La chiamavano “endroumia”

sveglia!

Lo ha scritto con chiarezza il mio amico Massimo Cacciari: il filosofo veneziano denuncia la deriva centralista della riforma costituzionale che ha avuto giorni fa il primo voto. Titolo e sottotitolo dell'editoria dell'Espresso in edicola sono fulminanti: "E Renzi corre su un treno fermo: è l’impressione che dà visto che le sue riforme, a partire dal Senato, faranno risparmiare solo spiccioli. I benefici maggiori li porterebbe un vero federalismo dal basso. A cui nessuno pensa. Per non disturbare il manovratore". Dice poi nel testo articolato: "La stagione che attraversiamo sembra assumere ogni giorno di più un segno opposto: tutto si svolge attorno all'esecutivo, le istanze centralistiche prevalgono ovunque".
Fatemi dire che un segno esemplare di questa genuflessione sono i Sindaci dell'Union Valdôtaine che scrivono a Roma, bypassando la Regione autonoma, per avere denaro per opere pubbliche al Princeps Matteo Renzi, che con le regole di Bilancio prosegue lo strangolamento finanziario della Valle. È bene ricordare che fu mio zio, Severino Caveri, l'autore della definizione di un rischio per i valdostani e cioè che l'autonomia speciale, placebo rispetto ad una vera svolta federalista (la stessa che. Cacciari in modo solitario agita oggi) agisse come una narcosi sui valdostani. In francoprovenzale si adoperava lo spettro dell'"endroumia" e cioè di un addormentamento della coscienza di un popolo. In mancanza di una vera libertà ci si sarebbe infine accontentati di quanto concesso, "octroyé", come appunto lo Statuto di autonomia. Oggi, senza immaginare che tutto sia perduto perché sarebbe una resa, spiace constatare che nella stagione delle riforme il silenzio di troppi può essere davvero interpretato come un torpore o, in alcuni, persino come una cosciente sudditanza. Il valore dell'autonomia speciale non è un dogma, lo diventa se all'autonomia ci si crede, anzi la si considera sempre non un punto di arrivo su cui sedersi, bensì un punto di partenza verso nuovi e ambiziosi traguardi politici. Oggi il dibattito sul futuro della Valle non corrisponde alla realtà dei fatti. Nel senso che negli ultimi anni si è assistito ad uno svuotamento di parti consistenti dell'autonomia in un clima di rassegnazione e di ribellione al disegno centralista con un impegno da minimo sindacale. Si è trattato per i vertici della Regione di fare un po' di "cinema retorico e propagandistico" nelle occasioni ufficiali, ma senza incidere davvero nei rapporti politici. Un atteggiamento passivo, timidamente difensivistico, che ci ha messo all'angolo, come avviene per un pugile inerme, colpito da un pugile aggressivo che sta per ottenere la vittoria per "K.O." tecnico. Sarà bene scaldare l'ambiente e dare il segno di un epoca di mezzo, che come tutti i momenti di passaggio è lastricato di rischi e trappole. So bene quanto oggi sia difficile difendere un'autonomia intrisa di un cesarismo, che mette in difficoltà chiunque creda in un insieme di valori e di idee, venduti sul mercato di una logica, come si intitolava una vecchia commedia, "Les affaires sont les affaires". Ma non ci può per nulla rassegnare ad uno spegnimento di quell'"esprit autonomiste", che aveva ragioni storiche e culturali a fondamento di una politica svolta a servizio della nostra comunità. "Servizio": parola caduta in prescrizione, come certi reati e che sembra suonare estranea, mentre è la chiave della gestione della cosa pubblico, patrimonio da mantenere e che può evaporare in un batter di ciglia. Da cui bisogna ripartire. La serietà e l'impegno collettivo sono un antidoto contro veleni e miasmi, che ci possono togliere il respiro e pure soffocarti. Dopo l'estate bisognerà riflettere molto su come riportare la politica al centro, specie con i miasmi centralisti romani. Da una parte questo deve avvenire con l'impegno, per chi dissente dall'attuale linea di governo, dentro le istituzioni, anzitutto il Consiglio Valle, forte nella difesa dei propri poteri e prerogative. Dall'altra vanno trovare modalità nuove per comunicare ai valdostani rischi e opportunità di questo momento di transizione. Cavalcare gli avvenimenti e più importante che trovarsi trascinati da fatti e circostanze.

