Settembre di inquietudini

Riparte pian piano la politica, ammesso che si sia mai fermata. Ma è vero che l'estate distrae. Settembre è un punto e a capo, il vero inizio di un periodo di ripartenza, molto più di quanto lo sia il passaggio previsto dal calendario fra un anno l'altro. Una volta per la Valle d’Aosta era anche l’occasione per qualche pensiero su sé stessa, ma la Festa della Valle d’Aosta del 7 settembre è morta in culla, malgrado le sue buone ragioni storiche e istituzionali, perché indicata in sostanza come cosa inutile avendo il torto primigenio, se si scava sulla soppressione, di essere una mia idea. Per altro ogni promessa di mantenerne i tratti distintivi in occasione dell'anniversario di fine febbraio dell'emanazione dello Statuto non è mai stata mantenuta. Potrei elencare analoghe questioni, più prosaiche e meno simboliche, da mettere in evidenza come molte occasioni perdute, ma si è scelta la logica di cancellare idee e proposte, senza mai approfondirle per una logica di arroganza cieca e nociva. Malgrado le grandi promesse e le dichiarazioni elettoralistiche, resta su diversi punti che potrebbero essere spiegati con minuzia, ma anche come impressione generale, che lo stato dell’Autonomia si sia sgradevolmente degradato in questi anni e la colpa non sia del solo contesto esterno, ma anche di errori e incapacità tutte valdostane e me ne dolgo sinceramente e osservo conseguenze gravissime già presenti e all’orizzonte. Mi limito perciò a qualche pensiero. Il primo riguarda l’interlocuzione con il Governo Renzi, che – reinserito nel giro della maggioranza regionale il PD con l’ottenimento del Sindaco di Aosta e di un Assessore regionale in cambio di un rafforzamento al claudicante Governo regionale – in realtà sembra non servire molto. Pensiamo all’Ordinamento finanziario che ha continuato a subire batoste incredibili che rendono problematico il mantenimento di un livello di servizi, specie nel Welfare valdostano e l'uso delle forbici già in atto ormai tocca la carne viva e non il superfluo. Lo dimostrano le cifre che sono spietate e tristemente indiscutibili rispetto ad ogni operazione propagandistica. Idem per la Buona Scuola: non essendo passata nessuna norma specifica in legge, si sono firmati accordi futuri e non si capisce bene ora che cosa si aspetti, a parte creare le solite Commissioni. Sfugge se la Regione sceglierà la strada di una propria legislazione o, come si dovrebbe, cercherà di ottenere almeno una norma di attuazione in materia, ma i tempi dovrebbero essere rapidi per non trovarsi cornuti e mazziati (specie gli insegnanti precari da stabilizzare). Altro esempio: non c’è ancora la riforma costituzionale votata definitivamente (poi ci sarà il referendum confermativo nella primavera 2016, se si terranno i tempi e il Senato non modificherà il testo) assai antiregionalista e basata su un centralismo statale e un rafforzamento dei poteri del Premier preoccupante, e già lo Stato ha preso il boccino in mano per riformare gli Statuti di autonomia con una propria Commissione che – se ho capito bene – vorrebbe scrivere in fretta un testo di legge unificato (buono per tutte le autonomie speciali) da inviare in Parlamento per la riforma degli Statuti. Con il clima attuale - anche se si promette concertazione - è un pericolo rosso, specie perché il testo costituzionale non sarebbe ancora in vigore con quel principio d’intesa sui contenuti dei nuovi Statuti, che tra l’altro varrebbe – autentica bizzarria – una tantum e solo per la prima volta. Vogliamo poi dire del Casinò di Saint-Vincent? Chi ha distrutto la macchina in questi anni si presenta oggi, come in altri casi, come il Salvatore, cambiando vertici che purtroppo propongono documenti che sembrano il “copia e incolla” di quanto già detto. La soluzione principale non sembra essere quella di capire che cosa fare con giochi e clientela, se non proponendo aria fritta, ma – specie pensando a KPMG, società di revisione, che segnala dubbi su certe scelte di copertura del bilancio – tagliare il costo del lavoro come strada maestra per non collassare. Come strategia pare debole… Insomma. brutta storia nel solito clima generale di intimidazione e di “campagna acquisti” che finisce alla fine per essere un esercizio inutile, perché le cose vanno male, molto male. Non basta neppure più la plastica immagine del Titanic che cola a picco a causa dell’urto violento contro un iceberg. Qui l’immagine da utilizzare è ancora più triste ed è quella di una nave alla deriva che va infine a fondo per l’incapacità dell’equipaggio e non per un brutto scherzo del destino. Questo accresce i nostri doveri.

