Ai Catalani

con affetto

Non ci si può che complimentare con i catalani che hanno tenuto coraggiosamente la posizione sulla consultazione in favore del distacco del loro Paese dalla Spagna. Ma vale, in premessa, una considerazione generale: gli Stati Nazione, a dispetto della brevità della loro storia rispetto all'avvicendarsi delle istituzioni politiche da quando l'umanità ha deciso di organizzarsi in comunità sempre più consapevoli, sono convinti di essere potenze eterne e invincibili. Le guerre mondiali sono state un esempio evidente della carica di violenza generata e oggi l'impotenza delle istituzioni democratiche, laddove gli Stati sono più accentrati, sono un ulteriore elemento. A maggior ragione ribadisco tutto il mio favore per il risultato del referendum in Catalogna, purtroppo privo di un valore costituzionale, ma dalle evidenti implicazioni politiche. La Spagna, nella logica deviata dello statalismo padrone, ha fatto bocciare il referendum ufficiale nel nome della legge e ritenuto illegittima anche la consultazione di ieri con due milioni di persone alle urne. Capisco che sui dati (80% a favore dell'indipendenza) si può discutere: un conoscente mi ha scritto prima che ne scrivessi io, con una specie di bonario ammonimento, sostenendo che, essendoci in Catalogna cinque milioni e mezzo di potenziali votanti ha vinto di fatto il NO. Posizione che rispetto, ma non condivido, perché partecipare ad un referendum non ufficiale - e anzi gravemente ostacolato da Madrid - non era per nulla banale. Per cui, conoscendo la storia e la cultura di quel popolo, sono spassionatamente con loro e penso che la loro indipendenza sia ormai, anche e proprio con l'esito di ieri, solo una questione di tempo. Quando ci sarà il referendum "vero", vedremo se avrò o meno ragione. Spero che per giungere a questo pronunciamento ci sia buonsenso da parte del Governo spagnolo e la considerazione che l'autodeterminazione dei popoli non è un principio a corrente alternata, ma un caposaldo irrinunciabile del diritto internazionale. Che i diritti interni dei Paesi furbeggino sul punto offre il senso del degrado del diritto e della politica. E in Italia? Lo Stato Nazione, benché ridotto sul lastrico e con una politica dei compromessi per propria sopravvivenza, mostra i muscoli alle Regioni, comprese quelle - come la Valle d'Aosta - dove una Regione autonoma coincide con un comunità politica maturata nei millenni. Quando lui, lo Stato Nazione, neppure esisteva. Immagino che da noi un referendum ufficiale come quello scozzese sia da considerarsi inimmaginabile da parte dello Stato e lo stesso varrebbe per un referendum alla catalana. Immagino che chi si facesse promotore di certe iniziative - non solo con effetti annuncio o con scene da folklore, ma con fatti politici e giuridici - finirebbe in fretta in galera e la reazione repressiva sarebbe espressione dei tempi. Se sta morendo il regionalismo ordinario e anche quello speciale, mentre gli enti locali funzionano solo come emanazione di Roma, figurarsi guardare più in su della situazione attuale. Chiunque, come chi vi scrive, si dichiari con fierezza un federalista rischia di finire in fretta nella lista degli eversori. Eppure basterebbe un pochino di buonsenso nel Parlamento attuale, che asseconda un disegno di riforma costituzionale centralista del Governo Renzi in continuità con Berlusconi e Monti, mostrando che non è più solo un problema di schieramento, per capire che il rilancio del centralismo statalista è anacronistico e potenzialmente persino autoritario. Scriveva di questo federalismo interno il Professor Lucio Levi, prematuramente scomparso, vittima di una slavina alle Cime Bianche, tanti anni fa: "La crisi dello Stato nazionale si manifesta anche in una direzione opposta, che si esprime nei movimenti per l'autogoverno regionale e locale, cioè nella tendenza al superamento degli aspetti accentratori e autoritari dello Stato nazionale. Soprattutto nelle società industriali avanzate, coinvolte nella rivoluzione scientifica, la quale crea nuove forme di società e di economia, si stanno creando le condizioni per sviluppare una forma di organizzazione dello Stato pluralistica e decentrata e per rinnovare, in relazione ai problemi della società postindustriale, le strutture del federalismo classico. Rispetto ai cambiamenti, che ho illustrato sopra, la vecchia concezione del federalismo, intesa come teoria puramente istituzionale, si è rivelata del tutto inadeguata. Essa ha indubbiamente carattere riduttivo. In primo luogo, perché la conoscenza di uno Stato non è completa se non si prendono in considerazione le caratteristiche della società, che permettono di mantenere e di far funzionare le istituzioni politiche. E quindi, se lo Stato federale è una formazione politica dotata di proprie caratteristiche, che la distinguono dagli altri tipi di Stato, dobbiamo ipotizzare che abbiano qualche carattere federale i comportamenti di coloro che vivono in questo Stato". L'Italia di oggi sta facendo il contrario e questo accentuerà la crisi politica e non aiuterà a risolvere la crisi economica e finanziaria. I catalani sono dunque alleati naturali anche dei valdostani, oggi stretti alle corde da tagli finanziari e da attacchi a poteri e competenze regionali. E sono in tanti ad agitare lo spettro dell'abolizione della Regione autonoma. La miglior difesa è l'attacco, nel solco democratico del federalismo. E i valdostani hanno, per fortuna, una tradizione cui rifarsi, dimostrando di esserne degni.

