Contro l’abbaglio centralista

La politica è e resta l’affermazione delle proprie speranze. Per questo non bisogna mai fermarsi nello sforzo di elaborazione di idee e, per fortuna, ogni generazione può reinventare il proprio futuro, potendo contare su quanto già pensato nel passato. In questo caso, mi riferisco alla sfida cruciale degli assetti istituzionali. Riferendomi all’oggi appare evidente il riferimento alla storia italiana (quindi, in modo propriamente detto, dopo l'Unità d'Italia), nei suoi passaggi cruciali, e alal considerazione di come la politica sia stata abbacinata dalla logica centralista, che oggi torna in superficie. Il dibattito risorgimentale, imbevuto di due modelli contrapposti fra un federalismo all'italiana e uno Stato Nazione centralista, vide vincente il secondo. Il Fascismo fu centralizzazione e dittatura nello stesso tempo. La Costituente volle un'Italia regionalista con le autonomie speciali come punta di diamante, ma l'applicazione fu a favore del centro con alti e bassi, di cui il caso valdostano - come un sismografo per i terremoti - è stato utile caso di scuola. Dopo una fiammata di regionalismo ai confini del federalismo della riforma del Titolo V del 2001, oggi siamo in piena controriforma e ritorna in auge l'abbaglio federalista. Renzi, convinto di fare il Sindaco d'Italia pensa - preso dalla terribile adrenalina del potere di Palazzo Chigi - di poter tutto comandare. Un errore macroscopico, ma che gode di ampio consenso e dunque per chi crede nel federalismo saranno tempi duri. Mi sono venuti in mano due articoli scritti da una esperto della politica della montagna, l'antropologo Annibale Salsa, amico della Valle d'Aosta, scritti per l'Accademia della Montagna di Trento. Il primo ricorda la Carta di Chivasso del 19 Dicembre 1943, nota anche come «Dichiarazione dei Rappresentanti delle Popolazioni Alpine». Scrive l'autore: "La situazione in cui venivano di fatto a trovarsi le comunità alpine, umiliate nelle loro ultrasecolari prerogative di autogoverno, induce alcuni personaggi di grande spessore intellettuale, rappresentativi delle comunità valdese e valdostana, ad indire una riunione clandestina nella località piemontese. E’ l’inizio della resistenza alpina". Dopo aver ricostruito il clima dell'epoca e la storia personale degli esponenti che parteciparono all'incontro, inserita nella storia delle loro comunità, valdostana e valdese, Salsa aggiunge: "Il federalismo viene proposto quale modello di riferimento per un’Italia nuova saldamente agganciata all’Europa, fondata su quelle autonomie di cui le Alpi sono state antesignane, ben prima delle pianure che stanno ai loro piedi! (...) Nel documento da essi sottoscritto, e tralasciando le premesse riferite a quel contesto storico-politico, si fanno affermazioni che conservano pienamente la loro odierna attualità. In tema di federalismo si dice che esso: «rappresenta la soluzione del problema delle piccole nazionalità e la definitiva liquidazione del fenomeno storico degli irredentismi, garantendo nel futuro assetto europeo l’avvento di una pace stabile e duratura […] che un regime federale e repubblicano a base regionale e cantonale è l’unica garanzia contro un ritorno della dittatura»". Salsa aveva già scritto della Dichiarazione in un illuminante articolo dedicato a Luigi Einaudi, politico di area liberale e conoscitore e difensore della causa valdostana. Così spiegava degli estensori della Carta e condivido: "La loro riflessione politica verteva sulla questione della montagna alpina in quanto cerniera fra popoli e culture, simili e diverse al tempo stesso. Niente a che vedere, quindi, con le pianure, siano esse padane, rodaniane, renane o danubiane. Essi avevano a cuore il problema delle terre alte e delle loro genti i cui modelli sociali ed economici poco avevano ed hanno a che vedere con le prospicienti pianure. Anzi, per una evidente economia di scala, quando le montagne dipendono dalle pianure, vengono fagocitate in un soffocante rapporto di subalternità. Ma ecco il riferimento al modello centralista oggi in grande auge, come proposto da Salsa: "I firmatari della Carta delle autonomie alpine sollevavano, altresì, il problema della inadeguatezza del modello centralizzato burocratico di tipo prefettizio. Fatto salvo il principio dell’Unità nazionale, essi interpretavano il federalismo alla stregua di uno strumento democratico che, responsabilizzando i poteri decisionali locali, avrebbe avvicinato il cittadino-montanaro al buon governo della cosa pubblica. Il riferirsi espressamente all’ordinamento cantonale elvetico, per il quale le diversità linguistiche, etniche e culturali trovano nell’organizzazione federale uno strumento forte di contrasto alle tentazioni secessionistiche, ai localismi, ai campanilismi, ai centralismi regionalistici, costituiva il migliore antidoto all’endemico male italico". Poi Salsa ricorda di Luigi Einaudi e dell'esilio elvetico, passando dalla Valle d'Aosta: "Dopo l’8 Settembre 1943 Einaudi si rifugia in Svizzera ed il 17 Luglio 1944 pubblica con lo pseudonimo Junius su «L’Italia e il secondo Risorgimento», Supplemento della Gazzetta Ticinese di Lugano, un saggio dal titolo «Via il Prefetto!». Può essere significativo osservare che Einaudi era originario, in linea paterna, di una valle alpina dalle forti tradizioni di autogoverno. Si tratta dell’occitana Valle Maira che, sino alla fine del XV° secolo, godeva di una notevole autonomia e prosperità nell’ambito del Marchesato di Saluzzo. Culla della lingua d’Oc e della cultura provenzale alpina, impreziosita dal ciclo pittorico fiammingo di Hans Clemer voluto dal mecenatismo illuminato del Marchese, diventerà una delle valli più povere del Cuneese dopo l’affermarsi del modello centralistico sabaudo. Scriverà il nostro ex Capo dello Stato a proposito delle sue origini familiari: «Gli Einaudi vengono dalla Val Maira, sopra Dronero, e lì si contano più Einaudi che sassi … tutti montanari, boscaioli, pastori e contadini». Poi la famiglia si trasferirà nelle Langhe monregalesi di Dogliani, terra di Dolcetto e di colline, dove avvierà un’impresa agricola. Il suo curriculum di liberale e liberista è ben noto". Ma dicevamo dell'articolo, noto per la proposta di scardinamento del sistema centralista, così introdotto dell'autore: "Trattandosi di un pamphlet polemico, Einaudi denuncia in maniera graffiante l’istituzione prefettizia di derivazione napoleonica, che egli riteneva responsabile della pesante gestione centralistica propria dello Stato italiano, in una versione imitativa peggiorata rispetto allo Stato francese. In un passaggio del testo in questione si legge: «Coloro i quali parlano di democrazia e di costituente e di volontà popolare e non si accorgono del prefetto, non sanno quel che si dicono […]. Forse i soli europei del continente, i quali sentendo quelle parole le intendono nel loro significato vero sono, insieme agli scandinavi, gli svizzeri. Essi sanno che la democrazia comincia dal comune, che è cosa dei cittadini. L’autogoverno continua nel Cantone, il quale è un vero Stato, il quale da sé si fa le sue leggi […] L’unità del paese non è data dai prefetti […]. L’unità del paese è fatta dagli Italiani. Dagli Italiani i quali imparino a proprie spese a governarsi da sé». E ancora: «Ricostruire lo Stato partendo dalle unità che tutti conosciamo ed amiamo; e sono la famiglia, il comune, la vicinanza e la regione. Così possederemo finalmente uno Stato vero e vivente». Viene da domandarci: la civiltà alpina è stata e può essere ancora un laboratorio di uomini liberi?". Bella domanda in epoca di "abbaglio centralista" e di una civiltà alpina che deve fare i conti con cambiamenti al galoppo e deve difendere le punte più avanzate di autonomia e non cedere al gusto masochista di chi ha meno e godrebbe di un generale arretramento. Meglio per tutti elevarsi.

