivo. Con Ignazio Silone: "Il destino è un'invenzione della gente fiacca e rassegnata". Alternativa: azione e non solo nell'emiciclo del Consiglio Valle.  

Luciano Caveri


Una militanza forte

Per essere cittadini consapevoli

Dobbiamo dirlo e ripeterlo a chi aderisce all'Union Valdôtaine Progressiste: il diritto di voto non esaurisce il dovere di cittadinanza e noi - lo dico subito - vorremmo condividere l'idea di un militanza forte e partecipata in favore della Valle d'Aosta. Non si tratta di avere sale piene di gente che si sente "obbligata" o di tesseramenti anche delle nonne inconsapevoli, ma di essere la punta della lancia dell'autonomismo valdostano. Questo è il punto di partenza per il futuro di una piccola democrazia, come quella valdostana, posta di fronte a sfide in cui, ogni cittadino della nostra Regione e la comunità nel suo insieme, si troveranno ad affrontare passaggi delicati, per nulla da sottostimare. Si tratta, infatti, di definire cosa sarà - e non solo per nostra volontà naturalmente - la nostra autonomia speciale. Le istituzioni non sono pezzi da museo e dunque è chiaro che - fatti salvi alcuni restyling dello Statuto e certe norme d'attuazione - il nostro sistema politico sente il peso degli anni. Ma, per una riscrittura dello Statuto, siamo fermi ad una situazione di paralisi: metterci mano, senza il principio dell'intesa, può significare trovarsi con un insieme di poteri e competenze ridotti rispetto alla situazione attuale. Ma star fermi comporta il rischio altrettanto grave di retrocedere nello star fermi anche perché altri potrebbero nel frattempo scegliere per noi. Strana storia ed è chiaro, che se grandi responsabilità ricadono in capo agli eletti, visto che siamo in una democrazia rappresentativa, ci vuole, tuttavia, consapevolezza affinché attorno a loro, per evitare che siano dei generali senza truppe, ci sia una società civile che si spende e che interagisce. Questo lo dico subito, perché pone le forze politiche valdostane di fronte alla necessità, per chi ce la farà, di profondi cambiamenti con partiti meno rigidi e più reattivi. Noi dell'UVP non dobbiamo scimmiottare nessuno. Ma fatemi tornare alla cittadinanza, tema sul quale si sono spesi moltissimi autori di diverse discipline e sarebbe velleitario riprendere il "fil rouge" da epoca antica sino ad oggi. Per cui vale la pena di concentrarci sul presente. Quante ne abbiamo di cittadinanze? Giuridicamente direi che - scrivo da valdostano - ne abbiamo tre: esiste una cittadinanza valdostana, perché abbiamo un ordinamento valdostano; siamo poi cittadini italiani, con i conseguenti diritti e doveri; infine siamo da un ventennio anche cittadini europei a pieno titolo. Queste diverse personalità che coabitano devono essere espressione di una vasta volontà politica, che sia supporto - ragionato e consapevole - dell'avvenire. Un "popolo bue" o cittadini buoni solo per votare sarebbero la fine di forma e di sostanza per la piccola Valle d'Aosta che, se fosse oggetto passivo, finirebbe per essere travolta dalle circostanze - spesso eccezionali o presunte tali - di questi anni travagliati. Per cui se suona la sveglia non è un esercizio di stile - tipo adunata in una caserma - ma è la consapevolezza che i peggiori nemici, come dimostra la Storia, sono il disinteresse e la rassegnazione. Noi non siamo colpiti da nessuna di queste due malattie.

Luciano Caveri


Forza Scozia!