Luciano Caveri


Un uomo sul ponte

Oggi, andando in macchina verso casa, mentre affrontavo una rotonda, ho notato con la coda dell'occhio una persona corpulenta, che si trovava dall'altra parte del parapetto sporta verso il vuoto su di un ponte sulla Dora. Mentre fermavo la macchina e accorrevo, ragionavo che poteva essere una persona che aveva deciso di buttarsi per uccidersi, ma certo aveva sbagliato: c'era poca acqua nel fiume e il salto non era di certo mortale. Ma poi, mentre osservavo altra gente avvicinarsi prima di me e riuscire a far scavalcare l'uomo per farlo tornare sulla strada, ho capito d'improvviso la dinamica: c'era, infatti, una corda fissata al tubo di ferro del parapetto e dall'altra un nodo scorsoio già fatto. Voleva impiccarsi gettandosi nel vuoto! La persona - direi trentenne - sudata, tremante e con gli occhi pieni di pianto, è stata accompagnata alla macchina da persone amiche o forse parenti. Gli ho parlato e mi ha rassicurato e poi consiglio a chi gli è vicino di accompagnarlo all'ospedale. Così finisce, in pochi minuti, questa storia. Restano preoccupazione e emozione. Chi era? Perché? Cosa ne sarà di lui? Ragiono, mentre guido, sul fatto di come, nella ragnatela quotidiana dei nostri incontri, capiti spesso di incontrare il dolore. E di come ci si senta impotenti di fronte a certe difficoltà e a certi travagli. Se già in periodo ordinario questo è vero, lo è a maggior ragione in un periodo come questo il cui la crisi economica crea preoccupazione e disperazione. Un pessimismo cupo avvolge come un cappa la nostra società, dove già normalmente ci sono situazioni di difficoltà e di depressione. È vero che dai periodi di crisi si esce. Serve a poco crogiolarsi nelle difficoltà, ma bisogna guardare con fiducia al futuro. Ma questo non significa affatto non essere obbligati a farsi carico di quanto angoscia, non funziona e alimenta tristezze e sofferenze. In democrazia non esistono solo le istituzioni, ma deve esistere una logica partecipativa e compassionevole, riassumibile nei capisaldi dello Stato Sociale. Il cittadino e le famiglie non sono sudditi inanimati, ma soggetti cui devono essere garantite politiche imbevute di comprensione e di umanità. Nessuno nega che il Mercato e le sue regole comprendano anche il taglio agli eccessi di assistenzialismo e si combattano sprechi e rendite di posizione. Ma questo deve avvenire, specie per chi si ispiri ai valori del federalismo, attraverso un approccio attento anzitutto alla persona e alle esigenze della comunità che la esprime. La ricerca della Felicità, sancita nella vecchia Costituzione americana, con il suo valore retorico e semplicemente programmatico, può fare sorridere nella sua logica di affermazione "manifesto". Ma a questo in realtà bisogna mirare per dare valori umanisti e vitali alla politica, che altrimenti sarebbe davvero poca cosa.

La guerra (politica) di tutti i giorni

Esiste una politica che vola in alto e che appare essere distantissima. Ma è un errore di prospettiva: certe scelte si riversano poi sulla qualità della vita di ciascuno di noi e della nostra comunità. Ragionare sull'autonomia è un dovere: sappiamo bene che il regime autonomistico attuale, pur in parte tutelato da norme costituzionali, è ben diverso da un regime federalista. Per capirci: il federalismo non è una "concessione" ed i Paesi federalisti "veri" hanno nella fiscalità locale la chiave del sistema, non come in Italia dove i criteri di tassazione (e pure l'esazione) vengono decisi al centro, consentendo solo - così è per le Regioni - di aumentare le aliquote! Ma occupiamoci dei soldi, dell'«argent qui fait la guerre». Per molti anni il nostro ordinamento finanziario ha tenuto. Questo non è mai avvenuto "per grazia ricevuta", ma Finanziaria dopo Finanziaria - anche con l'uso delle norme di attuazione "a blindatura", ad esempio del fondo compensativo per il venir meno dell'Iva da importazione dei Paesi Cee - la battaglia era sempre stata campale. Ricordo notti intere alla Commissione bilancio della Camera a vigilare sugli emendamenti che si succedevano per evitare sorprese e, anzi, aggiungere qualcosa di buono per le casse regionali. Questo ha significato anche, sino a un certo punto, assumere - in una logica pattizia - nuove funzioni e competenze in cambio del fatto che non si toccasse la percentuale delle quote a noi spettanti. Meccanismo che si è bloccato con le norme d'attuazione, mai attuate, sul Catasto e la ferrovia alla Regione. Da qualche anno a questa parte, la situazione finanziaria è precipitata con un dimezzamento delle risorse e le ragioni non tocca a me spiegarle. Alla riduzione sino al suo esaurimento del già citato fondo compensativo si è sommato, infatti, l'uso crescente della "riserva erariale"dello Stato, che vuol dire che una parte della tassazione se la tiene Roma con la scusa del rientro dal debito pubblico e anche con il meccanismo del "Patto di stabilità" (che io ho denunciato quando altri erano silenti), che ha creato in certi anni il paradosso di avere i soldi ma di non poterli spendere. Ora, in modo crescente, si usa a Roma una politica furbesca: diminuisce con la "Legge di stabilità" la tassazione con evidenti ricadute sul riparto fiscale e questo - mi pare senza la dovuta partecipazione al Consiglio dei Ministri del presidente della Valle, come da obbligo statutario - "scarica" sulla Regione (e anche sui Comuni) la responsabilità di aumentare la tassazione. Roma ride e fa bella figura, Aosta piange e diventa "cattiva". Siamo davvero ad un corto circuito della nostra autonomia speciale. I poteri e lo spazio di autogoverno si impoveriscono via via attraverso questo svuotamento della capacità finanziaria. E siamo a livelli tali di "tagli", a causa evidentemente di problemi di interlocuzione e di credibilità politica, che ormai risuonano forte le sirene di allarme. Si tratta di uno svuotamento dell'autonomia che colpisce al cuore le prerogative economico- finanziarie. Sapendo che l'autonomia politica era già minata, in questi ultimi anni di "redde rationem", da una "mala gestio" della cosa pubblica. Di questo bisogna discutere, come stanno facendo le Province autonome di Trento e Bolzano, che hanno limitato i danni, facendo proposte intelligenti e facendo pesare il giusto equilibrio politico fra diritti e doveri derivanti dalla Specialità. Una strada già battuta, che basterebbe in parte seguire, segnalando come il "salasso" dei valdostani sia stato, nel breve, molto più elevato di qualunque ragionevole logica di "spending review". Esiste un buonsenso anche nel risparmio, che non può avere un effetto deflagrante su di una comunità. Specie se, di fatto, certe scelte non avvengono in modo ragionato e condiviso, ma con diktat dal sapore "étatique". Ma, come dicevo, si tratta di una battaglia per le proprio ragioni da combattere tutti i santi giorni, nel quadro di una guerra politica e come tale guerra simulata, che concerne i rapporti, intendendoli come necessariamente corretti fra Istituzioni, nel quadro della stessa Repubblica. Si chiamerebbe, ma pare disatteso, il principio di "leale cooperazione". Se questo si interrompe, allora ogni strada diventa percorribile. Verrebbe da intitolare per sdrammatizzare: «Roma, non far la stupida stasera...». Purtroppo, però, c'è poco da ridere.