Luciano Caveri


Un clima costituente per la Valle

Tante voci, molte idee e la voglia di fare. Così mi sento di definire la prima giornata di lavori della “Constituante Valdôtaine”. Chi c’era ormai lo ha capito, tranne i pochi sordi (non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire) o gli assenti, come questo debba essere sin da subito un progetto condiviso. Anzi, è ora che anche gli scettici si convincano che la porta è davvero aperta. Con due premesse necessarie come viatico al percorso avviato. La prima è che nessuno intende affatto sostituirsi alle Istituzioni valdostane, in primis quel nostro piccolo Parlamento, il Consiglio Valle, che racchiude la sovranità del popolo valdostano e lo stesso vale per l’altra faccia della nostra democrazia locale, il sistema dei Comuni. In secondo luogo, il successo dell’iniziativa sta nel suo carattere pluralista e nella discussione aperta di cui un costituendo Comitato dovrà farsi interprete. Mi pare, tra l’altro, che sulla diagnosi nessuno, nel recente incontro di Cogne, si sia tirato indietro. Nel senso che il quadro di timori e preoccupazioni – e già di gravi sanzioni e ritardi per la nostra autonomia speciale - è sotto gli occhi di tutti e nessuno può davvero dire che, stante le cose, l’avvenire sia così roseo da poter far finta di niente. L’aspetto reattivo e propositivo pare, dunque, essere oggetto di ampia condivisione, così come gli aspetti autocritici che riguardano il vasto capitolo dei doveri che corrispondono ai nostri diritti.. Poi sui contenuti e sul percorso di coinvolgimento popolare si vedrà. Sul punto una sola osservazione: a Cogne, con un pubblico di addetti ai lavori e di normali cittadini, c’è stata in sostanza una prima mobilitazione. Chi si aspettava un raduno simile alle manifestazioni del secondo dopoguerra proclama delusione. Come se nella Storia ogni movimento popolare non fosse stato preparato dalle idee e dalle proposte di gruppi più ristretti. Questo significa, nelle vicende valdostane, fare in modo che il processo costituente si costruisca su basi di reale partecipazione, che prevedono però la presenza di un presupposto: un clima costituente. Non ci sarebbe niente di peggio, come talvolta in passato, che ad un entusiasmo e un’operatività istituzionale corrispondesse un’apatia, se non una freddezza, della comunità valdostana, intesa nel suo senso più vasto per chi – come noi – crede nella logica di appartenenza derivata dallo “ius soli”. In gioco c’è, insomma, una partita di ampio respiro, che non riguarda solo i meccanismi giuridici a me così cari (senza Diritto non si va da nessuna parte), ma anche uno stato della situazione sugli elementi identitari e fondativi della nostra comunità. Non si tratta mai di imporre una visione idealistica e precostituita, un mondo fasullo a uso della difesa precostituita dello status quo. La sfida è, invece, una foto realistica della situazione e dei rapporti interni alla nostra democrazia, così come la riflessione, più vasta e che prevede alleanze anche fuori Valle, attorno ai rapporti con Roma e con Bruxelles. Chi riporta ragionamenti così complessi alla politica e all’amministrazione attuali rischia di avere una visione miope e di trasformare un percorso difficile e ambizioso in semplici questioni di bottega. Se bisogna volare, meglio farlo in alto.