Luciano Caveri


Il Dodo e l’autonomia speciale

Capita di far dei ragionamenti partendo da una notizia che serve come appiglio. Leggevo ieri del celebre professore di microbiologia Frank Fenner, 95 anni, che sostiene il funesto evento della scomparsa, entro il prossimo secolo, della razza umana. Temo di non poter garantire di essere presente per banali ragioni di età. Le due cause decisive dovrebbero essere l’esplosione demografica e i consumi fuori controllo, ma l'innesco dovrebbero avvenire a causa delle conseguenze derivanti dai cambiamenti climatici. L'esempio in piccolo, citato come esemplare oggi per il pianeta, è la catastrofe ecologica che causò la scomparsa della civiltà e degli abitanti dell'isola di Pasqua. Vedremo, sperando che abbia torto. Per altro, va detto che Il cambiamento incombe su tutto. Ricordate la celebre frase? “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. A pronunciarla fu il famoso chimico, biologo, filosofo settecentesco Antoine-Laurent Lavoisier. Ci pensavo rispetto al regime di autonomia della Valle d'Aosta, che esprime in epoca contemporanea - con pregi e difetti - un antico desiderio di libertà dei valdostani lungo la storia millenaria. Ultimamente, a fronte di mille difficoltà, ogni tanto - a proposito di specie estinte - mi viene in mente il Dodo. La vicenda è nota: l'animale viveva nell’isola Mauritius nell'Oceano Pacifico. Era uno strano uccello con un corpo pesante, quasi senza coda, becco robusto ma con delle ali molto .piccole e perciò non poteva volare Nel 1599 sbarcò sull'isola - eravamo nel tempo delle esplorazioni- un ammiraglio della marina olandese con la sua nave. La specie Dodo non ebbe il tempo di adattarsi (parola chiave l'adattamento) a questa invadente presenza. Lungo la “rotta delle Indie”, Mariutius divenne quasi un passaggio obbligato per le navi olandesi e portoghesi in transito. Preda dei marinai che li cacciavano per mangiarseli, i goffi Dodo erano facili da catturare. In seguito l’isola divenne sede di una colonia penale olandese e, oltre ai detenuti vennero importati maiali e arrivarono con le navi anche i ratti. Rapidamente questi animali si moltiplicarono sull’isola e trovarono nelle uova di Dodo (uno per covata) un facile nutrimento. Così avvenne la estinzione del Dodo: nel 1681, dopo appena 82 anni dalla sua scoperta, non vi era più alcun Dodo vivente. Fine della loro storia. Potrebbe - in un parallelo possibile fra un animale e istituzioni politiche - estinguersi la nostra autonomia speciale? Basta una norma costituzionale di abrogazione, magari resa più rapida da un voto di fiducia..., e voilà che purtroppo il gioco è fatto. E il clima va in questo senso per tante circostanze esogene, ma anche per ragioni endogene, frutto di quanto cioè avviene nel sistema valdostano e di cui è bene parlare. Troppe cose stanno andando a rotoli in questi tempi cupi, creando un terreno fertile per chi ci vuole male, oltreché far star sempre peggio i valdostani. La crisi economica è diventato il paravento utile per giustificare incapacità e errori di chi comanda in Regione. La crisi è dunque l'utile strumento per spersonalizzare le responsabilità politiche gravi e ripetute, come se una nuvola mefitica di provenienza esterna fosse la causa Paradiso perduto. Com'è grave, di conseguenza, la distrazione di larga parte di cittadinanza, non calcolando per sottrazione chi partecipi al sistema clientelare nei suoi lati più o meno oscuri e pensando a come il voto non sia più la cartina di tornasole del livello di libertà, ma semmai della sottomissione, dell'interesse e pure di legami con poteri esterni alla Valle d'Aosta. Per cui la transizione istituzionale in corso o coinciderà con un cambiamento vero e non con formule risibili di allargamento della maggioranza o l'autonomia rischia di la fine del Dodo, buona per essere esposta - opportunamente imbalsamata - fra le cose che furono.  

Luciano Caveri


Noi guardiamo ad Aosta

per un'alternativa seria

Si avvicina il silenzio elettorale, prima dell'apertura delle urne e bisogna ancora scrivere di politica, specie quando ti accorgi che la posta in gioco non è solo negli equilibri per cui si vota, ma scava scava c'è ben altro sotto la superficie dell'appartenenza. Per chi segua la politica valdostana, la mappa delle elezioni comunali è quasi del tutto chiara in ciascuno dei 68 Comuni dove si voterà, piccoli o grandi che siano. Per me, che sono dell'Union Valdôtaine Progressiste, ci sono alcuni Comuni dove, se prevarranno elementi di cambiamento, allora c'è da sperare. Lo dice "Todo Cambia", testo di Julio Numhauser, nella canzone interpretata da Mercedes Sosa con una bella melodia. Che, tradotta dallo spagnolo, suona così: "Cambia ciò che è in superficie, cambia il profondo, cambia il modo di pensare, cambia tutto in questo mondo". Per carità, so bene, avendolo vissuto, come esista anche nella più piccola competizione elettorale una logica di drammatizzazione ad uso dell'accensione dell'interesse popolare. A maggior ragione quando il partito più grande anche in Valle d'Aosta sta diventando, elezione dopo elezione, quello del "non voto". Ma il "caso Aosta" dimostra come gli astensionisti, almeno nella parte intrisa di distrazione, dovrebbero drizzare le orecchie per capire come dietro a questa elezione comunale ci sia non solo quella stessa competizione per cui si vota, ma ben altro che l'Hôtel de Ville. Varie circostanze hanno, infatti, perché di questo si tratta, cementato un accordo fra l'indomito Augusto Rollandin e l'astuto Matteo Renzi. Sparita la foto dalla sua scrivania di Presidente della Regione di Silvio Berlusconi, con manovra da prestigiatore, campeggia ora l'immagine sulle piste di sci di Courmayeur del giovane toscano, personaggio degno della penna del suo conterraneo Collodi. A Renzi, che salirà in Valle per il comizio di chiusura, interessa il destino della piccola Aosta? Direi che al Fiorentino (Tocqueville usa la definizione "politique florentine" come la politica dell'inganno...) interessa, semmai, l'operazione in corso del sostegno che verrà dal Partito Democratico all'agonizzante maggioranza in Regione della logora Giunta Rollandin. Come faccia il PD valdostano a farsi stampella del rollandinismo, di cui ha detto peste e corna sino a ieri, sarà difficile da spiegare, se non con un comportamento bipolare. Ma prepariamoci a espressioni come "senso di responsabilità", "punti d'intesa in un momento difficile", "in assenza di alternative di governo" che dovrebbero commuovere i valdostani. Più prosaicamente in gioco ci sono poltrone, incarichi e - vedremo se sbaglio - qualche cos'altro che si svelerà molto presto. Ma non esiste solo il lato PD della faccenda, ma c'è anche l'elettorato unionista, che si trova svenduto il ruolo di Sindaco della Città per traffici di livello superiore. E con un accordo con quel PD che, attraverso esponenti di spicco, spinge da tempo sull'abolizione delle autonomie speciali. Chissà che gusto c'è a mettere la testa nella ghigliottina del proprio boia. Ecco perché sarebbe bene che ad Aosta questo progetto venisse stoppato dagli elettori e si scegliesse nella coppia Andrione-Piassot un'alternativa seria.