Luciano Caveri


Prevenire le minacce della Natura

La vicenda di Treviso, con nubifragio che ha investito un capannone dove si stava svolgendo una festa, riporta l’attenzione sui rischi derivanti da eventi naturali catastrofici. Non è tanto il balletto delle responsabilità che qui ci interessa, quanto il fatto che i rischi naturali esistono e, piuttosto di piangere sui morti, bisogna lavorare sulla prevenzione. In Italia lo si dice all’indomani di ogni tragedia, ma poi la cronaca nera avanza con qualche altra schifezza e l’oblio tutto copre. Partiamo allora da un fatto personale: ogni mattina, quando esco di casa, vedo la sagoma imponente del Monte Zerbion, che con i suoi 2722 metri domina Saint-Vincent e fa da spartiacque fra la Valle d’Ayas e la Valtournenche. Poco sotto la cima si sviluppa, come una ferita ben visibile, una grossa frana che minaccia ormai da anni un parte dell’abitato di Saint-Vincent e solo grazie la presenza di griglie di contenimento si è finora evitato il peggio. Per altro, se si legge la storia di questa montagna, si vede che frane e valanghe hanno sempre dato del filo da torcere alle popolazioni sottostanti. Giorni fa, in una trasmissione radiofonica, ho incontrato Augusta Cerutti, geografa e glaciologa da una vita, conoscitrice della Valle d’Aosta come le sue tasche. Ancora oggi, che non è più una ragazzina, non perde l’antica passione e l’entusiasmo per la sua Valle, che non a caso – proprio ricordando come il fiume principale della Valle abbia forgiato il territorio – in un suo celebre libro chiamò “Le Pays de la Doire”. Quando la Cerutti racconta della Dora Baltea lo fa con entusiasmo e partendo dagli albori: dapprima le acque del Monte Bianco confluivano nel bacino del Rodano, poi per un certo periodo andavano già dal nostro versante a confluire verso il Sesia, poi con lo “sfondamento” dei monti di Montjovet la Dora andò verso la pianura nell’attuale configurazione di affluente del Pò. Altrettanto entusiasmo dimostra per i “suoi” ghiacciai, che sono scesi e risaliti nel tempo. “Un giorno - ha osservato serafica - il Canavese sarà di nuovo ricoperto di ghiaccio, ma ci vorrà tempo”. Che i nostri amici canavesani siano avvertiti del nostro imperialismo glaciale! Sui cambiamenti climatici sembra scettica riguardo ad un eccesso di ruolo della componente umana, perché - dice - i cambiamenti registratisi in milioni di anni (solo scriverlo mi dà il capogiro) ci sono stati con forza e violenza anche quando noi umani eravamo del tutto ininfluenti. Sa, in questo, di essere piuttosto controcorrente, ma mi pare che resti ancorata all’idea che ci siano meccanismi – in verità inesplorati – che rendono anche il territorio della Valle cangiante, al di là del fattore umano. Gli estremi sono stati: una Valle come enorme distesa di ghiacci o periodi caldi – tipo quello medioevale fra l’800 e il 1300 – che hanno visto sentieri in alta quota e cereali coltivati vicino a villaggi poi disabitati. Ma sul fatto che l’uomo alpino debba convivere con la Forza della Natura (uso le maiuscole come evidente rafforzativo) mi pare che di dubbi non ce ne siano, come dimostrano – e la Cerutti lo sa meglio di me – documenti storici, come registri parrocchiali pieni di tragedie personali e collettive, per non dire delle leggende, fatte di paesi scomparsi e prodigi inspiegabili. Sono temi che oggi, per fortuna, possiamo trattare con approccio scientifico e il dato inoppugnabile è la terribile fragilità del nostro territorio. Ogni tanto mi capitava, specie nello spiegare i danni del dopo alluvione del 2000, quando ero deputato impegnato nelle settimane subito dopo gli avvenimenti a trovare soluzioni a Roma, di discutere interlocutori stupefatti dalla circostanza, a noi ben nota, di 74 Comuni su 74 minacciati in qualche modo da problemi idrogeologici, più o meno gravi. Le montagne non stanno ferme e vi è un rischio naturale insito nella nostra presenza, certo accentuato anche da sbagli del passato, come l’aver edificato in luoghi dove mai i nostri avi avevano pensato di farlo. La vicenda costosissima della frana di La Saxe di Courmayeur è un caso fra tanti. Ce ne sono già stati e ce ne saranno altri, specie per quei cambi climatici che rendono le stagioni incerte e certi fenomeni naturali eccessivi e pericolosi. Almeno questa è la percezione. Era difficile un tempo, anche perché le persone campavano poco e certi cicli di cambiamento erano forse più lunghi, che ci fosse quella percezione personale che noi invece avvertiamo. Bisogna conviverci con certi pericoli, ma bisogna anche sapere – e chi si occupa dei rapporti finanziari con Roma e delle regole di bilancio di Bruxelles dovrebbe averlo ben chiaro – che una parte del nostro riparto fiscale deve obbligatoriamente finire, senza lacci e lacciuoli del patto di stabilità, nelle colossali e costose opere, che vanno anche costruite e poi mantenute, per evitare che la Valle d’Aosta crolli malamente sulla testa di chi ci abita. Intanto, per capirci, se oggi avessimo un’alluvione disastrosa come quella del 2000, che per la ricostruzione gravi quasi del tutto sulle casse regionali, rischieremmo di certo di non avere i soldi per la farlo, ma anche – per i soldi comunque a disposizione – di non poterli spendere. Anche questo è un volto, molto serio, delle vicende che mostrano l’incapacità di gestire i rapporti con Roma, anche per mettere in maggior sicurezza la nostra Valle.