Luciano Caveri


Pour une Constituante Valdôtaine

Alessia


Quella di ieri è stata una giornata importante. Ed è andata bene!
Una data storica in un luogo simbolo. Il 10 gennaio 1946 si riuniva il primo Consiglio Valle d'Aosta. Cogne, paese liberato dai partigiani, simbolo della lotta per la libertà.
Ieri 10 gennaio 2015 a Cogne si è fatta politica. Il mondo politico valdostano era pressoché presente al completo e si è ragionato su come si può oggi rilanciare la nostra Autonomia attraverso un percorso organico e serio di riforma da sottoporre e condividere con le Istituzioni e soprattutto con la comunità valdostana.
Quella comunità valdostana che ha partecipato attivamente alla mattinata di ieri: giovani, intellettuali, storici, rappresentanze sindacali, la società civile e ovviamente (e per fortuna) gli addetti ai lavori.
Una serie di interventi con oratori di eccellenza che con i loro contributi hanno lavorato sui due volets dei diritti e delle responsabilità, Etienne Andrione, Mauro Caniggia, Diego Joyseusaz, Giuliano Morelli, Liliana Bertolo, Luciano Saraillon, Massimo Tringali, il senatore Cesare Dujany e gli ospiti Franco Jacop Presidente del Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, coordinatore delle Assemblee delle Speciali e Lorenzo Baratter capogruppo del PATT del Trentino Alto Adige. È poi seguito un ampio dibattito libero e intenso nelle suggestioni e riflessioni.
Questo primo appuntamento è servito anche per spiegare che non vi era dietro all'idea lanciata da UVP alcuna volontà di speculazione politica e per valutare insieme il proseguirsi dell'iniziativa. Questa è una grande occasione per lavorare in maniera concreta e nel rispetto del pluralismo e di tutte le sensibilità presenti in Valle sul futuro della nostra autonomia, per fare anche una sana autocritica e soprattutto per le forze politiche e' un'opportunità per non sottrarsi al compito di proporre idee e di guidare la comunità in un percorso che la veda nuovamente protagonista sul tema dell'autonomia.
Questo e' il momento dell'entusiasmo per mettersi subito al lavoro che si concretizzerà entro il prossimo mese.
Chi vuole lavorare ha infatti trovato il posto giusto. Sia per chi si è già iscritto formalmente alla Costituente, sia per coloro che ieri si sono detti interessati ad esserci.
Nascerà formalmente nelle prossime settimane un Comitato promotore che in una logica pluralistica e aperta studierà un percorso per giungere a una proposta entro la data simbolo del 26 febbraio, quando nel 1948 lo Statuto d'autonomia venne votato dalla Costituente.