Luciano Caveri


Étienne Andrione per cambiare

Esiste in ogni équipe un direttore d'orchestra designato

Non si può non annotare ancora qualche pensiero sulle elezioni comunali e vorrei farlo, questa volta, senza dimenticare come - con l'elezione diretta del Sindaco ad Aosta - sia importante riflettere sulle personalità di chi si candida. Le elezioni sono un gioco di squadra, ma esiste in ogni équipe un direttore d'orchestra designato, che ha un ruolo essenziale. Non cadrò nel giochino di dire degli altri candidati, perché ognuno è libero di farlo, ma mi sia consentito oggi di dire perché credo con assoluta sicurezza che la candidatura espressa dall'Union Valdôtaine Progressiste sia la migliore. Étienne Andrione appare sulla scena della politica con la candidatura a Sindaco per la città di Aosta. Esiste di certo nella politica una componente ereditaria, che agisce "malgré nous" e in questo caso il riferimento al papà Mario, Presidente della Regione che ha governato a lungo la Valle, è scontato. Ho conosciuto bene il papà, che era amico del mio, malgrado avesse sostituito Severino ai vertici della politica valdostana, ma si sa che spesso i delfini lo fanno. Per alcuni anni seguii da giornalista il suo lavoro e anche quell'inchiesta giudiziaria che lo mise come un mostro in prima pagina per poi chiudersi con un fuoco di paglia in Cassazione. Per lui non c'è stata riabilitazione vera e la riconoscenza per il ruolo politico forte che ebbe in anni cruciali per l'autonomia valdostana, ma si sa che in Valle d'Aosta c'è troppo spesso una carenza di memoria. Étienne entra nell'agone della politica elettiva dopo molti anni dall'uscita di scena del papà, avvenuta oltre trent'anni fa e lo fa con una sua personalità e senza un diretto legame ereditario. Certo ha l'allure paterna e l'air de famille, condivide la profonda cultura e l'oratoria brillante e a tratti sferzante. Ma lo fa come un Andrione 2.0 con una sua personalità, convinzioni e analisi della realtà frutto di un suo percorso personale, che lo ha portato a lavorare per la Fondation Chanoux e ad azioni già politiche, ma non partitiche, nel solco dell'autonomismo valdostano. Lo ha sempre fatto con una vena anticonformista e senza tabù rispetto al rischio di essere parrucconi nel leggere la realtà valdostana. Non nascondo di avere avuto da lui qualche critica, debitamente corrisposta, ma penso che questo sia stato naturale in chi abbia il coraggio delle proprie idee e non finga. Ma il tempo ha consentito di conoscerci meglio e devo dire che una collaborazione su di una trasmissione TV - in un ambito che nulla aveva a che fare con la politica ma con la storia in una logica pluralista - mi ha confermato il suo spessore umano e culturale. Quando si è cominciato a pensare alle comunali di Aosta, sono stato fra i primi a sperare che Andrione fosse dalla partita. E sono contento che questo sia avvenuto: lo deve ai valdostani che hanno bisogno di persone serie e oneste in politica. Ora Étienne si trova in ballo e balla con capacità e intelligenza, deludendo chi ha giocato sul suo côté imprevedibile e sul suo presunto intellettualismo, mostrando invece determinazione e desiderio di capire senza presunzione. Spero che gli aostani - che si beccano pure i big nazionali in occasionale tournée - capiranno che l'occasione è da non perdere per evitare che Aosta cada nella trappola che si sta preparando. Non sarebbe nulla di buono per l'autonomia valdostana. Ecco perché scegliere UVP, Étienne Andrione, la sua Vice Daniela Piassot e i candidati della Lista.