Luciano Caveri


Referendum sull’euro

Realtà senza storie

Bisogna sempre fare attenzione alle proposte che si fanno in un’epoca come questa, in cui già sentiamo pifferai magici in tutti gli angoli e questo accresce la forza dell’antipolitica, che rischia di essere sempre anticamera di svolte autoritarie. Credo, comunque, di essere abbastanza navigato per distinguere un’iniziativa politica da una decisione che possa avere un fondamento giuridico reale. Ma il distinguo dev'essere chiaro per tutti proprio per evitare equivoci fra "effetto annuncio" e possibilità di una sua realizzazione. È il caso della storia, ormai ripetuta all’infinito da Beppe Grillo, sul referendum “per uscire dall’euro”, rilanciata per l’ennesima volta nella assemblea del suo Movimento, svoltasi nel fine settimana al Circo Massimo. Un luogo storico romano denso di significati, dal ratto delle Sabine in poi, diventato in epoca contemporanea luogo per concerti, spettacoli, festeggiamenti e anche manifestazioni sindacali e politiche, come questa kermesse del Movimento 5 Stelle. Ma dicevamo dell’euro e di questa parola d’ordine che il fondatore principale di M5S ha posto come pietra angolare per i mesi a venire, come ha già ripetutamente fatto in passato. L’euro, moneta europea, nasce con il Tratto di Maastricht del 1992 e l’Italia ha ratificato questo documento cardine dell’integrazione europea. La moneta è poi diventata attiva dieci anni dopo, ma la base giuridica è quella. Questo vuol dire, senza dubbio alcuno, che adoperare il referendum significherebbe, prima di poterlo fare, modificare quell’articolo 75 della Costituzione che vieta di sottoporre a referendum abrogativo le leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, come quello di Maastricht. Questa previsione vale anche per quel referendum consultivo che qualcuno ipotizza. Vi è, infatti, il precedente della consultazione del 1989, quando venne chiesto al popolo italiano di esprimersi a favore o contro il mandato al Parlamento europeo per redigere un progetto di Costituzione europea. Ma questo referendum venne indetto, con le procedure complesse di cui all’articolo 138 della Costituzione, con apposita legge costituzionale, che permette appunto di fare delle eccezioni. Questa è l’unica strada per evitare che la questione resti sul legittimo piano delle opinioni politiche, non potendo però di fatto diventare qualche cosa di operativo. Si tratta, come dicevo, di un iter lungo e complesso, che non consente delle scorciatoie proprio per il carattere rigido della nostra Costituzione, nato per evitare cambiamenti costituzionali con colpi di mano. Per altro, per chi volesse andarsene dall’euro per tornare alla liretta, dovrebbe discutere l’uscita con i partner europei, trattandosi di una scelta che non può avere un carattere unilaterale. E’ ovvio, a questo proposito, che non si può volere la botte piena e la moglie ubriaca. La richiesta di uscita – diversa la posizione di chi non aderì all’euro scientemente o di chi non ha potuto farlo in assenza di “fondamentali” che lo permettessero – significherebbe di fatto uscire dall’Unione europea. Esiste anche l’ipotesi, che sarebbe assai negativa per l’Italia, di immaginare – come fanno alcuni – un’Europa a due velocità, con l’Italia che finisce in una sorta di Unione europea di serie B o con ritorno alla propria moneta di origine o con un euro bis. Non mi dilungo sugli aspetti tecnici e sulle ricadute economiche di una possibile uscita. Il quadro sarebbe assai complesso e rischioso e chi la fa facile coglie solo l’effetto deflagrante. Più semplice, anche in questo, occuparsi della “pars destruens” di quella “costruens”, ammesso e non concesso che si possa fare, come già argomentato. Ricordo un'intervista del costituzionalista Stefano Rodotà, candidato al Quirinale dei Cinque Stelle, in cui disse senza fumisterie: "Io sono molto scettico, anzi devo dire anche ostile. Innanzitutto vi sono vincoli di tipo costituzionale, perché qui siamo di fronte a trattati internazionali per i quali il referendum è esplicitamente escluso. Ma lasciando da parte l'argomento formale, qui c'è un problema di scarso approfondimento di questo tema. Cosa significherebbe uscire dall'Europa? Quali sarebbero i costi, non soltanto i costi in astratto per l'economia, ma proprio i costi concreti che sarebbero sopportati da chi è più debole economicamente? Siamo così sicuri che un'Italia che ha una situazione, critica, che stenta a riprendere il passo, non sarebbe stata travolta da una crisi molto più profonda se non avesse avuto l'ancoraggio europeo? Lo so che né la politica né la storia si fanno con i "se", ma credo che queste cose andrebbero prese in considerazione". Approvo e sottoscrivo. Capisco – anche nelle discussioni che abbiamo avuto sul tema come UVP – che oggi essere a favore del processo di integrazione europea obblighi a perenni distinguo fra le molte cose che non vanno e le poche che funzionano: Ma l’europeismo, per i valdostani, resta una dote storica preziosa, che non significa affatto lavorare per un cambiamento dell’attuale visione europeista.