Alessia Favre -  Presidente dell'UVP

Avec la France

Reagire contro gli estremismi

L'attentato terribile di oggi a Parigi al giornale satirico Charlie Hebdo è segno dei tempi e deve indignare in profondità. Lo è non solo per le conseguenze sanguinose dell'atto barbarico e per l'aspetto simbolico contro la libertà d'informazione di un giornale che ha pubblicato vignette contro l'Islam integralista (ma ha preso in giro spesso il cristianesimo), ma perché questo attacco militare di due militanti islamisti avviene nel cuore di una città europea in un momento in cui in Europa cresce l'irrazionale senso di reazione, spesso senza i necessari distinguo, verso il mondo islamico. Qui è in discussione la democrazia, altro che storie! Pensate al fatto che proprio oggi esce nelle librerie il nuovo libro del romanziere francese Michel Houellebecq, intitolato "Soumission". Eccone una breve scheda: "Au fil des pages, l'auteur des Particules élémentaires imagine la France de 2022, au terme du second mandat de François Hollande. "La Fraternité musulmane", un parti créé de toute pièce par l'écrivain, arrive au pouvoir en devançant Marine Le Pen au second tour de la présidentielle. Le nouveau chef de l'État, Mohammed Ben Abbes nomme alors François Bayrou Premier ministre". Evidente la logica provocatoria di Michel Houellebecq, che nel 2001 aveva detto: "La religion la plus con, c'est quand même l'Islam". E nel 2011 aveva confermato il suo gusto per la polemica: "Comme ils ne peuvent pas donner satisfaction aux musulmans sur tout, ils leur donnent au moins satisfaction sur le cas d'Israël en laissant tomber les juifs, comportement de collaborationniste typique". Il libro va letto e l'autore ha replicato alle polemiche, dicendo di aver solo anticipato nel tempo quanto potrebbe davvero avvenire. Per altro, rientra - come osservavo - nella critica di Houellebecq, che ha sempre attaccato con rudezza quell'Islam che sogna di conquistare il mondo. Sono molti anni che viviamo il crescendo di violenza degli estremisti islamici e ogni volta leggiamo i fatti con le lenti, giuste e non derogabili, dello Stato di Diritto che ci appartiene. Ma la violenza è violenza e se si vuole evitare che agli estremisti di quella parte si contrappongano gli estremisti della nostra parte (pensiamo proprio alla Francia o alla recenti manifestazioni in Germania) tocca reagire. Guardavo oggi su France24 il conduttore del TG che si è commosso, leggendo la notizia dello sgombero delle scuole parigine, perché - lo ha detto in trasmissione - gli era venuta in mente la sua bambina che si trovava in una di quelle scuole. Anche io penso spesso ai miei tre figli e al mondo in cui vivranno e al dovere che abbiamo di crescerli educandoli alla Libertà, ma anche proteggendo il loro futuro.

Luciano Caveri


Il risveglio nel 2015!

Pretendiamo un'inversione di rotta

Tempo di bilanci e di qualche pensiero per il 2015, cui guardiamo con speranza, facendo tanti auguri a tutti i lettori. Purtroppo l'anno finisce con grandi inquietudini. Possiamo, senza tema di smentita, dire con tranquillità, ma con la giusta indignazione, che fra le autonomie speciali la più tartassata dallo Stato, anche nel 2014, è stata la Valle d'Aosta. Spiace doverlo scrivere, ma la triste realtà è proprio questa e non la si può e non la si deve nascondere. Sarebbe facile argomentarlo questo record con puntiglio e dati alla mano. Potrei riprendere uno a uno errori e omissioni di chi, in politica, ad Aosta e a Roma, avrebbe dovuto difendere la nostra Regione autonoma e non lo fatto per nulla o non a sufficienza. Lo si vede - ultimo atto parlamentare - anche dalla Legge di Stabilità con una norma confusa che mischia - e non è un bene - legislazione ordinaria con norme d'attuazione a venire. Ma è inutile accanirsi: questa inerzia è ormai preclara ed è bene guardare avanti, anche attraverso qualche elemento comparativo. Ben diversa è stata la capacità di mediazione di Trento e Bolzano, che hanno cavalcato l'onda per ottenere un accordo di lunga gittata sia finanziario che ordinamentale (trasmesso pure a Vienna in ossequio alla "garanzia internazionale"). Mentre - per chiudere il confronto con le Speciali del Nord - il Friuli-Venezia Giulia ha ottenuto denaro con la logica politica, in verità vecchia come il cucco, di una Debora Serracchiani, Presidente della Regione e neorenziana di ferro. Dunque più un favore che un diritto. Se si allarga la visuale, resta da capire cosa avverrà esattamente per la Sardegna, cui era stata assicurata dal Governo un'uscita dal "Patto di Stabilità", che sarebbe elemento clamoroso e si sommerebbe a prelievi più leggeri di quelli sinora inflitti alle autonomie speciali del Nord. Resta poi la Sicilia, che è sempre una storia tutta sua grazie al numero di parlamentari che la rappresentano e che possono fare la differenza per un Governo e questo crea una morbidezza inconcepibile. Questo ha consentito alla Regione siciliana (questa la dizione statutaria) di sbattersene allegramente di vincoli, tagli e sanzioni, mai arrivati a destinazione per il perdonismo dello Stato, malgrado la bancarotta aleggi da decenni e obbligasse a scelte drastiche. Ultima perla: la scelta di Matteo Renzi di imporre un suo uomo, l'economista toscano (guarda il caso) Alessandro Baccei come Assessore all'Economia della Sicilia nella Giunta del bizzarro Presidente Rosario Crocetta. Presidente che pare già essere ai ferri corti proprio con Baccei che ha invocato misure drastiche per riequilibrare i conti in profondo rosso. Intanto su BlogSicilia si annuncia la normalità di queste ore per i consiglieri regionali del più antico Parlamento d'Europa:

"Sul piatto c’è l’analisi delle commissioni di merito su bilancio e finanziaria ma queste riunioni servono ad avviare la sessione formalmente e a liberare urgentemente dalle commissioni il disegno di legge di esercizio provvisorio. Si punta ad avere un esercizio provvisorio già approvato dalle Commissioni entro domani sera in modo che lunedì la Bilancio possa analizzare la norma e mandarla in aula per martedì 30".

Chiaro il concetto? Si apre la sessione di Bilancio per approvare, come sempre avviene, l'esercizio provvisorio! Ma il fatto reiterato negli anni non fa più notizia per la Sicilia, che con poteri, competenze e finanze derivanti dal suo Statuto potrebbe essere la punta di diamante delle Speciali. Lo Stato assente, silente è complice di un disastro preferisce, invece, prendersela con altri, per esempio con i valdostani... Significativo il crescendo di voci per ammazzare la Valle d'Aosta, inclusa "manu militari" in una macro regione con Piemonte e Liguria. Addio autonomia speciale, addio regionalismo. Soppressi e basta! Nel 2015 sarebbe bene che sul punto si pretendesse un'inversione di rotta. E invece, purtroppo, i rischi sembrano aumentare. Cade, dunque, a fagiolo la "Costituante Valdôtaine"!

 Luciano Caveri


Chi ci vuole morti e sepolti

In periodo natalizio bisognerebbe solo scambiarsi gli auguri [...]

In periodo natalizio bisognerebbe solo scambiarsi gli auguri (e lo faccio con gioia!), ma di questi tempi purtroppo ci sono idee balzane che prendono corpo ed è bene allarmarsi. Ultimi arrivati di una lunga sfilza bipartisan arriva un gruppo di deputati del PD, partito al Governo e in testa a tutti i sondaggi in epoca di Renzi tuttofare (Premier e Segretario in una logica ormai personalista), a proporre con proposta di legge costituzionale - nel quadro di una riduzione delle Regioni - di far sparire la Valle d'Aosta. Scelta che dovrebbe essere inserita, già che ci siamo e visto che la fretta fa gattini che ci vedono benissimo, nella riforma costituzionale in corso in tema di regionalismo e pure il Presidente dei Presidenti delle regioni, Sergio Chiamparino, ha già detto incredibilmente di essere nella stessa scia. Si tratterebbe di un blitz davvero di stampo militare, che porrebbe gli interessati di fronte al fatto compiuto. C'erano nel nostro caso un patto politico e una tutela costituzionale? Roba del passato, ferrivecchi del 1945 e dintorni, da buttare nella pattumiera nella fulgida epoca odierna, senza nostalgie o rimpianti. Lo chiede la modernità! Poi, perbacco, siamo in Italia e l'Italia decide! Vecchia questione, dicevo, che accomuna oggi esponenti della Sinistra alla vecchia Destra, con qualche sfumatura nuova, adeguata ai tempi. E il refrain è il solito, ma declinato come un razzo a due stadi. Non si tratta, infatti, solo di far sparire la specialità, asfaltando l'art.116 della Costituzione non nel nome del federalismo ma della normalizzazione. Di fatto, visto il contesto centralista della riforma Renzi, la scelta è quella di ridimensionare ad ampio spettro il regionalismo e dunque fare di ogni erba un fascio. Una rottamazione, direbbe qualcuno... Ma questa volta, per i valdostani, non ci si ferma qui. L'idea è quella di profittare del passaggio per far sparire la Valle d'Aosta "fusa" con Liguria e Piemonte, esattamente in linea con la Regione Lombardia (Forza Italia e Lega in entente cordiale), che ha proposto di chiamare la stessa creatura "Limonte". Esempio linguistico di che fine farebbe la storia autonomistica della Valle d'Aosta, neppure più citata. Naturalmente si aggiornano i vecchi progetti omicidi con una veste nuova: il risparmio e l'efficienza. Si rende più educata la vecchia accusa "ricchi e privilegiati" con logiche da mattone avvolto in carta regalo. La fregatura passa attraverso cifre e statistiche, economie di scala e efficientamento e avanti con amenità analoghe. Resta una logica distruttiva da tritasassi, sfuggendo per altro che fine farebbe ogni logica di rappresentanza della nostra comunità. Forse finiremmo nell'area metropolitana di Torino, come stambecchi buoni per un museo. Esempio vivente di montanari con l'osso nel naso e la sveglia al collo, destinati - in nome dell'eguaglianza giacobina - alla marginalizzazione e all'abbandono. Insomma, verremmo rimessi in riga dallo Stato Nazione che non tollera forme di diversità. Per quel mi riguarda la discussione sui due punti non si accetta per una semplice ragione. Chi deposita in Parlamento certe proposte non può poi nascondersi dietro la foglia di fico del "discutiamone con serenità". Serenità un piffero! A me monta solo la carogna e mi indigno, chiedendomi se sia possibile che si agisca in certi modi, lesivi di capisaldi costituzionali di vario genere, che si minano con la superficialità e l'arroganza di chi oggi è nella stanza dei bottoni e crede di fare e disfare. E di farlo, nel nostro caso, in violazione di elementari principi democratici di coinvolgimento della comunità interessata, che è un popolo con una storia e personalità ben più profonde di una Repubblica che si rimangiasse, con spaventosa indifferenza e con una scelta violenta, l'ordinamento valdostano e i suoi principi. Io penso, pure con il rischio che ci sia anche in Valle una parte di indifferenti e rassegnati (e di comprati), che chi scherza con il fuoco dovrebbe preoccuparsi di delle reazione di quelli che non accetteranno mai umiliazioni. Anche di questo deve discutere la Costituente Valdostana. Ancora auguri!