Luciano Caveri


Diamo un segnale ad Aosta

Contro centralismo e furberie

Poiché non viviamo sulla Luna sarebbe bene seguire con attenzione quanto sta accadendo in queste ore a Roma, anche se la prendo un pochino da distante. Mi ha fatto simpatia, ma la ricostruzione è del tutto irrealistica, l'idea - in una scena della fiction "1992" sulla nascita di Tangentopoli e della Seconda Repubblica - che la truppa dei leghisti, che irruppero allora alla Camera (55 deputati, mentre nel 1987 ce n'era solo uno, Giuseppe Leoni, con cui condividevo gli uffici), facessero dei corsi di apprendimento dei regolamenti parlamentari. Intendiamoci: non che studiare non fosse necessario, ma la verità è che il diritto parlamentare è fatto di regole scritte, ma ci sono anche prassi, consuetudini e precedenti (vale a dire come ci si comportò in situazioni analoghe), per cui rifarsi solo alle norme scritte - che poi consulti quando ti servono, senza impararle a memoria - è assai limitativo. Io ho avuto la fortuna, come Capogruppo e come Segretario di Presidenza, di vivere molto la macchina dall'interno e di fare un apprendistato che mi ha consentito di smontare e rimontare il suo funzionamento sino alla più piccola rotellina. L'ho fatto per un lungo periodo e in momenti anche di grande scontro politico. Resto, tuttavia, un convinto fautore della democrazia parlamentare, pur essendo persuaso che ci vuole coraggio nell'opera di rinnovamento per scardinare meccanismi desueti e polverosi che non corrispondono a certe necessità odierne. Ma questo non significa stravolgere le cose e fare operazioni muscolari a colpi di maggioranza. Gli entusiasti delle riforme renziane sappiano che, con la nuova legge elettorale (Italicum, una definizione che diventerà ridicola come il Porcellum) e con la morte del Senato, oltreché con il rafforzamento dell'Esecutivo presente nella riforma costituzionale in corso, la Camera dei deputati passa in mano con facilità ad una maggioranza piuttosto risicata e con gran parte di onorevoli burattini perché scelti dal "Capo" (orrori dei partiti personalisti) e non dagli elettori in un novero di candidati. Si dirà che tutto questo (cui si somma la liquidazione del regionalismo con la nascita persino della minacciosa "clausola di supremazia" dello Stato!) serve a dare governabilità, a mettere le cose a posto, a evitare sprechi e ruberie, a dare le ali a progetti di rinascita, a smetterla con discussioni troppo lunghe nel nome dell'efficientismo. A far capire che non bisogna fidarsi delle versioni buonista degli avvenimenti in corso, è la scelta violenta e ingiustificata, perché per ridurre i tempi di discussione e votare ci sono modalità che lo consentono, di porre i soliti e ennesimi voti di fiducia, persino sulla legge elettorale. E lo si fa dopo anni di rinvii e ritardi, sostenendo che si tratta dell'unica via per evitare trappole, per rispettare la volontà dei cittadini, per "fare in fretta". La verità è che c'è in tutta questo una voglia, quella di fare di Palazzo Chigi il centro solo e nevralgico del potere: tutto quello che la stessa Sinistra che in parte si piega a Renzi rimproverava con campagne fortissime a Craxi e a Berlusconi. Ma Renzi lo fa con promesse e blandizie, con carota e bastone, inventando un'Italia che non c'è, ma che sembra far colpo sugli elettori, spaziando da destra a sinistra, passando per il centro. A me questa storia non piace e non mi piacciono gli atteggiamenti e certe bugie, che alla fine dimostreranno di avere le gambe corte. Conviene stare attenti e vigili. Così il "caso Aosta", con le elezioni comunali, diventa un banco di prova per chi - l'Union Valdôtaine diventata un partito solo di potere con amministratore unico - già si era venduto (e io dissentii) armi e bagagli al berlusconismo e oggi, con manovra ardita degna di uno yacht di Coppa America, sceglie il vento del renzismo. Ma lo stesso Renzi ha già detto in passato che oggi - evidente il dispiacere - non ha, con l'attuale Parlamento, i voti utili per abolire le autonomie speciali. Come dire che, anche grazie all'Italicum, che premierà i fedelissimi, un giorno verrà per poter realizzare il progetto e la linea della soppressione è quella già affermata anche dai Presidenti del Piemonte Chiamparino e della Toscana Rossi e pure dal Ministro delle Riforme Boschi. Facciamo pure gli scongiuri, ma non basta: agiamo contro certi rischi. Diamo un segnale ad Aosta.  