Luciano Caveri


Emile Chanoux, d’abord

Bisogna, mai come ora, mantenere i nervi saldi e pensare che è necessario fare in modo che il popolo valdostano capisca contro ogni operazione di fumisteria e controinformazione. Anche io, come molti, ho il mio latinorum, ma non lo uso “alla Azzeccagarbugli” (il personaggio manzoniano stereotipo del leguleio da strapazzo, che vuole confondere le acque), ma perché spesso certe espressioni che arrivano da un passato remoto mi sembrano più efficaci di tante espressioni contemporanee. E’ il caso di “primum vivere, deinde philosophari” («prima si pensi a vivere, poi a fare della filosofia»). Si tratta di un ben noto richiamo ad avere maggiore concretezza e a una maggiore aderenza agli aspetti pratici della vita. Una espressione di successo nel suo uso, che viene in genere attribuita al filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679), trattandosi invece probabilmente di un modo di dire molto più antico. Non c’è da stupirsi: nell’evoluzione del pensiero umano è bene non buttare mai via niente ed è del tutto naturale che una frase di successo finisca poi per rimbalzare durante i millenni. Anche in politica, nella Valle d’Aosta di oggi, questo “primum vivere” sembra aver sostituito dentro l’aula del Consiglio Valle la frase di Emile Chanoux, che suona così: «Il y a des peuples qui sont comme des flambeaux, ils sont fait pour éclairer le monde ; en général ils ne sont pas de grands peuples par le nombre, ils le sont parce qu'ils portent en eux la vérité et l'avenir». Frase piena di suggestioni e foriera anche di gravi responsabilità, sia perché bisogna essere degni di tanto insegnamento sia perché suona come un ammonimento per chi viene eletto consigliere regionale. La sostituzione della frase con il “primum vivere” è avvenuta all’inizio della Legislatura, quando la maggioranza regionale Union Valdôtaine-Stella Alpina si è trovata, su 35 consiglieri eletti, con 18 consiglieri come maggioranza. Tentata sin dall’inizio e poi in varie fasi successive, una campagna acquisti nelle file dell’opposizione, il Governo Rollandin (con il Presidente, Augusto, politico dagli anni Settanta del secolo scorso) vivacchia dallo scorso anno. Il percorso è di guerra fra gli attacchi delle opposizioni e le ripetute fucilate, neppure risolte da un recente rimpasto di governo, di franchi tiratori. La coperta, tirata da una parte o dall’altra, è sempre corta, ma la maggioranza e il suo Presidente non deflettono e tengono duro nella logica della resistenza attiva e passiva, sopra e sotto, oggi e per sempre. Le Istituzioni, per capirci quelle auspicate proprio dal martire Chanoux, passano in secondo piano. Si vive questa vita spericolata, sempre borderline, ammantandola da una generosa scelta di restare “per il bene dei valdostani”. Nel frattempo la credibilità della politica viene fatta a pezzi e la stessa opposizione, malgrado la strenua lotta per affermare valori democratici e metodi diversi, rischia di finire nel tritacarne di un’opinione pubblica stremata. Per questo è bene che si operino dei distinguo e non lo dico per fare il difensore d’ufficio, perché anch’io – pur rotto a molte esperienze della politica – confesso un certo affaticamento. Per la semplice ragione che, ad esempio sulle dimissioni di chi viene sfiduciato, penso sempre – che sia Presidente della Regione e del Consiglio – che debba essere il buonsenso e non una pistola puntata alla tempia a fare decidere le persone. Se non lo fanno, per resistere ad oltranza e al di là di ogni ragionevolezza, senza pensare ad una via giudiziaria che non è la soluzione, ci vuole una sanzione politica, che vuol dire anche distinguere, pur con tutte le difficoltà possibili, fra chi è dalla parte della ragione e chi, invece, dalla parte del torto. Che tutti ci ragionino e l’estate non può essere da questo punto di vista come una boccata d’ossigeno per chi aria non ne merita più. Che chi ha coraggio e forza per farlo contribuisca a voltare pagina per rimettere nell’aula di Piazza Deffeyes la frase di Emile Chanoux. Per noi dell'UVP non sono solo parole.

Luciano Caveri


Quel sassolino sulla Testa Fochi

Fatemi togliere, per favore, un sassolino dalla scarpa..