Il cammino per la libertà

Prima regola in politica non compiacersi solo del proprio ombelico e pensare che una sorta di "isolazionismo", ammesso che sia possibile, sortisca effetti benefici. Nelle diverse esperienze che ho fatto nella mia vita, mi ha sempre interessato quella rete - di cui la Valle d'Aosta fa parte, nella misura in cui qualcuno se ne interessi e oggi la Regione non se ne occupa affatto - dei popoli europei senza Stato, per lo più caratterizzati da storia, cultura e lingua particolari. Una sorta di Europa alternativa a quella della semplice sommatoria degli Stati nazionali con la rozzezza delle loro frontiere. Fra questi popoli "minoritari", ho sempre frequentato con piacere, pur non essendo mai stato in visita nella loro terra e me ne dolgo, gli scozzesi. In particolare quelli del Partito Nazionalista Scozzese, ora al governo e promotori di quel referendum che farà parlare molto della "questione scozzese". Imparate questa espressione, che è lo slogan degli indipendentisti scozzesi: "Alba gu bràth" (da leggere così: àlapa ku pràah), che è in lingua gaelica, che pure è una lingua ridotta al lumicino nella sua variante scozzese, ma è un simbolo egualmente. Il significato, tradotto, suona come "Scozia per sempre", anche se la traduzione vera sarebbe "Scozia fino al (giorno del) Giudizio". Il referendum per l'indipendenza della Scozia dal Regno Unito si svolgerà il 18 settembre di quest'anno e, comunque vada a finire (per ora nei sondaggi prevalgono i contrari), sarà un punto a capo per il diritto all'autoderminazione dei popoli in Europa, nel quadro rassicurante, dal punto di vista democratico, dell'Unione europea. Concordo, insomma, con chi ha detto: "È un'opportunità da non perdere". Mi riferisco al famoso attore scozzese Sean Connery che, in una intervista al Sun on Sunday che non stupisce, essendo da sempre un indipendentista, appoggia la possibilità di avere una Scozia indipendente da Londra. Il celebre interprete di James Bond, che ho incrociato una volta al Parlamento europeo, ha aggiunto: "Con la vittoria del 'si ci sarà una rinnovata attenzione sulla nostra cultura e politica, offrendoci una opportunità senza precedenti per promuovere il nostro patrimonio culturale e la nostra eccellenza creativa". Belle parole e una risposta a distanza al Presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, che poche settimane fa ha travalicato il suo ruolo, giudicando "estremamente difficile, se non impossibile" l'adesione di una Scozia indipendente all'Unione europea, mettendo le mani avanti anche per il futuro e analogo referendum della Catalogna verso la Spagna. Il suo ragionamento è: basta che un Paese membro dica di no e l'adesione si ferma, dando per scontato che qualcuno lo farebbe. Della serie: metto le mani avanti, ma così facendo danneggia gli indipendentisti. Poi, bontà sua, ha aggiunto - ci mancherebbe altro - che comunque "spetta al popolo scozzese decidere il proprio avvenire". Appunto. L'autodeterminazione è un principio essenziale e non si può disprezzare o dire che scelte di libertà possano portare all'esclusione dall'Europa.

Luciano Caveri


Contro la manovra a tenaglia

Una nuova autonomia

È un periodo piuttosto complicato ed è bene fare attenzione. Spiace dover evocare, essendo pacifico per natura, un linguaggio guerresco, ma quando ci vuole, ci vuole. Ricordate come la "manovra a tenaglia” sia, nel linguaggio della tecnica militare, la disposizione tattica a V, opposta al cuneo, destinata a bloccare e a sconfiggere, se ci si riesce, l’esercito nemico, che si trova ad essere attaccato contemporaneamente sulle due ali. Anche nel confronto istituzionale ci può essere una manovra di questo genere ed è bene rifletterci. Il senso di "attacco" che la Valle d’Aosta oggi vive non è una barzelletta o un allarmismo fiabesco genere "al lupo, al lupo". Le questioni nodali in atto sono almeno due. La prima riguarda il nostro ordinamento finanziario, la violazione dei patti stipulati e un uso strumentale del "patto di stabilità" e del federalismo fiscale. La seconda è la mancata applicazione di altre norme di attuazione, tipo ferrovia e catasto e lo sblocco delle norme in attese da tempo, visto che la nostra Commissione Paritetica è ferma - unica Speciale del Nord - senza alcuna ragione! Su questo sia chiaro che i Generali delle nostre truppe hanno sbagliato alleanze e manovre, mettendoci in posizione adatta per perdere una serie di battaglie. Questo per far capire che c'è chi furbeggia con la "sindrome d'accerchiamento", viste certe loro palesi responsabilità che una parte della comunità sembra dimenticare. Ora cosa c'è all'orizzonte? Su questo penso che si debba essere chiari con Matteo Renzi, senza preclusioni e avendo fiducia. Ma certo bisogna essere sicuri che la nostra autonomia speciale non venga colpita con la prevista modifica del Titolo V della Costituzione, quella parte che riguarda il regionalismo. Non ci devono essere per le Speciali dei passi indietro in materie cruciali per noi, come l'Energia, la competenza sugli enti locali o la soppressione dei controlli sulle leggi regionali. Così come la Camera delle autonomie deve essere una Assemblea di carattere federalista, altrimenti ci sarebbero rischi ulteriori per tutto il sistema regionalista da un monocameralismo di fatto. Il clima non è buono: sono state montate delle campagne contro le Speciali, talvolta a ragione e dunque con elementi che ci devono fare riflettere e fare autocritica, ma troppo spesso in maniera speciosa e strumentale. Non c'è stata capacità di risposta, colpo su colpo! Sembra che i diritti siano piaceri da chiedere in una distorsione dei rapporti istituzionali. Per cui gli appelli al fronte comune possono essere accettati, fuori da astute e insidiose logiche elettoralistiche, solo su fatti concreti, che partano in Valle d'Aosta da un cambio di scenario con i colpevoli di certi errori e incapacità messi da parte. Altrimenti sarebbe davvero il solito "cerchiobottismo", che mira all'italianissimo "Cambiare tutto perché niente cambi". Invece, per salvare l'autonomia, bisogna cambiare davvero e farlo in equilibrio fra tradizione e esperienza, innovazione e modernità. Il ruolo dell'UVP può essere, in questa fase, cruciale.

Celebrazioni per l’autonomia:

Ma quale autonomia?