Luciano Caveri


Uscire dall’angolo

Bisogna rassegnarsi: non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Il detto è sempre valido. Mi riferisco alla scelta di UVP di lanciare la Costituente Valdostana: un pensatoio per la nostra comunità che offra, con gli apporti più vari (un tempo si sarebbe detto “pluralisti”), una risposta seria e consapevole ad un’autonomia speciale sotto attacco e che sembra avere poca capacità di difesa in chi oggi incarna i ruoli apicali delle nostri Istituzioni. Progetto ambizioso che sembra, invece, per chi ne semplifichi e banalizzi la portata, una sorta di mezzuccio per raggiungere il Potere. Sarebbe scegliere una strada ben tortuosa, quando invece – se quello fosse lo scopo – ci sarebbe mille altre scorciatoie. Avvilente solo pensare che come dei Machiavelli da quattro soldi mettessimo la faccia in operazioni di alto livello per poi volare a bassa quota. Ma non bisogna badare a chi non vuole sentire e distorce i nostri pensieri. Quel che conta è la nobiltà di una scelta di uscire dal terreno della “politique politicienne”, una palude piuttosto sgradevole di questi tempi, in favore della “Politique”, che dovrebbe avere una logica di “rassemblement” delle migliori energie, senza troppo guardare le etichette. Da questa visione di insieme, come dalla cima di una montagna, dove l’aria sia pura e frizzante, credo potrebbero sortire risultati importanti. Parlare di “autodeterminazione” è semplicemente seguire la strada coerente del federalismo, che prevede che – nel mercato della politica e delle istituzioni – ognuno disponga del suo pezzo di sovranità. Altrimenti, è ovvio che siano altri a scegliere per te e tu sia suddito e non protagonista delle decisioni. Credo che i “progressisti” vogliano invece proporre e condividere, nelle discussioni apposite, le soluzioni per il futuro, uscendo dall’angolo in cui ci siamo cacciati sul ring attuale con un boxeur – lo Stato – che ci mena come dei tamburi, in barba alle logiche costituzionali e di patto politico del dopoguerra.