Luciano Caveri


Quel giorno d’Aprile

Oggi si festeggia ufficialmente il 70esimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo (scriviamolo con chiarezza, perché uno spot di Palazzo Chigi è fatto in maniera tale da non capire da che cosa ci sia liberati allora…). Ed io, di fronte alla voglia di scrivere qualcosa, sono questa volta come smarrito, che per un grafomane è piuttosto strano. Trovo difficoltà perché sono come sopraffatto da sentimenti molto contrastanti, distanti dalla retorica celebrativa da cui saremo investiti e che ho sempre rifuggito anche quando mi è capitato tante volte di parlare in occasioni ufficiali il 25 aprile. Confesso che parlare di fronte ai partigiani, specie a Pont-Saint-Martin o a Perloz dove mi invitava mio zio, Ulrico Masini capo partigiano di Giustizia e Libertà, così come in Piazza Chanoux (grazie a mio papà riportato ad una persona in carne ed ossa e non solo alla figura mitica del martire), era per me un’emozione che mi consentiva di parlare con il cuore in mano, togliendo quegli orpelli retorici che spesso avvelenano gli oratori da celebrazione. Il primo sentimento è la nostalgia verso tanti parenti e conoscenti che, in diverso modo, hanno vissuto quel fenomeno plurale che è stata la Resistenza e non ci sono più. Dalle loro vite, riassunte nei racconti raccolti fin da bambino, ho sempre avuto una consapevolezza di fondo: malgrado il loro coraggio e talvolta il loro eroismo, malgrado le loro paure e i loro dolori, malgrado la passione e le speranze, la Guerra che molti di loro avevano vissuto ancora ragazzi è uno schifo che svilisce l’uomo e, alla fine, nel distinguo sempre da fare, non ci sono vincitore e vinti. La violenza e l’orrore fanno rotolare la stessa umanità nel sangue e nel fango, ma – nel filo della ricostruzione storica – questo non vuol affatto dire che, settant’anni dopo, ci sia una specie di nebbia che tutto avvolge, anzi gli studi oggi ci consentono di distinguere con nettezza torto e ragione. Se avessero vinti i “cattivi” per il mondo sarebbe stata una tragedia. E bisogna sempre onorare chi scelse la parte giusta rispetto a chi optò per la parte cattiva, perché la pacificazione non può essere distorsione della realtà nel nome di un buonismo che sarebbe un torto per chi ebbe il coraggio di combattere il Male e non di aderirvi, quando molti elementi ormai consentivano una scelta non solo emotiva. Poi, naturalmente, come in tutte le cose, non c’è solo il bianco e il nero. Bisogna – e il tempo lo consente – distinguere le zone grigie e mai nascondere i torti e le ragioni per semplice logica di schieramento. Ma la Resistenza è e resta un fenomeno, specie in zone come la Valle d’Aosta, che r intriso di valori di fondo, che finiscono per essere più legati non ad aspetti meramente ideologici, ma proprio ai percorsi di vita di tanti partigiani e antifascisti, da cui si evidenziano processi di maturazione importanti di consapevolezza contro le dittature che bruciaronouna parte degli anni migliori della loro vita. Oggi non so se il passaggio generazionale, che per me ha funzionato, funziona ancora o, come temo, quei fatti finiscano ormai catalogati come un accidente della Storia, utile da guardare da distante, ma non più vivente nel nostro presente. Sarebbe un torto terribile verso chi non solo morì per la libertà – e credo ne avrebbe volentieri fatto a meno – ma chi rimase segnato per tutta la vita dalla drammaticità delle vicende vissute, come mio padre ventenne nel periodo passato fra campi di sterminio e di lavoro. Sono fantasmi con cui finisci per convivere, ma che ti rodono l’anima. Giorni fa, ho intervistato uno dei liberatori di Aosta, Enrico Loewental, quasi novantenne, capo partigiano nella Valle del Gran San Bernardo, ben visibile il giorno della Liberazione di Aosta sulla camionetta militare sequestrata giorni prima ai nazisti. Lascio qui una sua frase su quel giorno, che ad Aosta fu il 28 aprile: “Il mondo, nella piazza principale, era pervaso di gioia: tutti i visi erano sorridenti. Per me, ragazzino ebreo, scampato alle persecuzioni, sonno stati momento di una gioia indicibile”. Se devo scegliere una canzone da far partire a stacco dopo queste parole, propongo – e vi prego di cercarla per sentirla – la canzone “Quel giorno d’Aprile” di Francesco Guccini, di cui riporto una strofa:

“E l'Italia cantando ormai libera allaga le strade sventolando nel cielo bandiere impazzite di luce e tua madre prendendoti in braccio piangendo sorride mentre attorno qualcuno una storia o una vita ricuce”

Ascoltarla mi commuove.