Fatemi togliere, per favore, un sassolino dalla scarpa, perché ci sono volte in cui star zitti non serve a niente. Può piacere o non piacere, ma - chi come me ama e ha studiato la Storia lo sa bene - le vicende storiche le scrivono i vincitori. E fra i vincitori di questi anni, aspettando il girone di ritorno, ci sono senza dubbio due compagni di partito - anche se stento ancora a scriverlo e devo darmi un pizzicotto - l'attuale presidente Augusto Rollandin e il suo amico-nemico Bruno Milanesio, già politico, incaricato di occuparsi, per gli illustri precedenti, del delicato dossier della trasformazione della "Testa Fochi" da caserma alpina nel cuore di Aosta in sede della locale Università. Ieri si è avuta la cessione del bene alla Regione Valle d'Aosta, a conclusione di un iter complicato, ma ricordo che a beneficio delle elezioni regionali c'era stata una accelerazione con la impagabile sceneggiata della "posa della prima pietra", degna della recita di Totò e Peppino. Anche se il clima di certi momenti è meno gioioso e più simile a quanto avviene nella luminosa democrazia della Corea del Nord. Sulla cerimonia e i comunicati ufficiali, noto che si è fatto come faceva Stalin, all'epoca delle sue "purghe", quando dalle fotografie ufficiali sparivano dai gruppi, con gran maestria, le facce dei dissidenti e di chi cadeva in disgrazia. Così con lo stesso metodo, durante questa cerimonia - in spregio al bon ton e anche del buonsenso - è stata cancellato di fatto e senza scrupolo l'importanza di quell'accordo fondante del 2007 fra chi vi scrive e l'allora ministro della Difesa Arturo Parisi. Si parte, invece, con un colpo di spugna, da un anno dopo, quando fu inscenata - anche a giustificazione dell’accordo in itinere fra Union Valdôtaine e Popolo della Libertà (nefasto poi per il destino politico dei pidiellini locali) - una seconda firma fra il ritrovato presidente della Regione e il ministro Ignazio La Russa. Come se si dovesse tornare da capo e come se non si fosse capito che si era prospettato chissà quale problema irrisolvibile per far entrare in azione i due supereroi. Una firmetta e si riparte. Trovo che sia una ricostruzione sbagliata, non tanto per me che vivo in assoluta pace con me stesso, quanto proprio per quel ministro Parisi a cui feci riferimento allora, dicendo: «ho capito che questo progetto si poteva concludere quando è stato nominato Arturo Parisi alla guida del Ministero della Difesa». E' vero: ci voleva un sardo, prodiano di ferro, uomo integerrimo, per imporre una soluzione. Dicevo, quel 22 maggio di sette anni fa: «Siamo giunti alla conclusione di questa importante cessione, a cui seguirà un accordo di programma, per la "Testafochi", dove verrà mantenuto e potenziato il museo alpino, verrà trasformata in un campus universitario ed Aosta, città degli Alpini, diventerà città degli Alpini e degli studenti». Ricordo anche il ruolo essenziale dell’allora Comandante locale degli alpini, generale Bruno Petti, che disse: «si tratta di un progetto ambizioso, fortemente voluto per risolvere le carenze del "Centro addestramento alpino" e per offrire una sistemazione efficace ed efficiente delle infrastrutture del Centro stesso. Questo costituisce, contestualmente, un'opportunità di offrire all'Università della Valle d'Aosta una sede decorosa. Noi abbiamo la necessità di disporre di infrastrutture che possano permetterci di svolgere l'impegno che siamo chiamati a rispettare: innanzitutto un'azione di sviluppo e il ruolo di elemento principale nella gestione delle azioni relative alla montagna». Esemplari anche le dichiarazioni del ministro Parisi: «questo accordo giunge ad un anno esatto dal voto di fiducia del nuovo Governo e dà seguito a uno degli impegni presi, la valorizzazione del patrimonio della Repubblica che ci chiama a dar seguito al ripensamento dello strumento militare e alle prospettive strategiche. Questa intesa fornisce nuove possibilità di attrarre e mantenere i giovani sul territorio. La Scuola alpina e l'Università, riallocate, possono dare un contributo alla Regione, con un respiro più ampio, fornendo nuovi stimoli per la crescita della regione stessa e della Repubblica». All'epoca ci si muoveva in accordo con l'Università, a riconoscimento della sua autonomia, ormai del tutto "cigolante" nella situazione attuale e non a caso disse l'allora rettore Pietro Passerin d'Entrèves: «sono chiaramente soddisfatto per questo accordo e potremmo, in questo modo, perseguire gli obiettivi di sviluppo che ci siamo posti, riuscendo così a far partire un nuovo corso di studi, una facoltà scientifica ambientale dedicata alla montagna e all'agricoltura, che si aggiungerà alle cinque già attive». Ricordo anche la presenza dei due parlamentari Carlo Perrin e Roberto Nicco, proprio perché nella storia non si gioca con le omissioni. Che quell'accordo e le determinazioni successive del Governo, che ebbi l'onore di guidare, risultino il punto di partenza è dimostrato dal fatto che la logica di "do ut des" fra Regione e Forze Armate (migliorie alla "Cesare Battisti" ed eliporto di Pollein, solo per ricordare due capisaldi) è rimasta sempre quella. Tutto questo per opportuna precisazione, senza gusto di autocelebrazione, ma la verità non si cambia adulterando i fatti. E le Istituzioni e chi le incarna si devono attenere al principio.