Luciano Caveri


Riecco la macroregione…

.. e la bizzarria chiamata Limonte

A volte le cose tornano, specie nella politica italiana, dove - come si fa con il maiale - non si butta via niente. È stato questa volta il Presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Raffaele Cattaneo, a tirare fuori dal freezer una proposta già fatta in passato dal suo mentore politico, il più volte Presidente della Lombardia, Roberto Formigoni. Entrambi democristiani, passati a Berlusconi, ora pascolano dalle parti del Nuovo Centrodestra della componente Comunione e Liberazione. La proposta è quella di accorpare le attuali Regioni in nove "macroregioni" e la Valle d'Aosta finirebbe nella Regione Limonte (sembra il nome di un ghiacciolo), perché saremmo "fusi" con Piemonte e Liguria. Neanche del spiagge della Sardegna ci concedono, come ai tempi di Casa Savoia, quando però siamo stati per secolo un Duché con i suoi "privilèges". Il prodotto è surgelato perché chi pensò a questo scenario fu per primo Gianfranco Miglio, costituzionalista e federalista eminente negli anni Sessanta, ripreso poi negli anni Novanta in epoca di "Bicamerale" per le riforme quando andava d'accordo con il leader padano Umberto Bossi, che poi lo mollò con code di definizioni volgari che il professore non meritava («Miglio, una scoreggia nello spazio»). Si trattava di una versione più estrema di quella di cui si discute con tre sole macroregioni: Nord, Centro e Sud. Naturalmente "a tu per tu", Miglio, caro amico e grande personalità, mi diceva sempre che noi valdostani non saremmo dovuti "annegare" nella macroregione del Nord per le nostre specificità che ben conosceva, ma Formigoni e ora la sua pallida fotocopia, riprendendo l'idea - fatta propria in passato anche da quella bizzarra creatura che è la "Fondazione Agnelli" per ora non ancora trasferita da Marchionne - non hanno fatto dei distinguo di nessun genere e naturalmente me ne dolgo ed è segno di insensibilità, visto che Cattaneo dice di averla presentata ai suoi colleghi Presidenti dei Consigli spero che il nostro lo abbia pubblicamente spernacchiato. Noto, per altro, che ad Est verrebbero accorpati senza scrupoli anche sudtirolesi, trentini e il Friuli-Venezia Giulia al Veneto con la rozzezza degna dei confini tracciati dai colonialisti europei nel Continente africano. Io non voglio che l'identità culturale, politica, geografica della Valle d'Aosta muoia nell'ambito di questo "mostro" che il Presidente lombardo ripropone, come già fecero quelli che cavalcarono prima di lui analogo progetto (che nulla ha a che fare con la "macroregione alpina", che è una strategia a livello europeo, di cui proprio domani a Milano si farà il punto). Penso che su questa posizione da "suicidio assistito" per la Valle d'Aosta non sia neppure da aprire un dialogo: il "no" deve essere secco e deciso e semmai si tratti di rilanciare con grande decisione il fatto che per uscire dalla sceneggiata all'italiana del regionalismo attuale nel solco ormai di un neocentralismo imperante non esista altra strada che il federalismo. Principio che non si fa con logiche di grandezza, ammazzando i più piccoli. Restano, dunque, tutte le buone ragioni che IMPEDISCONO ai valdostani di finire dentro la bizzarria chiamata Limonte. Spetta a noi e non ad altri essere artefici del nostro futuro, perché l'autodeterminazione non è una barzelletta, ma uno strumento che incombe quando equilibri faticosamente raggiunti vengono di continuo posti in discussione. Siamo giunti per l'ennesima volta sull'orlo dell'abisso. E ci sentiremo dire: "è colpa dell'opposizione...". Sic!  

Luciano Caveri


Tagli agli Asili Nido

Un altro pezzo di Valle d'Aosta che se ne va

Abbiamo appreso nei giorni scorsi, dagli organi di informazione, della volontà, da parte dell'Amministrazione, di una riorganizzazione coatta del servizio degli asili nido. Riorganizzazione e riduzione, derivanti da tagli di bilancio regionale, peraltro non ancora approvato, ma che qualcuno da probabilmente per acquisito, prima ancora del voto in Consiglio, che porterebbero a pesanti tagli al personale e alla qualità dei servizi. Oggi abbiamo chiesto lumi in merito all'Assessore Fosson, audito in Vª commissione sull'atto aziendale dell'USL, che ha confermato la volontà di deliberare in tal senso da parte del Governo Regionale, senza neppure aver discusso della questione all'interno delle commissioni consiliari. Un metodo abbastanza diffuso da parte del Governo, che già è avvenuto per la revisione dei criteri per accedere alla borse di Studio, e un ennesimo sintomo della mancanza di condivisione su certi importanti temi, che riguardano il futuro della nostra comunità, con i Consiglieri, sia di opposizione che di maggioranza, stupiti quanto noi. Certo, con grande stupore apprendiamo di queste scelte, assieme ad altre di questo periodo, come la razionalizzazione della chirurgia d'urgenza, portate avanti unilateralmente e poi, eventualmente, comunicate al Consiglio o, peggio ancora, apprese dagli organi di informazione. In questo senso questa mattina abbiamo quindi richiesto, e ottenuto, una convocazione urgente e straordinaria della commissione consiliare competente per lunedì. Per poter almeno discutere dell'argomento asili nido, prima dell'approvazione della delibera di Giunta venerdì, ascoltare gli operatori, gli enti locali, e poter soprattutto capire quale futuro aspetta gli asili nido in Valle d'Aosta e vi opera, prima che qualcuno abbia già deciso. Certo, rimane lo stupore e la preoccupazione per un altro pezzo di Valle d'Aosta che viene sacrificato, decidendo a priori e senza nessun dibattito. E la convinzione che questo argomento, assieme al bilancio che ci apprestiamo a discutere a dicembre in Consiglio Valle, sia l'ennesimo dossier, malgrado i grandi proclami alle convergenze, dove tutto è già stato deciso a monte, da pochi, e che dovrebbe poi essere ratificato. Ancora una volta diciamo no a questi metodi, no ai tagli lineari senza una definizione delle priorità a monte, e no ad un bilancio costruito da pochi, che non traccia nessuna prospettiva alla nostra comunità.