Luciano Caveri


L’interesse superiore

Per voltar pagina

Premesso, a scanso di equivoci, che "chi è senza peccato scagli la prima pietra", devo dire che di questi tempi la politica, che pure non è mai stata una scienza esatta ma che pareva almeno avere certe regole e prassi che ne oliavano certi meccanismi, mi appare sempre più come una materia esoterica. Quando la osservo trovo elementi di stupore, pur facendo parte di quelli che dovrebbero conoscerne anche gli aspetti meno noti, per cui mi domando che reazioni possano avere i cittadini. È evidente che nel pentolone dell'antipolitica ci sono anche questi ingredienti e le pietanze cucinate non fortificano certo la democrazia, semmai la avvelenano. Esiste, da questo punto di vista, un’evidente e crescente fatica nelle trattative politiche, in cui si avanza - se non si mette la retromarcia - con lentezza, troppo spesso con la logica della "fatica di Sisifo", il personaggio della mitologia condannato a far rotolare eternamente sulla china di una collina un macigno che, una volta giunto sulla cima, ricade sempre giù in basso. Ma, alla fine, se la logica è la ricerca del punto d’equilibrio, ci può anche stare, ma c’è una regola che ritengo inderogabile: bisogna sempre guardare avanti nel confronto e non guardare indietro. Il passato serve, ma le idee evolvono e non sono lapidi di un cimitero. Ne parlavo di recente in una riunione, perché non ne posso più di quelli che pensano di guidare l’auto guardando solo nello specchietto retrovisore. Così facendo rischiano di andare a sbattere. Trovo poi insopportabile il tono di chi passa il tempo a rivendicare primogeniture e a dire cose del tipo “noi lo avevamo già detto”, leggendoti la vita. Come se poi non ci fosse  memoria dei percorsi altrui, che dovrebbero spingere tutti per carità di patria ad evitare toni pedagogici o da predicatori. Così come andrebbero bandite le cattiverie eccessive da chi dovrebbe fare del politicamente corretto una bandiera. Ci sono battute brillanti, lo dico anche a me stesso, che avvelenano i pozzi. Sfugge forse a chi giovano, alla fine, certi comportamenti, che alimentano quelle divisioni in cui prospera chi il potere lo vuole conservare costi quel che costi. E si trova nella comoda posizione di non dovere neppure troppo ingegnarsi grazia allo spettacolo desolante della mazurca delle divisioni, che creano situazioni a baraonda che mantengono lo status quo. Viene così in mente, fatta la tara, quando diceva Luigi Einaudi: "Nella vita delle nazioni, di solito, l'errore di non saper cogliere l'attimo fuggente è irreparabile". Ecco perché bisognerebbe sempre sforzarsi per evitare questo "irreparabile". Ci vorrebbe un pulsantino, in certe circostanze, per fare il reset, che è in informatica quella operazione che riporta il sistema nello stato iniziale, specie quando il vostro computer si è incartato. Ma per farlo, nell'applicazione del principio a noi esseri umani, bisogna avere umiltà e capire che la logica dei veti - più o meno incrociati - non permette di progredire. Vien sempre da sorridere pensando alle partitelle di calcio da bambini con lo sconfitto che scappa con il pallone per stizza e qualcuno era pure capace a bucarla la palla in un gesto estremo di livore. I comportamenti singoli si amplificano ancora di più nelle dinamiche di gruppo, in cui certi conflitti finiscono per perdere ogni logica di razionalità, specie nell'atavica storia degli amici e nemici. Guelfi contro ghibellini ogni tanto rischia di essere solo - come metafora della contrapposizione cieca - una meccanica ripetizione di vecchie storie, che finiscono per bloccare condivise e legittime speranze di voltare pagina. Bisognerebbe avere il senso della misura, la freddezza necessaria e valutare certi interessi superiori. Sarebbero utili più dosi di leggerezza e umorismo, che sono sempre un buon viatico contro chi - che barba! - si prende troppo sul serio.

Luciano Caveri


Una politica con più partecipazione

Politica, maledetta politica. Se ne parla sempre più in termini problematici, ma quale alternativa esiste? In una democrazia rappresentativa, il voto è un momento importante perché detta gli equilibri di forza, ma la politica non dev'essere ridotta ad un apostrofo fra un'elezione e un'altra, altrimenti sarebbe davvero poca cosa. Così come la politica non può essere considerata solo come l'amministrazione dell'apparato pubblico o la presenza nelle istituzioni esecutive e legislative, ma dev'essere fatta di pensiero, idee e progettualità per interpretare i cambiamenti a vantaggio del bene comune. Il fatto che troppo spesso la politica sia considerata, invece, solo il vivacchiare o peggio l'inseguire disegni asfittici o interessi personali o di parte allontana i cittadini, li svuota da qualunque desiderio partecipativo, li rende disinteressati o rabbiosi, comunque distanti. Tutto ciò dà spazio a chi interpreta la malapolitica con il suo seguito di malcostume, corruzione e pure di inconcludenza e inganno. Ci pensavo rispetto alle crescenti minacce attorno all'autonomia speciale della Valle d'Aosta. Il dato è oggettivo e si è persino passati dalle ipotesi di svuotamento e di cancellazione della specialità (con complicità di chi, dall'interno, l'ha vilipesa e sprecata, ma su questo non accetto che si faccia di ogni erba un fascio) ad un orizzonte ancora più inquietante. Mi riferisco al giocattolo delle macroregioni, che vedrebbero la Valle d'Aosta inghiottita da un disegno istituzionale nel nome della livella della taglia ideale con confini regionali ritagliati con la stessa insensatezza usata dai Paesi colonialisti nel tracciare sulla carta le frontiere in Africa. Però il clima non è buono e si sta stagliando la possibilità che prima o poi un Parlamento ostile regoli la questione con un bel tratto di matita. In barba alla sintesi del decreto luogotenenziale del 1945, che così recitava agli albori del regime autonomistico contemporaneo:"La Valle d’Aosta, in considerazione delle sue condizioni geografiche, economiche e linguistiche del tutto particolari, è costituita in circoscrizione autonoma". La condizione fondamentale, pur basata sui capisaldi appena citati, sta nell'adesione emotiva e nella risposta politica di valdostani, che non siano distratti o disinteressati proprio dal progressivo rischio di allontanamento da temi e argomenti che sono a fondamento delle rivendicazioni autonomistiche. Se le istituzioni attuali e chi le interpreta fossero considerate un vecchiume e le ragioni alla loro base come delle mistificazioni anacronistiche, allora avverrebbe in modo quasi automatico il peggio. Al posto di pensare al nuovo Statuto d'autonomia, in un clima caldo e avvolgente in cui esercitare il proprio diritto all'autodeterminazione, assisteremmo al suicidio politico di una comunità con un funerale di terza classe. Questo implica di conseguenza una riflessione per evitare che chi si mobilita in una politica di reazione alle minacce si ritrovi nelle condizioni penose di un Generale senza truppe, perché dietro di lui sul campo di battaglia si è fatto il vuoto neppure per diserzione ma per la terribile forza della noncuranza (popolarmente menefreghismo), che svuota le coscienze e toglie le energie. Ma il coinvolgimento comporta la necessità di un'autocritica se ragioni e slogan autonomistici sembrano non incidere più come nenie considerate vecchie e superate, specie dai più giovani. L'autonomia speciale 2.0, nel solco del federalismo e con la sicurezza delle proprie convinzioni e delle nostre risorse umane ed economiche, è a portata di mano. Si tratta solo di crederci e di impegnarsi e di riflettere sul fatto che il carattere anonimo e impopolare delle celebrazioni dell'Autonomia, uccisa in culla la Festa della Valle d'Aosta, è - come si è visto nei momenti ufficiali di queste ore - un brutto esempio. Mancano i cittadini valdostani e non è elemento di poco conto.