La centralità delle Assemblee elettive

Ogni volta che mi capita di ragionare sulla democrazia, per mia formazione personale e anche per le esperienze politiche fatte, trovo che la chiave di volta - oggi come sin dagli esordi e durante lo sviluppo della democrazia parlamentare - sia rinvenibile nel rapporto fra chi governa e le assemblee elettive. Su questo aspetto fondamentale oggi possiamo avere un triplice sguardo. Iniziamo dalla visione più ampia: il Parlamento europeo, pur nel pieno della crisi dell'Unione, ha eletto per la prima volta il Presidente della Commissione europea e con la revisione periodica dei Trattati il Parlamento è uscito dal limbo di logiche solo consultive, assumendo un ruolo influente nella politica comunitaria. Vi è poi il caso italiano: ogni Presidente del Consiglio "decisionista" mira, durante il suo percorso, a rafforzare l'Esecutivo a detrimento del Parlamento. Le ragioni sono anche quelle messe in campo da Matteo Renzi: bisogna sveltire le decisioni e questo significa eliminare le lentezze del bicameralismo perfetto, riducendo a poca cosa il Senato e la manovra a tenaglia si completa con lo spostamento al centro di poteri e competenze oggi in capo alle Regioni e pure con una corsia nuova per lo strumento del decreto legge, rafforzando la capacità di legiferare del Governo senza il Parlamento fra i piedi. Infine il caso valdostano, dove - a ordinamento invariato - l'attuale Presidente della Regione, Augusto Rollandin, agisce come se il sistema fosse presidenzialistico sia nei rapporti con i membri del proprio Governo sia con il Consiglio Valle. Lo fa con logiche extraparlamentari, cioè influenzando l'elezione dei propri consiglieri con meccanismi di fidelizzazione che evitino idee diverse o personalità che lo contrastino e lo fa - aspetto più forte - con un sostanziale disconoscimento del ruolo del Consiglio. Qualunque proposta della minoranza - della maggioranza è ovvio... - non viene presa in considerazione e documenti di indirizzo votati dall'Assemblea (pensiamo alla richiesta di dimissioni dei vertici del Casinò) e frutto del lavoro dell'opposizione finiscono nel dimenticatoio. Questo svilisce l'Assemblea e rafforza l'Esecutivo, che da organo collegiale tende, in più, a diventare monocratico con buona pace del dettato statutario. Eppure i temi del parlamentarismo, della capacità delle Assemblee di essere davvero rappresentative e di incarnare le esigenze di efficacia ed efficienza della politica nelle istituzioni restano cruciali in una democrazia, perché la si possa considerare tale.
Spesso mi vengono alla memoria le parole di Benito Mussolini, quando, adoperando carota e bastone nel novembre del 1922, si dimostrò la sua attitudine di fronte alla Camera dei deputati, agli esordi della sua dittatura. "Signori! Quello che io compio oggi, in quest'aula, è un atto di formale deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun attestato di speciale riconoscenza. Da molti, anzi, da troppi anni, le crisi di Governo erano poste e risolte dalla camera attraverso più o meno tortuose manovre ed agguati, tanto che una crisi veniva regolarmente qualificata un assalto ed il Ministero rappresentato da una traballante diligenza postale. Ora è accaduto per la seconda volta, nel breve volgere di un decennio, che il popolo italiano - nella sua parte migliore - ha scavalcato un Ministero e si è dato un governo al di fuori, al di sopra e contro ogni designazione del Parlamento. Il decennio di cui vi parlo sta fra il maggio del 1915 e l'ottobre del 1922. Lascio ai melanconici zelatori del supercostituzionalismo il compito di dissertare più o meno lamentosamente su ciò. Io affermo che la rivoluzione ha i suoi diritti. Aggiungo, perché ognuno lo sappia, che io sono qui per difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle camicie nere, inserendola intimamente come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio nella storia Nazionale. Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non vi abbandona dopo la vittoria. Con trecentomila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infrangere il Fascismo. Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli; potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo voluto". Quella espressione, direi quasi futuristica, del "supercostituzionalismo" fa venire i brividi. C'è una bella frase, per contro  che usò, nel maggio di due anni dopo nella stessa aula di Montecitorio, il deputato socialista Giacomo Matteotti che, contestando le elezioni manovrate dal fascismo, firmò la sua condanna a morte. È questa: "Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!". Era una reazione alle violenze verbali che i fascisti facevano, interrompendolo, durante il suo intervento.
"Parlamentarmente" potrà sembrare un avverbio bizzarro, ma riassume invece una visione del mondo. Non esiste almeno per ora - anche se Internet potrà diventare, con apposite regole, uno strumento per agorà elettroniche nel futuro - un'alternativa reale al ruolo di bilanciamento delle Assemblee elettive contro le tentazioni o persino la scelta di chi governa di spostare tutte le decisioni nel proprio campo. Lo si può fare in diversi modi, nella buona e nella cattiva fede, per lo più cavalcando l'antiparlamentarismo, che si è spesso abbeverato nella vecchia fonte di chi dice: i meccanismi parlamentari sono lenti ed inutili e lo sono anche gli eletti, inetti o corrotti. Bisogna fare, sveltire, decidere. Oggi certe teorizzazioni vengono al pettine e gli italiani amano gli Uomini della Provvidenza con cui poi praticano con cinismo l'"usa e getta", finito l'innamoramento. È vero che bisogna trovare meccanismi nuovi, svecchiare i regolamenti parlamentari, evitare che i partiti scelgano di eleggere (con le liste bloccate del Porcellum è così) anche degli incapaci purché fedelissimi. Bisogna indagare gli spazi seri della democrazia digitale.
Ma attenzione a giocare con espressioni come "aula sorda e grigia" o ad adeguarsi a questo modo di pensare con i comportamenti concreti.