Luciano Caveri


Nessun inciucio

ma a testa alta per il cambiamento

In tanti in questo periodo, sollecitati dai titoli dei giornali, ma anche dal gran parlare, ci chiedono cosa stia succedendo a livello politico regionale. Tanta confusione è stata creata, forse anche ad arte, e le voci più disparate parlano di nuovi governi, di alleanze, di inciuci o di cambiamenti di rotta e di ritorni al passato. In realtà nulla di tutto ciò sta avvenendo. Nel dibattito politico valdostano ci fa piacere, quindi, oggi, ribadire alcuni concetti chiave, che sono alla base del nostro progetto politico di cambiamento, e che per noi sono irrinunciabili. Per l'UVP, che nasce con un percorso di rottura con il sistema e l'attuale gestione, nulla è cambiato e nulla cambierà in ciò che ci anima e nei temi che noi incarniamo. Il nostro percorso, anzi, continua, oggi più forte che mai. Mai rinunceremo al cambiamento che abbiamo dapprima cercato di portare nel sistema, e poi, fuori dagli schemi, rinunciando ad un comodo percorso per portare il giusto rinnovamento nella politica valdostana, attraverso idee e proposte, utili per la nostra comunità, accanto ad un progetto politico chiaro. Che oggi riaffermiamo, e che, anzi, riteniamo più forti di prima, anche per la situazione politica che si è creata, e che ci vede più che mai centrali e determinanti in Consiglio regionale. Oggi, infatti, a seguito della fine della maggioranza regionale, che non ha più i numeri, vittima di lotte e lacerazioni interne e dei franchi tiratori, e di una obiettiva incapacità di governare, il nostro ruolo, come quello dell'intera opposizione, diventa determinante per il futuro della Valle. E di fronte a questa situazione, abbiamo due vie d'uscita: andare al voto, sapendo che con questo sistema elettorale nessuno probabilmente riuscirebbe ad avere i numeri per governare, chiedendoci seriamente, se oggi, la comunità, con i problemi pressanti che deve affrontare, capirebbe nuove elezioni, a solo un anno dal voto. E se queste non sarebbero lette come incapacità dell'intera classe politica, e non solo della maggioranza, che è invece responsabile di questo caos. Oppure, accettare l'invito al dialogo, arrivato da più parti - da maggioranza e qualcuno dell'opposizione- Alpe su tutti - e al superamento dello stallo, uscendo dall'immobilismo attuale, in cui la maggioranza ci ha condotti, e che sicuramente non è utile alla Valle d'Aosta. Aprire un dialogo, chiaramente facendo pesare la nostra posizione di forza e incidere sul futuro della Valle, a fronte dei gravissimi problemi quotidiani della comunità, che forse sempre meno sopporta la litigiosità della politica. Un dialogo che, per quanto ci riguarda, può essere utile, ma che non può avvenire senza cambiamento reale. Anzi, che può arrivare solo c'è una presa di coscienza che il cambiamento, che noi sollecitiamo, e che è alla base della nascita dell'UVP, è diventato fondamentale e inevitabile, anche per altri. E, soprattutto, se questo cambiamento arriverà nei fatti, e non solo a parole, come avvenuto sulla questione Monterosa Ski, dove un primo segnale è giunto - anche se sulle future nomine ora ci aspettiamo segnali di forte rinnovamento. Certo non rinunceremo mai ai nostri princìpi, convinti che questo cambiamento, nei metodi e nei contenuti, sia fondamentale e inevitabile per tentare di rifondare il sistema Valle d'Aosta. Per questo siamo stati eletti e in questa direzione abbiamo lavorato e lavoreremo. E questo non avverrà con strani inciuci, o alleanze di governo, di cui non abbiamo mai parlato, ma alla luce del sole e attraverso le battaglie che abbiamo sempre condotto e che continueremo a portare avanti, determinati come sempre. Il nostro lavoro e la nostra disponibilità è sui temi, e soprattutto non per chiedere qualcosa per noi, come beneficio personale o come lotta alle poltrone, ma per ottenere risultati e benefici per il territorio, per i valdostani e la gente, che soffre quotidianamente. Benefici per la Valle d'Aosta e sui temi e problemi urgentissimi, che le elezioni nell'immediato, paralizzando la Valle per almeno sei mesi, non ci darebbero la possibilità di risolvere. Se riusciremo, anche dall'opposizione, a portare le nostre idee e a farle diventare vincenti, allora il cambiamento e la soluzione dei problemi saranno, forse, più vicini. Per il bene della comunità.