Luciano Caveri


Un Presidente garante

della nostra autonomia

Abbiamo il nuovo Presidente della Repubblica e, vista la scelta, mi sembra una buona notizia. Per i valdostani una garanzia che nessuno al Quirinale sarà complice della svendita della nostra autonomia speciale e, con i tempi che corrono, non è cosa di poco conto. Sergio Mattarella, dietro le lenti degli occhiali, ha due occhi azzurri molto espressivi. Il suo modo di parlare è lento e ragionato, con improvvise accelerazioni. Se uno si immagina un siciliano verboso, che agita le mani per accompagnare il discorso, trova nell'apparentemente "freddo" Mattarella qualcuno che smonta lo stereotipo. Compassato e silenzioso, riesce però a non avere un distacco sussiegoso e sa sorridere quando ci vuole, infilzando l'avversario - se necessario - in una sfida oratoria con l'arma gelida dell'ironia. Nello stesso modo sa dimostrare simpatia e amicizia per chi ritenga ne sia meritevole. Quando deve argomentare le sue ragioni, lo fa dimostrando di aver studiato e la stessa serietà di argomentazioni l'ha sempre chiesta a chi doveva interloquire con lui su qualsivoglia argomento. Devo dire che ancora prima che partisse la parte decisiva della corsa per il Quirinale mi era capitato di fare il suo nome e qualche amico può testimoniarlo. Partita la sua candidatura poi volata fino in cima, il mio è stato un tifo per la stima e la considerazione che ho avuto modo di avere per Sergio nelle quattro Legislature a Roma in cui siamo siamo stati colleghi. Come capita alla Camera le lunghe giornate di lavoro in comune, spesso su dossier importanti o in riunioni riservate, cementano un rapporto che va al di là della colleganza e che prescinde pure dall'appartenenza politica. Credo che sia empatia o feeling e con Mattarella c'è sempre stato, forse da parte sua per la simpatia per un giovane deputato che ce la metteva tutta e per la comune battaglia a favore delle autonomie speciali: Regione siciliana lui (il cui fratello, Presidente di Regione, fu ucciso dalla mafia), la Valle d'Aosta io, ma in un contesto di collaborazioni più vaste. Lo conobbi e lo apprezzai sin dall'inizio della mia attività di deputato nella X Legislatura, quando lo ritrovai nel 1987 come interlocutore quale Ministro dei rapporti con il Parlamento nel Governo Goria e questo rapporto proseguì con lo stesso incarico nel 1988 con il Governo De Mita. Nel 1989, con la formazione del Governo Andreotti VI, divenne Ministro della Pubblica Istruzione. Ricordo quando con coraggio si dimise dall'incarico l'anno dopo, insieme ad altri ministri della corrente di sinistra della DC, per protestare contro la fiducia posta dal governo sul disegno di legge Mammì di riassetto del sistema radiotelevisivo favorevole alle TV berlusconiano (e Berlusconi non dimentica...). Rieletti entrambi nel 1992, ci ritrovammo a lavorare fianco a fianco - lo dimostrano i resoconti parlamentari - in alcune Commissioni cardine in quella XI Legislatura, pur durata solo due anni. Lui fu Vicepresidente della Commissione Parlamentare per le riforme istituzionali in cui lavorai parecchio, mentre la quotidianità ci accomunava come componenti della I Commissione (Affari costituzionali) e vivemmo - in un periodo delicatissimo della Prima Repubblica a fronte dello tsunami di Tangentopoli - il dibattito nella Commissione speciale per l'esame, in sede referente, dei progetti di legge concernente la riforma dell'immunità parlamentare. Fummo di nuovi assieme, in una Camera dei deputati molto rinnovata, nella XII Legislatura che iniziò nel 1994, quando i casi della vita lo portarono ad essere relatore di una legge che seguii passo a passo in eterne riunioni del Comitato ristretto che ne discusse. Sergio Mattarella fu, infatti, l'artefice delle mediazioni sulle leggi per la riforma del sistema elettorale della Camera e del Senato che, recependo l'esito del referendum del 1993, introducessero una preponderante componente maggioritaria con i collegi uninominali simile a quello storicamente presente in Valle d'Aosta. La legge venne definita "Mattarellum" dal politologo Giovanni Sartori ed era, in molte parti, meglio dell'Italicum sulla dirittura d'arrivo. Due anni dopo partì - e ci ritrovammo - la XII Legislatura, quando venne eletto, dopo la vittoria di Romano Prodi, Capogruppo dei deputati popolari. Caduto il primo Governo Prodi, assunse la carica di vicepresidente del Consiglio durante il Governo D'Alema (scelta che gli valse il gelo dei prodiani). Ottenne, invece, il Ministero della Difesa nei successivi Governo D'Alema II (quando anch'io ero al Governo come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) e Amato II. A lui si deve l'abolizione della leva militare obbligatoria. Poi io andai in Europa e successivamente in Regione e capitava di tanto in tanto di incontrarsi a Roma o in aeroporto. Ho seguito le vicende più recenti della post politica, fino alla Corte Costituzionale e ora gioisco perché diventa Capo dello Stato e non deluderà le attese. Spero di poterlo incontrare, finita la buriana, per dirgli che un paziente galantuomo al Quirinale è una garanzia contro accordi, patti, tradimenti e menate varie che puzzano di machiavellismo d'accatto e che rischiano alla fine di ridurre quel che resta della politica in macerie.