Luciano Caveri


La nouvelle et la vieille émigration

Tocca sempre, anche come forza politica, annusare l’aria che si respira e capire come agire. Un giorno verrà in cui governeremo e accumulare esperienza per cercare soluzioni è sempre un ottimo punto di partenza. Il fenomeno va esplorato, ma credo che le rilevazioni personali, già incrociate con molti conoscenti, confermino il dato: la crisi economica e la crescente sfiducia nel “sistema valdostano” spingono molti giovani della Valle a scegliere di andarsene in Italia o, sempre più, verso altri Paesi del mondo per cercare lavoro. Si tratta di una vera e propria “fuga di cervelli”, ma anche di manodopera specializzata, che non è il consueto frutto di scelte personali che giustamente spingono i singoli, com’è bene che sia per combattere il morbo del provincialismo aprendosi a novità nel fare esperienze altrove, ma di un flusso che rischia di impoverire la Valle, assumendo caratteri che paiono irreversibili. Si tratta di quanto è capitato nel Sud Italia o in alcuni Paesi del Terzo mondo. Che cosa sia stato in passato dell’emigrazione valdostana lo ricorda bene e in sintesi il Sito meritorio dell’Union Valdôtaine de Paris:
"On estime à 500 000 le nombre de Français d’origine valdôtaine, soit quatre fois la population actuelle de la Vallée d’Aoste. Une émigration valdôtaine ancienne s’est d’abord tournée vers l’Allemagne, depuis la vallée de Gressoney où la pratique des dialectes alémaniques de cette zone walser facilitait une telle destination. Elle a atteint son apogée au milieu du XVIIIe siècle et s’est prolongée durant une bonne partie du XIXe siècle. Mais la principale émigration valdôtaine s’est produite vers la France, la Suisse, les Etats-Unis et l’Amérique du Sud dès le milieu du XIXe siècle et jusque dans les années 1950. À la fin du XIXe siècle, la Vallée d’Aoste va vivre des transformations radicales sur le plan économique et social. La politique libérale voulue par Cavour va engendrer la crise de l'industrie valdôtaine, représentée principalement par les secteurs miniers et métallurgiques. Elle va aggraver, par effet, la situation déjà difficile des zones agricoles. Entre 1862 et 1911, plus de vingt mille Valdôtains, soit un cinquième de la population totale, sont obligés d'abandonner définitivement leur patrie pour chercher fortune ailleurs. Malgré le chemin de fer qui relie depuis 1886 la Vallée d'Aoste à la plaine du Pô, peu de ces migrants songent à l'Italie. Ils préfèrent emprunter, à pied, les anciens cols alpins pour se rendre en France ou en Suisse Romande, les deux pays frères. Beaucoup d'entre eux ont rendu définitive l'émigration saisonnière qui avait toujours caractérisé l'hiver valdôtain dans des métiers comme ramoneur, sabotier ou pour effectuer les saisons de fromage. La destination principale est la France et en particulier la périphérie parisienne où l’on dénombre au début du XXe siècle dix à douze mille Valdôtains. Ainsi, des villes comme Levallois-Perret concentrent une forte population d’immigrés venus de Vallée d’Aoste. Des sociétés de solidarité sont créées : Union Valdôtaine de Paris en 1897, Union Valdôtaine de Lausanne en 1904… Certains fondent des associations d'assistance mutuelle dont le réseau est tellement développé qu'à New York, par exemple, un Valdôtain pouvait toujours trouver une chambre en location auprès de l'un de ses compatriotes”.
Questo inquadramento generale così prosegue:
“Le contexte économique va radicalement changer dans les années 1910 avec l'utilisation de l'énergie électrique dans le secteur industriel. De nombreux groupes étrangers à la vallée (piémontais, lombards) vont réaliser d'importantes infrastructures et s'installer dans la basse vallée. C'est le cas de la « Cogne » à Aoste, usine sidérurgique dotée de hauts fourneaux électriques, la « Soie » et la « Brambilla » à Châtillon et Verrès qui opèrent dans le textile, et de la « ILLSA » à Pont-Saint-Martin qui produira des aciers spéciaux. Paradoxalement, cette industrialisation ne va pas freiner l'émigration des Valdôtains mais générer de nombreux flux immigratoires du Piémont, de Vénétie et, plus tard, du sud de l'Italie, vers la Vallée d’Aoste. En effet, les Valdôtains feront l'objet de discrimination à l’embauche en étant délibérément boycottés par les dirigeants de ces entreprises qui leur préfèreront des ouvriers venant de l'extérieur. Le régime fasciste va accroître le phénomène. Les services publics n'embauchent que des fonctionnaires venus d'autres régions pour obliger les usagers à utiliser la langue italienne. Le régime encourage également l'immigration massive d'italophones et l'émigration des populations locales pour concourir à son projet d’italianisation de la région. Les répercutions de la crise de 1929 vont aussi pousser de nombreux Valdôtains à l’exil économique. En 23 ans, de 1921 à 1944, la Vallée recevra 37 500 immigrés et verra partir à jamais 26 000 nouveaux Valdôtains, le tout sur une population totale de 80 000 personnes. Là encore, on retrouve les Valdôtains en région parisienne où ils effectuent des métiers comme chauffeurs de taxis, laveurs de vitres, cireurs de parquets ou ouvriers agricoles. Des lieux comme la Cité Popincourt, dans le XIe arrondissement de Paris, deviennent pratiquement des centres de transit et de solidarité entre Valdôtains. C’est aussi la période durant laquelle l’émigration vers les Etats-Unis et l’Amérique Latine (Argentine, Vénézuéla…) s’intensifie. Tout en ayant ses journaux, ses restaurants, ses groupes de théâtre, ses équipes de sport, l'émigration valdôtaine va aussi suivre le destin progressif de l'assimilation dans les pays qui l'ont accueillie. Les rentrées définitives en Vallée d'Aoste se feront de plus en plus rares. Malgré tout, l'attachement au pays d'origine restera toujours vivace et se transmettra de génération en génération”.
Mi sia permesso di notare come, nella crisi novecentesca, pesi anche moltissimo sulla popolazione valdostana l’esito terribile, nel numero di morti prematuramente, della strage di giovani soldati valdostani nella Prima Guerra mondiale. Tema da appuntarsi in vista dell’anniversario – un secolo – da quegli avvenimenti luttuosi. Ora questa nuova ondata migratoria contemporanea su cui bisognerebbe avere studi approfonditi per capirne bene le ragioni per evitare che questo possa avere conseguenze gravi, tenendo conto – come in passato – dei nuovi flussi di immigrazione che hanno riguardato la Valle d’Aosta con grandi comunità di cittadini provenienti da paesi esterni all’Unione europea. Si tratta di fenomeni da esplorare proprio per capire se e quali azioni debbano essere intraprese.

Luciano Caveri


La politica siamo noi!