Assisteremo oggi all'ennesimo spettacolo di retorica e di finzione, necessario per nascondere la realtà di una Festa dell'Autonomia che potremmo dire di cartapesta. Le "autorità" spiegheranno la situazione, sottolineando le conquiste in difesa della nostra Regione nei confronti della cattiva Roma, dimostrandosi indignati per il non rispetto da parte dello Stato centrale delle nostre peculiarità. Forse farebbero bene a dire la verità sul loro ruolo ammettendo, ahimè, di aver contribuito al terribile processo di liquidazione dell'autonomia valdostana. Va bene, infatti, dire che tanti nemici sono alle nostre porte, ma è ora di affermare - a gran voce e in modo sempre più chiaro - che purtroppo i primi nemici del nostro particolarismo sono qui, come cavalli di Troia, introdottisi nella cittadella della nostra Autonomia. Dalla pancia del cavallo sono usciti i nemici, perfettamente inseriti ora all'interno del sistema, impegnati come topi nel formaggio nel raggiungere i propri affari personali piuttosto che "servire" con serietà e libero pensiero la difesa della Valle d'Aosta. Con amarezza ci tocca pensare a questo punto che il vero obbiettivo, di questa classe politica al comando della nostra Regione, sia quello di spolpare l'autonomia, minandone le fondamenta e umiliando un patrimonio di idee e di valori. Ecco perché rifuggiamo con fermezza i discorsi degli "embrassons-nous" e la logica da "entente cordiale", che ci appare oggi, nel grave momento di crisi economica e strutturale che la nostra valle sta vivendo, una banale proposta di diversivo per un sistema politico ormai a capolinea. È arrivato il tempo di capire se ancora ci sia qualcuno libero di alzare la testa, o di pigiare il bottone verde verrebbe da dire, e ammettere che dalla parte del torto sta anche chi silenziosamente collabora con il sistema per mera convenienza personale. E allora che si abbandonino i finti festeggiamenti e si ammetta di aver fallito e di aver fallito clamorosamente conducendo l'intera comunità e la nostra autonomia speciale sul baratro. La presa di coscienza perché sia credibile andrebbe fatta per tempo. Prima del black out!

Alessia Favre Presidente UVP


Essere minoranza

In attesa del cambiamento

"Come va?". Quando incontro qualche militante o simpatizzante UVP so già che cosa ci sia dietro a questa domanda banale. Ci si chiede, insomma, quando "svolteremo" e quando la Valle d'Aosta uscirà da questa situazione pubblica imbarazzante. Io rispondo con la certezza che esiste un immanente senso di giustizia, che si affermerà e bisogna essere ottimisti, sapendo che l'attraversamento del deserto, una volta concluso, imporrà una grande responsabilità nel riprendere le tante questioni irrisolte e mutare l'attuale quadro fosco per la nostra Valle. Ma partiamo dall'inizio: "minoranza" non è una parola dispregiativa. Deriva da "minore", che viene dal latino e descrive qualcosa di "più piccolo". Il caso di scuola è l'espressione, a noi cara, di "minoranza linguistica", cioè una parte di popolazione - nel caso valdostano un popolo - che si esprima con lingue diverse dalla "maggioranza". Ma "più piccolo" è, nel gioco elettorale, anche quella parte - definita minoranza - che perde le elezioni e, non governando, fa da opposizione, dunque si contrappone alla maggioranza, che invece governa. Oggi, nella mia passione politica, sono "in minoranza" e seguo con partecipazione la lotta politica che le opposizioni svolgono in Consiglio Valle sul crinale di quel 18 consiglieri di maggioranza a 17 della minoranza, che caratterizza la ripartizione attuale dei 35 seggi. È una situazione strana e difficile, in fondo, per gli uni e per gli altri. Ma lo è, appunto, anche per chi sia all'opposizione e aspiri, come è giusto che sia nelle istituzioni, a diventare maggioranza. La democrazia funziona, nei sistemi politici maturi, nella logica dell'alternanza. Per cui è normale che chi sia "fuori" dalle leve di governo aspiri a essere "dentro" per dimostrare la bontà delle proprie idee e delle cose che vuole realizzare sulla base dei propri programmi. Capisco e condivido come nella posizione di "essere minoranza" ci siano attese e speranze, talvolta impazienti, perché l'impressione è spesso che, quando ci si avvicina al cambiamento, il traguardo da raggiungere si sposti, beffardo, ancora più avanti. E uno, pronto a gioire, si deve inghiottire il boccone amaro. È una situazione psicologica sgradevole e demotivante, specie in un'epoca in cui se, com'è il caso, chi comanda non prende più un canale e la situazione peggiora con rapidità e si manifesta una sorta di senso di rassegnazione e di logorio nella comunità. Mi sento di dire che mai come in questo momento risulti preziosa la pazienza. È vero che viviamo in un'epoca in cui la velocità sembra averla sempre vinta sul passo più lento. Ma, quando ci vuole tempo e le circostanze devono maturare, è l'occasione giusta per dimostrare quanto la resistenza conti. E poi il gusto del cambiamento sarà, al momento in cui si volterà pagina, un piacere profondo, per cui vale il grande Marcel Proust: "Que de bonheurs possibles dont on sacrifie ainsi la réalisation à l'impatience d'un plaisir immédiat".