Luciano Caveri


Chiarezza e cambiamento

per il bene della comunità

In questo periodo di turbolenze politiche,che hanno animato la scena valdostana - a dire il vero già dall'inizio di questa legislatura - è interessante, come sempre, leggere ed ascoltare le grandi teorie e le pseudo strategie disegnate dai tanti esperti di politica, di cui la Valle è ricca. Credo comunque sia importante fare chiarezza su alcuni punti. Il primo è che, dopo la prima crisi della primavera scorsa, che già aveva sancito la fine della maggioranza regionale, il rimpasto d'estate non ha che accentuato lo sfaldamento dell'asse UV-Stella Alpina. Un asse che oggi non esiste più, assieme alla maggioranza, che ha aperto una nuova fase politica fatta di dialogo, obbligato, al fine di dare risposte, almeno sui grandi temi, in un momento di profonda crisi socio economica della nostra Regione. Un dialogo scelto anche in parte per evitare che la litigiosità della politica passasse in primo piano rispetto alle reali esigenze della gente. Questo senza rinunciare assolutamente alle battaglie del cambiamento, di cui ci sentiamo, assieme ad altri, portatori, che sono alla base del nostro progetto politico e che abbiamo continuato a condurre fermamente dall'opposizione. Tanti hanno confuso, e continuano a confondere, alimentati forse dai Soloni della politica valdostana, il dialogo con la rinuncia al cambiamento. Fa sorridere vedere che spesso gli oppositori del dialogo siano gli stessi che criticavano la troppa litigiosità della politica di alcuni mesi fa... Ma questo è quanto. Altri hanno confuso il dialogo su certi temi addirittura con dei rimpasti. Rimpasti e allargamenti, di cui leggiamo e che in queste ore qualcuno vorrebbe probabilmente per mantenere saldamente le poltrone conquistate con la logica spartitoria priva di contenuti. La seconda considerazione è legata all'attualità del momento. In questa situazione di ingovernabilità e divisioni da parte della maggioranza, ormai defunta, ed a seguito anche delle dimissioni del Presidente del Consiglio, arrivate a fatica e dopo ben 6 mesi dalla sfiducia dell'aula, crediamo sia bene ribadire qual'è la posizione dell'UVP su questo delicato passaggio politico, anche per evitare strumentalizzazioni e screditanti teorie. La disponibilità al dialogo su certi temi istituzionali, e la ricerca di convergenze su altri problemi contingenti, avanzata in questi mesi, e diventata più forte a seguito dei pesanti attacchi all'Autonomia, esiste ma questa non va confusa con la rinuncia al cambiamento e ai contenuti, che per noi vengono prima di qualsiasi altra cosa. In questa direzione andava anche il lancio della "Constituante", purtroppo non colto da tutti, che ha cercato di riunire le diverse sensibilità sul tema dell'Autonomia, a prescindere dalle diverse visioni amministrative quotidiane. Ora, in questi giorni di tavoli politici, che riguardano anche le elezioni comunali, dove cercheremo di portare le nostre idee di cambiamento, sulla questione della Presidenza del Consiglio, come ci sforziamo di affermare dall'inizio di questa legislatura, la nostra posizione è chiara ed è sempre la stessa. Cercare, almeno sulla nomina di questa figura, delle possibili convergenze, per evitare di ripetere gli errori di questi mesi e come già richiesto nelle due precedenti elezioni, peraltro durate ben poco. E per misurare se effettivamente esiste una parte di recepimento del cambiamento in questo dialogo in corso. Ebbene se ci sarà la volontà da parte della ex maggioranza, di cercare queste convergenze, tra le varie forze disponibili al dialogo, per trovare un ampio accordo, che prescinda da allargamenti o rimpasti, l'UVP porterá il suo contributo in questa direzione. E questo per trovare una sintesi su una figura che dovrebbe avere un ruolo di garanzia, cercando una condivisione, anche e soprattutto sui contenuti e sul ruolo della Presidenza nella difesa dell'Autonomia e delle Istituzioni, evitando candidature di bandiera. Se invece si pretende, ancora una volta, di considerare questa figura come sola espressione di ciò che è rimasto della maggioranza regionale, oppure se si deciderà di procedere, come qualcuno afferma in queste ore, negoziando questa elezione con un contestuale rimpasto di Governo, per aggiungere numeri a chi non ce li ha, UVP non ci sarà. E la ex maggioranza sarà comunque libera di tentare l'elezione di un Presidente scelto in altro modo. Il terzo di questa legislatura. Ma questo starà a significare che il dialogo non sta portando cambiamento, l'unico che a noi interessa, assieme al bene della comunità

Per il gruppo UVP Laurent Viérin