Laurent Viérin


L’orrore dietro l’angolo

A me questa storia degli estremisti islamici preoccupa e non bisogna essere degli scienziati per capire che la guerra all'Isis - per la quale non vedo alternative - aumenta i rischi anche nei Paesi che si sono impegnati. Ma sul tema vorrei proporre un approccio per dimostrare come l'orrore sia dietro l'angolo. Tagliare la testa con un coltellaccio ad un altro essere umano è un segno evidente di quanto di mostruoso possa esserci nella testa di una persona o di gruppo. Colpisce ancora di più quando il fatto casca vicino, a due passi da dove abiti e coinvolge una persona che poteva essere tranquillamente una tua amica. Non un militare o uno 007, che fa del rischio la sua scelta professionale, ma un povero cristo – guida alpina di professione – che va a farsi un trekking e finisce macellato come un montone, pagando un prezzo ingiusto su vicende internazionali di cui finisce per essere, malgré lui, un simbolo.Vado così a cercare il sito di questa persona assassinata e ritrovo un mio coetaneo (più giovane di qualche settimana), che sorride nelle foto e scrive con semplicità: “Bienvenue sur le site de Hervé GOURDEL, guide du Mercantour”. Segue la breve biografia: Je suis né à Nice en 1959 et j'ai trèstôt découvert la montagne dans le Mercantour avc mon père et parcouru mes premiers sommets. Dès lors je n'ai eu qu'une envie, y revenir le plus souvent possible! Lycéen, j'avais déjà en tête de devenir guide, mais c'est comme amateur passionné qu'avec quelques copains nous avons sillonné les Alpes maritmes en cyclomoteur pour nous rendre au pied des sommets et parois mais aussi pour découvr nos premiers canyons. Guide de haute montagne en 1987, j'ai avec quelques collègues ouvert le bureau des guides "Escapade" à Saint Martin-Vésubie où j'effectue mes saisons d'été depuis plus de 20 ans. Mon expérience de formateur dans l'Atlas marocain m'a amené mettre en place et diriger dpuis 1995 des stages préparatoires à l'examen probatoire du Brevet d'Etat d'AEM (Accompagnateur en Montagne). Par ailleurs, j'ai conservé une pratique d'amateur assez régulière. Je suis toujours friand de ces belles journées passées en montagne ou en falaise à partager en famille, avec des amis ou avec mes clients!. In un’altra pagina la sua filosofia di vita: La montagne fut tout d'abord une passion contractée très jeune puis vite dévorante. L'idée d'en faire mon métier s'est rapidement clairement imposée. Après mon Bac, j'ai fait une expérience à la fac de Sports de Nice mais je n'avais en réalité pas très envie de devenir professeur d'éducation physique. La découverte des gorges du Verdon au printemps 1981 m'a aidé à prendre ma décision et fut fatale à la poursuite de mes études ! Je ne regrette pas ce choix. En effet, le diplôme de guide m'a permis de gagner ma vie loin des bureaux en grimpant, en skiant, en parcourant des cours d'eau, en parlant de la montagne..., en transmettant un enthousiasme et des connaissances ! En "prenant de la bouteille", ce besoin de transmettre s'impose de plus en plus et me permet de préciser mes projets professionnels et personnels. Ce métier donne aussi l'occasion de voyager, au Népal, en Jordanie, au Maroc et bien d'autres destinations. Mais il n'est pas nécessaire d'aller aussi loin. Le voyage est aussi "intérieur" et peut commencer par une séance d'initiation à l'escalade ou au ski de randonnée, par la découverte d'un canyon, tout près de chez soi ! Je partage mon temps entre Nice, Saint Martin-Vésubie etplus largement tout le massif du Mercantour et des Alpes Maritimes. "Pourquoi chercher ailleurs alors que l'ailleurs des autres, c'est ici même !" A bientôt j'espère le plaisir de passer ensemble une ou plusieurs belles journées d'évasion et de partage. Ovviamente non potrà avvenire. Questa persona mite, che amava anche la fotografia e sul sito ne troverete di bellissime, in questo spazo alpino dove lavorava, sospeso fra montagna e Mediterraneo, è stata uccisa. A dimostrazione che, in giro per il mondo, ma sempre più a casa nostra, come si vede con i djaidisti che possiamo avere fra noi, l’orrore è vicino. E il mio pensiero oscilla fra uno scrittore come Giovanni Papini, che annota: “L'uomo può esser più bestiale delle bestie, più porcino dei porci, più tigresco delle tigri, più velenoso dei serpenti, più flaccido dei vermi, più appestante di una carogna, ma è pur capace di spaziare con la mente fino agli ultimi confini del mondo, di misurare le stelle più remote, di scoprire i principi che reggono la natura, di assoggettare le forze della materia, di giudicare con la stessa morale gli stessi dei, di creare il Partenone e la cattedrale di Chartres, la Cappella Sistina e la Quinta Sinfonia, l'Odissea e la Divina Commedia, l'Amleto e il Faust.”. E, invece, un terribile – nella sostanza non solo nella prosa e nel suo fondamento scientifico - Erasmo da Rotterdam e la sua invettiva: “Cane non mangia cane; «i feroci leoni non si fanno guerra»; il serpente non aggredisce il suo simile; v'è pace tra le bestie velenose. Ma per l'uomo non c'è bestia più pericolosa dell'uomo”.