Il silenzio uccide le idee

Parliamo di politica, parliamone. Discutiamo, arrabbiamoci anche, ma discutiamo. Perché il silenzio della gente, delle persone comuni è uguale alla rassegnazione di una situazione che non si può cambiare, lontana da noi stessi, segno in fondo della convinzione di non poter cambiare le cose. Scrivo queste righe dalla Grecia, luogo in cui è nato il concetto più puro di democrazia, dove oggi Tsipras ha portato un vento di speranza e di cambiamento. Penso, a proposito di un "nostro" cambiamento, che ciò che ha sterilizzato le idee dei giovani (e dei meno giovani in fondo) in Valle d'Aosta è stato il fatto di non poter parlare di politica. Certo a meno che la propria idea non corrispondesse a quanto sostenuto dal governo, dal regime.. E allora chiedo ai giovani valdostani di avvicinarsi ai movimenti politici con le proprie idee, con entusiasmo, anche con rabbia, ma soprattutto con la giusta pretesa di essere non solo ascoltati ma aiutati a realizzare la propria idea di "mondo migliore". E chiedo a noi adulti di oggi, non troppo ingenui ma nemmeno troppo disillusi dalla vita, di parlare tra noi, per costruire, per ridare dignità alle idee, per pretendere il senso di educazione civica, per vincere l'omertà. Perché il silenzio uccide le idee. Perché per realizzare quella società migliore occorre fare un passo alla volta, iniziando a parlare, liberamente senza paura, ma per costruire, nel senso di arricchimento che il dialogo può portare. E se sappiamo contare e sappiamo camminare, possiamo contare e camminare insieme. E insieme parlare. Di politica perché la politica siamo noi!

Alessia Favre


Anche per le riforme un giorno verrà

La politica comporta esercizio e che non sia solitario, perché sennò - lo preciso con l'ironia necessaria - abbiamo a che fare con la filosofia, che è altra storia. Ogni tanto gli autonomisti valdostani, non noi che siamo progressisti per ribellione alla palta ad altezza ormai d'uomo dello status quo, sono accusati di un conservatorismo becero. In effetti e purtroppo c'è chi concepisce l'autonomia speciale come passare il tempo a rimirare il proprio ombelico con compiacimento. E rischia degli atteggiamenti egualmente infruttuosi chi faccia la difesa dell'autonomia con un vittimismo inerme o con un bellicismo parolaio. Confrontarsi dunque è un comandamento cui attenersi. Il sistema autonomistico, in assenza di federalismo, è e resta saldamente ancorato ai capricci di un centro, che in questi anni si è fatto bipolare, Roma, cui spetta ancora la materia costituzionale e Bruxelles, che ha fette sempre più ampie di legislazione nelle materie le più disparate. Ovvio quindi che le "Speciali" debbano scambiarsi fra loro idee e concordare comportamenti, guardando a quanto di meglio si esprime a livello europeo. In passato, per lunghi periodi, lo si è fatto con efficacia e non "copiando i compiti", ma in una logica di confronto e dibattito, che fa crescere tutti. Oggi i tempi sono piuttosto grami e fare rete sarebbe un dovere, oltreché un modo per rafforzarsi reciprocamente. Il Presidente della Provincia di Trento, che oggi è anche Presidente di quel poco che resta come poteri e competenze della Regione Trentino-Alto Adige/SüdTirol, Ugo Rossi del Partito Trentino Tirolese, così si è espresso: "Auspichiamo che la riforma del Titolo V della Parte Seconda della Costituzione sappia aprire la strada alla revisione del nostro Statuto speciale nella prospettiva sopra indicata. La prospettiva di una revisione statutaria da realizzarsi secondo il principio dell'intesa e che sappia coniugare salvaguardia e ampliamento dei livelli di autogoverno anche dentro il nuovo quadro costituzionale" Lo ha detto ieri alla Giornata europea di Castel Presule, in Provincia di Bolzano, dedicata a "Regioni in Europa - Europa delle Regioni" con la presenza del Presidente Matteo Renzi. Il tema è centrale anche per il futuro della Valle d'Aosta ed è bene pensarci, anche e forse soprattutto in questo periodo di crisi delle istituzioni valdostane, che sono come chiuse nel buio freezer del passato. Ogni elemento innovativo è stato gelato dal ritorno del Presidente, Augusto Rollandin, interprete di un apparatčik, che non c'è più in nessun posto per la sua visione statica se non passatista e mi riferisco ad un dato politico non anagrafico. E invece l'esigenza di un secondo Statuto d'autonomia per la Valle non è rinviabile. Certo nel tempo - e me ne vanto - alcuni restyling sono stati fatti, ma non basta. Bisogna avere norme nuove e moderne, che tengano conto dell'evoluzione dei tempi. Ma, come dice Rossi, la "conditio sine qua non" è che ci sia il principio dell'intesa. Oggi un nuovo Statuto proposto dal Consiglio Valle finirebbe nel tritacarne del Parlamento con le attuali procedure costituzionali e un testo positivo in partenza potrebbe uscire dall'iter nelle Camere ridotto come uno straccio. L'intesa darebbe a noi e anche, specularmente, a Roma la serenità di un confronto che obblighi a trovare equilibri e mediazioni. È bene parlarne, perché la nostra situazione attuale è quella di oppositori, ma un giorno verrà - spero presto - in cui ci dovremo mettere di buzzo buono per ricostruire e le riforme saranno un passaggio decisivo per essere credibili.