Per il gruppo UVP

Laurent Viérin


Il raddoppio del Fréjus

L’Italia è il Paese del gioco delle tre tavolette. Ad un certo punto certi cambiamenti di direzione sono così rapidi da non permetterti di capire più nulla. Pensiamo al destino incrociato fra la Valle d’Aosta e la Val di Susa, in tema di trasporti, a causa dell’ovvia collocazione geografica, oggi come nel passato remoto. La modernità, dopo i Colli alpini, sono stati i trafori. Si comincia nell’Ottocento con la ferrovia: tra il 1857 e il 1871, quindi si comincia sabaudi e si finisce italiani, viene costruita la galleria ferroviaria del Fréjus e questa scelta spiazza per sempre la speranza dei valdostani di avere un collegamento ferroviario internazionale verso la Francia sotto il Piccolo San Bernardo o sotto il Monte Bianco. Pareggia la Valle d’Aosta nel 1965, quando invece vince la battaglia del tunnel stradale del Monte Bianco, mentre il “cugino” del Fréjus entra in servizio solo nel 1980. Per gli accessi lato italiano, negli anni successivi all’apertura all’esercizio, si aprono delle autostrade, riconoscendo che quella valsusina ha avuto un impatto distruttivo sulla vallata, mentre l’autostrada del Monte Bianco, prevalentemente in galleria, ha avuto un ben diverso esito sul territorio. I due trafori stradali viaggiano, comunque, in parallelo, nel senso che fissano tariffe analoghe e subiscono entrambi crescite di traffico impressionanti per alcuni anni nel traffico dei TIR, oggi ridimensionato sia per la crisi economica, ma anche per logiche diverse nel trasporto delle merci. Il gravissimo incidente al Bianco con il rogo la mattina del 24 marzo del 1999, che causa 39 morti, accende l’attenzione sulla sicurezza in questo tunnel di prima generazione. La susseguente normativa comunitaria fissa dei paletti estremamente severi. L’equipaggiamento del Monte Bianco rimesso a nuovo garantisce il massimo di sicurezza per un tunnel ad un solo tubo, prevedendo finalmente la possibilità certa per gli automobilisti di poter uscire attraverso appositi cunicoli collegati con i rifugi di sicurezza, dove affluire in caso di necessità. Per il Monte Bianco i soliti noti lanciano l’idea, subito cassata dalla nostra Regione (seguii la questione parecchie volte nei miei posti di responsabilità), di raddoppiare il traforo, accampando ragioni di sicurezza. Per reagire al no si cavalca successivamente il cavallo di Troia del “tunnel di sicurezza” (come quello, che è invece davvero di sicurezza, in corso di realizzazione al traforo del Gran San Bernardo). Come dire: li facciamo fessi, questi montanari... Che fosse un pretesto oggi lo possiamo scrivere, perché al Fréjus si è percorsa ​questa strada: si annuncia la necessità di un nuovo tubo parallelo all’attuale, per sole ragioni di sicurezza, poi il progetto cambia e entro il 2019 (ieri è caduto l’ultimo diaframma della galleria) si avrà il raddoppio vero e proprio. E intanto, come già avvenne al Monte Bianco con i privati diventati soci di maggioranza con la cessione della Società pubblica Autostrade al Gruppo privato Benetton, il Gruppo Gavio sta cercando di diventare socio di maggioranza al Fréjus con un braccio di ferro con il Comune di Torino. Questo passaggio completerebbe il disegno del duopolio autostradale privato, di cui ormai gli esiti per gli utenti e le comunità locali sono tristemente chiari, di avere autostrade e trafori nelle loro mani. Resta il problema della ferrovia. Sono sempre stato favorevole alla Torino-Lione, ritenendo – come da modello svizzero in corso di completamento con la galleria di base del Lötschberg – che solo il trasporto merci su treno potrà liberare, con l’uso dell’arma tariffaria e fiscale, dai rischi di troppi camion attraverso le Alpi. Ed è la ragione principale per cui si sta costruendo anche il nuovo traforo ferroviario del Brennero, sapendo che lì si concentra la maggior quantità di traffico dei TIR sulle Alpi. Oggi sia l’evoluzione del traffico che le disponibilità finanziarie invitano ad una maggior prudenza sulla nuova ferrovia Italia-Francia e varrebbe davvero la pena di riflettere sulla proposta NOTAV di una seria ristrutturazione della linea storica. O, almeno, per favore, si abbia chiarezza su costi e sui tempi, se prevarrà la logica di andare avanti con una scelta perigliosa. Quel che è certo, a maggior ragione con il raddoppio che verrà del Fréjus (per altro in palese violazione del protocollo Trasporti della Convenzione Alpina che bloccava l’espansione stradale), è che solo il trasporto merci su rotaia potrà fermare i camion e la lobby dei TIR cavalcherà l'avvenuto raddoppio. E il paradosso della Val di Susa è che, mentre la vallata ribolliva contro il nuovo tracciato ferroviario, sotto il loro naso è stato raddoppiato il traforo stradale.

Luciano Caveri