Luciano Caveri


Macché “Torna a casa, Lassie”

Capisco che difendere il regionalismo non è esercizio facile. Le inchieste sulle spese dei Gruppi dei Consigli regionali in tutta Italia e i molti Presidenti di Regione inquisiti, a vario titolo, hanno dato un colpo molto forte (e anche da noi si attendono gli esiti e c'è n'è bisogno). Questa circostanza, alimentata da una contemporanea  reazione centralistica esattamente contraria al precedente moto pseudofederalistico,  ha creato a sua volta un movimento mica da ridere di un fronte antiregionalista, fatto di giuristi, giornalisti, imprenditori che hanno indicato e indicano sempre di più le Regioni come il peggiore di tutti i mali. Per altro, chi segua la storia del regionalismo dall’Unità d’Italia sino ad oggi, sa quanto è successo in 150 anni. Dal no iniziale ad una nascita di Regioni, ai ritardi nell'applicazione del dettato costituzionale che le istituì, al livore antiregionalista che andava e tornava: una vecchia storia, per non parlare dell’odio passato ed oggi crescente verso le autonomie speciali, che era stato sino agli anni Settanta l'unico regionalismo sulla scena.  E’ indubbio che questo atteggiamento statocentrico sia rinvenibile – nella sostanza e non delle dichiarazioni di facciata che hanno spesso un altro verso - in una parte dell’azione politica del Governo Renzi, come uno dei segni tangibili del nuovismo che si trova ad interpretare in una crescente logica di "Sansone contro tutti". Ogni difesa del sistema regionalistico è talvolta difficile da sostenere anche per chi ne ha fatto una delle ragioni del proprio impegno politico, ma vale, al contrario, l’asserzione che se il regionalismo non funziona lo statalismo, cioè l’idea che un’invasività istituzionale dello Stato sia una garanzia che tutto funzioni meglio, fa sobbalzare e assieme preoccupa perché si tratta di una finzione senza fondamenta. La macchina dello Stato non è per nulla competitiva e certamente non in grado di prendere in pugno i poteri  e le competenze delle Regioni, per altro esercitati con livelli di capacità ed efficienza assai diverse a seconda dei territori. A questo attacco in grande stile, che dura da una parte dell’azione del Governo Berlusconi ed è stata ancor più perseguita dal Governo Monti, il contrattacco regionalista sembra un fucile a tappo contro un’arma nucleare. Lo si è visto con la controriforma del Titolo V della Costituzione che riduce il regionalismo italiano a una sorta di macchietta e la clausola di salvaguardia per le Speciali rischia di essere un pannicello caldo o meglio una formula apodittica senza fondamento nel contesto complessivo. Uscito di scena il Presidente dei Presidenti, l’emiliano Vasco Errani – uomo di grande spessore politico e umano – per una piccola vicenda giudiziaria ma forse c’erano anche questioni più politiche, il testimone del regionalismo è stato preso da Sergio Chiamparino, che la materia la conosce ma rischia di soffrire delle difficoltà di chi arriva sulla scena del delitto all’ultimo momento senza forse una piena conoscenza delle puntate precedenti. Ma Chiamparino è un mastino piemontese e, se saprà evitare il rischio di ragionare da Sindaco con quel municipalismo che spesso porta ad essere diffidente  verso le Regioni, potrà contrastare – con alcuni Presidenti di Regione o di Provincia autonoma consapevoli e onesti – questa deriva che sembra far precipitare il regionalismo verso una disfatta. Non è un tema di poco conto, visto dalla prospettiva di un’autonomia speciale come quella valdostana, dove - in questi tempi difficili - il progetto delle opposizioni noto come Renaissance, che tracciava una svolta nel governo della Valle, rischia di finire su un binario morto per l'aggressiva e per molti versi incomprensibile - a meno di scendere analogamente sul terreno delle illazioni - campagna di certi esponenti di Alpe contro UVP, che è un venticello che tende, se non si avrà l'intelligenza di ripartire nella reciproca chiarezza, a diventar burrasca. E qualcun altro ne godrà, visto che prende un granchio chi ipotizza  - rubo l'espressione ad un "progressista" di spicco - un "torna a casa Lassie" (celebre film del cane pastore  che torna dal suo padrone dopo mille vicissitudini). Altrimenti detto: non c'è nessun bue grasso da uccidere, perché non c'è, come avviene invece nella celebre parabola, un figliol prodigo in cammino verso la nota palazzina di Avenue des Maquisards. Per cui, per favore, basta con questa storia: se volevamo stare lì ci stavamo! Ma eccoci di nuovo al tema generale: è vero che parte del regionalismo ha finito per svilirsi da solo nel giochino delle Regioni  Ordinarie contro le Speciali, in cui la logica infantile è stata quella non di far salire di più l’asticella del regionalismo per tutti ma l’idea balzana e autolesionista di far scendere chi si trovasse più in alto. Tipo il famoso tipo che si taglia le p... per far dispetto alla moglie. Sarebbe ora che ci fosse una grande assise del regionalismo, che dimostri che esiste un sistema responsabile, pronto a ripulirsi da tutte le scorie e le immondizie. Altrimenti la valanga arriverà implacabile, violenta e senza speranza di sopravvivenza. Altro che ulteriore devolution, come per la Scozia. Qui siamo fermi al "Roma doma" e bisogna reagire.

Luciano Caveri


La mia allergia al “retroscenismo”