La nave fantasma

In letteratura, nel cinema ma persino nella realtà - con il ritrovamento avvenuto di navi intatte misteriosamente vuote - si è alimentato il mito della "nave fantasma". Si tratterebbe di una nave misteriosa e sinistra, il cui equipaggio sarebbe - come per una maledizione - formato esclusivamente da fantasmi. L'immagine corrisponde tristemente alla situazione attuale del governo della Valle d'Aosta, che sembra sempre più sui temi seri del nostro avvenire e nelle difficoltà del presente come una nave abbandonata alla deriva, senza rotta precisa e il cui Capitano e il suo equipaggio sono ormai ridotti, nella loro azione politica e amministrativa, a dei fantasmi. Così la piccola Valle d'Aosta, che un tempo poteva vantare eccellenze e credibilità, oggi viene vista dall'esterno - che siano Roma, Bruxelles, le altre Regioni, il mondo dell'economia e della finanza - come una nave ormai abbandonata. Solo la cappa di paura e di omertà impedisce ad una parte di esprimersi su quanto è ormai un'evidenza, ma la consapevolezza cresce ogni giorno di più perché rassegnarsi sarebbe letale. Questa situazione è, infatti, gravissima e chi oggi propone un cambiamento non lo fa per sete di potere o per capriccio e basta - per quel che ci riguarda - fare dell'UVP una caricatura. Esiste una voglia di alternativa che noi oggi siamo in grado di incarnare, voltando pagina e lavorando su basi nuove. Chi si troverà a prendere in mano la "cosa pubblica", dopo questi anni del "ritorno" del Presidente Augusto Rollandin - con il quale ogni compromesso sarebbe ormai una compromissione - lo dovrà fare ricostruendo quanto è stato distrutto. Sarà difficile e faticoso e la sfida implicherà energie e tempo. Ma non esiste alternativa e bisogna farlo per senso patriottico e di responsabilità, perché in gioco c'è l'autonomia speciale della Valle d'Aosta e il futuro nostro e dei nostri figli. Chi si abbevera al sempre più ristretto cerchio magico del potere assoluto che avvelena la Valle cerca sempre di buttare in vacca ogni discorso sullo stato della Valle d'Aosta, usando furberie, battute e osanna al Capo e descrivendo chi si propone un'alternativa alla stregua di bande di arrivisti rosi da ambizioni e rivalse. Chi lo fa difende status quo e prebende, per lo più immeritate e dunque la difesa è comprensibile: lo si fa per sopravvivere. Ma bisogna continuare a lavorare per portarla in porto questa nave fantasma per ripartire con serietà e competenza.

Luciano Caveri


La farina del diavolo

Le delicate regole democratiche

Il potere ha una fortissima componente attrattiva: questa mia affermazione non significa per nulla una lettura che suoni con accezione negativa. Chiunque faccia politica coltiva, infatti, la legittima speranza di dimostrare di saper governare e dunque di mettere in campo tutte quelle idee e quei progetti che poi, in democrazia, si devono trasformare in concrete azioni amministrative e nella capacità legislativa. Ecco perché, nel migliore dei mondi possibili, il candidato ("vestito di bianco", poiché nell'antica Roma chi aspirava alle cariche pubbliche vestiva la toga bianca) dovrebbe avere le doti e le conoscenze per poterlo fare. Poi sappiamo, nella pratica, che la politica attira anche persone incapaci e persino disoneste per una serie di meccanismi perversi che la democrazia stenta a correggere. Un esempio: il suffragio universale è il sale della democrazia, ma è un diritto che non può essere esercitato in modo consapevole se non con cognizione di causa. Oppure, altro approccio, c'è chi decide - ormai quasi un cittadino su due alle Europee - che questo voto non serve e diserta le urne ed è bene capire il perché questo avvenga in modo crescente. Aggiungiamo che in Italia certi principi etici, alla base della democrazia rappresentativa, sono stati annacquati da tolleranza e indulgenza e i comportamenti personali finiscono per essere ormai attenuati dal perdonismo, tollerante grazie alla remissione dei peccati. L'ultima e più recente tendenza è il rischio di una crescente indistinguibilità in Italia fra maggioranza e opposizione, quel meccanismo fondamentale per il cittadino per sapere bene chi governa e chi aspira a farlo, svolgendo dell'opposizione quel lavoro di controllo e di controcanto, che tiene la democrazia sempre tesa come una corda di violino. Ora, invece, si fa viva la tendenza a formare grandi coalizioni, dette delle "grandi intese" che, nel nome della crisi e delle emergenze, vorrebbero creare una perenne aggregazione indistinta, che dia la governabilità. Vien da usare quell'espressione in francese, "Embrassons-nous", nata dal successo di una comédie-vaudeville d'Eugène Labiche et Auguste Lefranc, andata in scena a Parigi nel 1850 e diventata un'operetta nel 1879. Da qui deriva appunto quella che è ormai una definizione standard: "une expression ironique désignant des démonstrations d'amitié ou de joie qui permettent d'oublier ou qui occultent les problèmes". Nessuno nega - preciso subito - che ci possano essere, come avvenuto in Italia nel primo periodo del post fascismo, formule di intese in momenti di passaggio drammatici. Ma non è la regola. Per cui oggi, per giustificare il diffondersi della formula, c'è chi si nasconde dietro il dito, spesso solo per trovare un alibi per giustificare il proprio legittimo desiderio di abbandonare il campo dell'opposizione, che è posizione faticosa e avara di soddisfazioni. Ed invece penso che sia sempre un bene - lo dico anche per la crisi d'identità della politica valdostana di oggi - che sia chiaro chi e cosa rappresenti ciascuno dei soggetti politici sulla scena e chi stia con chi in assoluta trasparenza, specie quando la legge elettorale chiede al momento del voto di definire gli schieramenti. La confusione e la logica del "piede in due scarpe" non sono, in questo senso, positive e le tentazioni di fare i furbi non portano bene. Come sostiene il detto: "La farina del diavolo va tutta in crusca" e cioè i vantaggi ottenuti in modo disonesto sono alla fine privi di valore...

Luciano Caveri