Incomincio a soffrire di allergie. Da piccolo l'unica che avevo, che mi dava una leggero prurito sulla pelle, mi veniva se mangiavo le fragole. Oggi mi viene tutte le volte in cui leggo i "retroscena", che sono un vizio crescente del giornalismo con punte di particolare altezza senza eguali in Italia. Dove al vizio di mischiare notizia e commento, per cui devi raccapezzarti fra avvenimenti e loro interpretazioni, si somma il piacere estremo di rendere noto il "dietro le quinte" e il misterioso "dessous", compresa tutta la branca della dietrologia. Questo significa guardare dal buco della serratura, profittare di "notizie del diavolo" fornite da chi ne abbia interesse "contro", dar spazio a informazioni "Cicero pro domo sua" o anche dar sfogo alla propria inventiva o al piacere di creare scenari infilando pezzi di puzzle anche dove non si sa neppure se ci siano. Comprate quattro o cinque giornali di diverso schieramento e vedrete come ci sia in questa logica il chiaro paradosso di ricostruzioni, talvolta dissimili sullo stesso identico fatto, come se i cronisti fossero andati a vedere dei film diversi.
Chiariamoci subito: nei limiti delle norme penali e della deontologia professionali ognuno può scrivere quel che vuole e non solo perché lo dice la Costituzione. Un'informazione libera e consapevole dei propri diritti e doveri è uno di quegli indicatori che dimostrano o meno l'esistenza della democrazia. Poi, visto che siamo stati cacciati dal Paradiso terrestre, è evidente che il giornalismo non è chiuso in una stanza asettica, i giornalisti non sono dei santi, i soldi per le imprese non crescono sugli alberi e la rete di interessi di vario genere non è un grazioso roseto. Ma anzitutto il compito dell'informazione dovrebbe essere informare e dunque dare delle notizie. E invece cresce e si sviluppa, come rami della stessa pianta, il giornalismo militante travestito da indipendente e, come dicevo, si diffonde - e lo trovo peggiore - il gusto di di "scoprire" che cosa avviene nelle "segrete stanze" e nei corridoi con un giornalismo che diventa previsionale e chiromantico più che fattuale. Questo raggiunge il suo apice nel settore della politica, che rischia non solo di camminare sulle gambe della cronaca e dei commenti, ma di strisciare nel fango del "si dice", del pettegolezzo e dello sputtanamento. Essendo come scrivo sempre la politica "sangue e merda" (ricordo spesso questa espressione del Ministro socialista Formica), capisco che la merda nel ventilatore finisca per essere possibile oggetto di cronaca, ma - pur non essendoci nel giornalismo nulla di educativo - non vorrei neppure che si facesse credere che l'offerta sia solo il frutto di una domanda che viene dai cittadini. L'allergia si accentua quando, in salsa valdostana, i retroscena veri li conosci e allora sei in grado di apprezzare o disprezzare ancora di più i collegamenti logici e le tournure di pensiero. Se in buonafede capisci che in fondo si segue una moda di un divertissement inutile che assorbe il giornalismo odierno, se in malafede, invece, è difficile la logica dell'"ego te absolvo". Anzi devo resistere alla tentazione di dire io per quali retroscena e per quali vantaggi si costruiscano certi retroscena o si tacciano particolari preziosi e illuminanti non perché si lascino per sbaglio nella penna. I fatti, in fondo, contano più di mille retroscena e dei titoli scelti con evidente ambiguità.

Luciano Caveri


Guardare il mondo

la questione curda

Bisogna sempre guardarsi attorno: la Valle d'Aosta non vive in un castello isolato dal resto del mondo. E, per altro, le cose da noi non vanno per niente bene anche per la totale incapacità di visione globale di chi guarda a null'altro che il suo "particulare", come lo definiva il Giucciardini. Allora cominciamo con l'Europa: Renzi alla fine è riuscito a piazzare Federica Mogherini nel ruolo di "Lady Pesc", in termini ufficiali significa "Alto Rappresentante per la politica estera europea", succedendo all'inglese Catherine Ashton, che aveva già dimostrato l'assoluta inutilità del ruolo in un'Europa senza idee in comune nella materia, pagando - identica trappola per la neoeletta - anche il prezzo della sua inesperienza. Resto convinto che sarebbe stato utile rivendicare un altro ruolo, perché quello ottenuto rischierà di essere foriero di un continuo tiro al bersaglio e - per la vita itinerante di chi lo ricopre - vorrà dire il rischio di assenze in occasione delle decisioni topiche della Commissione europea. Ma Renzi ha deciso diversamente, più per immagine che per sostanza e anche questo, come contraltare ai Paesi dell'Est che non volevano Mogherini, ha portato un polacco alla Presidenza del Consiglio europeo, Donald Tusk. Ai valdostani credo debba piacere, essendo un casciubo, appartenente  alla minoranza etnica e linguistica di origine slava che vive nel Voivodato della Pomerania. Il suo sarà un occhio interessato ai problemi delle minoranze nell'Unione europea. E proprio una minoranza domina la scarna in uno degli scenari di guerra più inquietanti, quello mediorientale. I curdi, cui mi riferisco, sono oggi corteggiati come non mai dall'Occidente per il loro ruolo di argine contro gli estremisti islamici in Iraq. Un uso spregiudicato e utilitaristico di un popolo, obbligato a diventare minoranza linguistica, perché sempre preso a calci nel sedere dal cinismo delle grandi Nazioni, che in ogni passaggio della storia contemporanea li hanno spezzettati con tratti di penna sulla carta geografica, lasciandoli in balia di regimi persecutori e di vere e proprie stragi, come fece con  il gas nel 1988 il dittatore iracheno Saddam Hussein. Sono passati molti anni da quando, nel mio impegno parlamentare, mi occupai per la prima volta della "questione curda", conoscendo ad Aosta un giovane curdo e poi ebbi, di conseguenza, contatti con la piccola comunità presente in Italia, proveniente dalla parte di Kurdistan trovatasi, per i destini della storia, occupata dai turchi, che si sono periodicamente dimostrati feroci. Un conto era stato conoscere, tramite la loro testimonianza, la situazione reale e un conto era averla studiata sui libri: un esempio clamoroso per chi si occupi di minoranze linguistiche di una Nazione - la più grande del mondo in termini numerici - senza uno Stato. Poi seguii la questione a Bruxelles, quando pareva che avesse avuto un'accelerazione l'ingresso nell'Unione europea della Turchia e mancava qualunque chiarezza sul destino di una tutela dei curdi che giustificasse un lasciapassare per l'Europa. Nell'acquis communautaire, regole che servono come paletti anche per l'allargamento, c'è anche, fra le altre, tutela delle minoranze linguistiche e nazionali (che anche la Valle d'Aosta ricordi questo "scudo" contro il centralismo in crescita!). Eppure un territorio per il Kurdistan tanto agognato c'e: sono i 550mila chilometri quadrati in parte della Mesopotamia, oggi divisi tra Turchia, Iran, Iraq e Siria. I curdi, popolo antichissimo e di montagna, sono fra i 35 e 40 milioni milioni, per la maggior parte di religione musulmana sunnita. Ma esiste un'enorme comunità curda in diversi Paesi del mondo, dov'è emigrata forzatamente, pur mantenendo una sua identità e un legame con le comunità d'origine. Oggi i curdi servono per la loro compattezza e il loro coraggio contro chi, come i fautori della Jihād (parola araba che significa "esercitare il massimo sforzo"), vuole creare un vero e proprio Stato integralista islamico in Medio Oriente con cui regolare i conti nel mondo islamico, distruggere le minoranze linguistiche e religiose, specie gli odiati cristiani. In cambio del contrasto che i curdi stanno facendo contro questo progetto pericolosissimo per il suo carico di violenza e di odio, auguriamoci che il Kurdistan prenda forma davvero e non ci sia l'ennesima beffa rispetto ad un sacrosanto diritto a ottenere una propria indipendenza. I popoli, sotto ogni cielo, devono - se ne hanno la forza e la convinzione - difendere la propria esistenza.

Luciano Caveri


Riforme come formula magica

Mai i politici debbono avere la tentazione di mettersi il cappello del mago e pensare di avere tra le mani una provvidenziale bacchetta magica. Tutto ci vuole, in questo momento storico difficile, fra crisi economica e mondo insanguinato, ma non serve alimentare fabbriche di sogni o illusionismi. Per incidere sulla realtà e cambiare le cose ci vuole, invece, lucidità e impegno e non scorciatoie improbabili. Le formule magiche mi sono sempre piaciute. Pensa che forza c'è in "Apriti Sesamo!", o negli antichi "Simsalabim" e "Abracadabra". Le parole hanno già normalmente una propria energia interiore, che diventa potenza nella disperata ricerca dell'uomo di poter dominare gli elementi e la propria vita con la semplice evocazione verbale. È poi, in fondo, quel che facciamo quando ci scappa la pazienza e lanciamo sgradevoli improperi. Poi, per il mago che c'è in noi, ci ha pensato la saga di Harry Potter a dirci che con "Dissendium" possiamo aprire passaggi segreti, con "Expelliarmusl disarmiamo il nostro avversario, con  "Rictussempra" facciamo il solletico e via di questo passo. Senza mischiare sacro e profano, anche nelle religioni - specie con la ripetitività della preghiera, spesso con parole misteriose, come poteva essere un tempo il latino - la parola assume un carattere ultraterreno. Ci pensavo, riferito alla politica italiana di oggi, come la formula magica sia semplice e assieme potente nella forza rievocativa: RIFORMA! Come quasi sempre avviene, la parola viene dal latino “formare” e cioè “realizzando dando una forma” e ovviamente “riformare” significa tornare a modificare quanto già era stato fatto. Ma nella storia parola è impegnativa. Lo storico del cristianesimo  - e non è un caso - Alberto Pincherle (omonimo dello scrittore Alberto Moravia, nom de plume) ha così scritto sulla voce della Treccani: "Questo termine, che ha finito con acquistare larga varietà di accezioni, viene generalmente applicato a innovazioni o mutamenti profondi nella vita dello Stato e della Chiesa, e dovuti - almeno per ciò che riguarda lo Stato - all'azione legittima e regolare dei poteri costituiti, agenti gradualmente secondo un programma predeterminato: tali le "riforme" introdotte dai principi negli organismi statali nel corso del secolo XVIII e per cui si parla anche di una "età delle riforme"; onde, contrapponendo queste riforme al moto violento della rivoluzione francese, in politica il concetto di "riforma" venne per lungo tempo considerato quale antitesi a quello di rivoluzione e s'ebbe, per esempio nel partito socialista italiano una frazione "riformista", in complesso legalitaria e opposta a quella rivoluzionaria o estremista. Per quanto concerne la Chiesa, si parla di "riforma" anche a proposito delle misure che gli ordini monastici e il papato attuarono, fra vivi contrasti, nel corso del secolo XI; ma più comunemente, e quasi per eccellenza, così nei paesi in cui la maggioranza della popolazione si distaccò dalla Chiesa cattolica, come in quelli nei quali le rimase, o le ritornò ad essere, fedele, "riforma" e "riforma religiosa" è chiamato quel complesso movimento, religioso politico culturale, che produsse appunto, lungo il secolo XVI, la frattura della cristianità cattolica medievale in diverse comunità, a loro volta poi più o meno soggette a un ulteriore processo di frazionamento o differenziazione". Ecco perché questa breve spiegazione manifesta l’evidente contradditorietà nell’uso, che Matteo Renzi fa spesso ed è rinvenibile nella mail scelta per avere suggerimenti a Palazzo Chigi definita non a caso rivoluzione@governo.it, fra riforma (e moltissime riforme sono in corso o vengono annunciate a getto continuo) e rivoluzione (cui aggiunge talvolta l'aggettivo "culturale", ma “rivoluzione culturale” evoca addirittura Mao!), che stridono, per quanto adoperate in una logica, già evocata, della “formula magica”. Perché formula magica? Non per sterile polemica, essendo non ancora venuta meno la speranza che il renzismo non sia una bolla di sapone, ma perché lo slogan "una riforma al mese" o l’apertura contemporanea di cantieri che toccano Costituzione, Giustizia, Mercato del lavoro, Sanità, Scuola risulta francamente irrealistica. Vien sempre buona la citazione di Massimo d'Azeglio: "Gl'Italiani hanno voluto far un'Italia nuova, e loro rimanere gl'Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; [...] pensano a riformare l'Italia, e nessuno s'accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro".

Luciano Caveri