Du sublime au ridicule

Un metodo di potere al capolinea

È capitato a tutti gli eletti di cercare modi per evitare che "franchi tiratori" abbattessero, nel segreto del voto, la propria maggioranza.
Si è sempre trattato di soluzioni piuttosto grottesche e abbastanza inefficaci: penso che quando si manifestano dei problemi è meglio affrontarli, piuttosto che studiare marchingegni e soprattutto oliare la ghigliottina. Anche perché, nel tempo, chi ha accumulato cadaveri incomincia ad avere la casa infestata di fantasmi e non basteranno per liberarsene i Gosthbuster. Specie quando i fantasmi sono, in realtà, avversari politici in carne ed ossa, che non si limitano a criticare chi comanda, ma anche la rete che si è creato attorno ed un sistema di poteri ormai per nulla corrispondente al mondo in cui viviamo. Roba che puzza di naftalina e non è un fatto generazionale, ma di visione del futuro. Tornando alla questione dei “franchi tiratori”, ricordo come crescendo della foga del controllo, nella scorsa Legislatura, il Capogruppo dell'UV, Diego Empereur, mi chiese, da lì in poi, di non partecipare al voto "per controllare se sei tu a votare in modo difforme". Chiesi al Presidente del Consiglio d'allora, Albert Cerise, oggi spesso ricordato da chi al tempo lo trattava a pesci in faccia, che fu tranchant: ogni forma di controllo del voto è illegittima e viola la libertà dell'eletto. Mi sembra un caposaldo rispetto ai diritti del consigliere regionale e delle regole democratiche. I fatti sono noti e c'è chi torna sul luogo del delitto: il Capogruppo dell'UV, Ego Perron, ha spiegato a "La Stampa" (per poi, come dirò, rettificare) di un sistema di controllo reciproco, che avrebbe reso impossibile sgarrare e, dunque, addio segretezza. Per cui, alla fine, la patata bollente dei "franchi tiratori" era stata così rilanciata, con un gran calcio, nella parte del campo della maggioranza, la Stella Alpina (che ha reagito seccatissima del “j’accuse”). Perron, che è stato anche boxeur, tira un pugno diretto al naso dei preziosi alleati della risicata pattuglia della maggioranza sul filo del rasoio. Non so e non mi interessa se in questa dichiarazione "urbi et orbi" di un metodo sistematico di controllo del voto, poi mutata prudenzialmente e in corso d'opera in un sistema di semplice comunicazione per evitare sbagli, ci siano aspetti contrari alla legge. Visto che la dichiarazione è stata pubblica, prima con affermazioni senza sfumature e dopo con certi chiarimenti, io osservo solo il fatto politico. E il fatto politico è che l'attuale maggioranza stenta ad andare avanti, ha un menu di problemi da incubo che si allunga di ora in ora, continua ad avere meccanismi decisionali opachi e - dulcis in fundo - un leader che tiene duro, come ha sempre fatto anche nei momenti più bui e nessuno può negargli questa capacità di non piegarsi alle peggiori circostanze, ma ora appare quantomeno logorato e solo. E’ sulla cima di un castello, che mai come ora appare fatto di carte. Intanto, sull'autonomia speciale, si stringe una rete e qualcuno - Roma in primis - comincia a mettere alle nostre istituzione un cappio al collo e non è un buon segno. La capacità di difesa è nulla e resto convinto che certe profferte verso l’UVP di “grandi alleanze” siano solo uno sgambetto. Sil destino degli attuali equilibri, come un epitaffio – vale la frase di Napoleone Bonaparte: "Du sublime au ridicule, il n'y a qu'un pas". Parole sante.

No alle “larghe intese”

Perché evitare certe sirene

Spero che si concretizzi presto una nostra "scuola di politica", perché - giunto in questa fase della mia vita - trovo che sia divertente trasferire cosa ho imparato e confrontarmi su come la pensino gli altri. Riflettevo, in questi giorni, su quanto sia cangiante la politica ed è vero che non finisce mai di stupirti. Assomiglia, in certi alti e bassi, ai percorsi del gioco dell'oca, con il suo originale movimento a spirale. Chi gioca sa di dover zigzagare, come in un labirinto, con diverse possibilità dovute al caso. Rientrano, nelle variabili per chi si appassioni alla politica, anche delle brutte sorprese. Capita - lo dico in senso astratto - di avere un "alleato" che ti spara nel sedere (dicesi "fuoco amico") o qualche "nemico" che si fa seduttivo (definita "campagna acquisti") anche nella politica valdostana. Penso che debba sempre prevalere il senso di responsabilità e bisogna sempre guardare alla prospettiva futura, evitando di cadere nei rischi delle liti di pollaio, che talvolta ammorbano le piccole comunità. Ci sono oggi cose molto concrete da risolvere e va ribadito che l'insieme dei problemi che si stanno abbattendo sulla Valle d'Aosta non sono di poco conto e prevedono idee per costruire, sapendo che il biasimo, se manca l'alternativa a quanto contestato, non serve a nulla. Alla fine di molte serate cerco di mettere su un piatto della bilancia le critiche e dall'altra le controproposte, altrimenti barbottare non serve. Non convince, in questo frangente, un generico appello al fronte comune, genere "larghe intese", per risolvere le questioni e bene ha fatto l'UVP a dirlo forte e chiaro contro le sirene che cantano per attirarci per farci solo del male. Non si può dare credito a chi ha costruito una montagna di bugie prima delle elezioni regionali, per evitare il patatrac. Intendiamoci: nessuno ha mai preteso che l'Union Valdôtaine, divenuto strumento del solo Augusto Rollandin, facesse autocritica. Non appartiene al carattere dell'uomo (e di chi lo segue per fede o per paura) ed è normale che, prima delle elezioni, si esibissero le cose buone e si tacessero le cose cattive. Ma esiste un limite oltre al quale si costruisce, a beneficio degli elettori, un mondo fittizio, come i villaggi di cartone - solo facciata - in cui giravano gli spaghetti western. La logica è stata: seppelliamo la verità. Solo qualche mese dopo le elezioni si rappresenta finalmente la realtà non più artefatta, contando sulla smemoratezza dei valdostani e sui cinque anni che ci sono da qui alle prossime elezioni regionali. Troppo gli elettori si fanno ancora abbindolare e si limitano, se cornuti e mazziati, allo sterile esercizio del mugugno. Di fronte alle difficoltà si incomincia ad evocare l'idea - astuta nella sua esplicitazione - di proporre di mettersi "tutti assieme" a difesa dell'autonomia in liquidazione. Chi non ci stesse, verrebbe catalogato nella terribile categoria dei traditori. Insomma: chi comanda sceglierebbe la musica da suonare e a quella bisognerebbe adeguarsi, senza alcuna preventiva condivisione, con la spada di Damocle - cui sottrarsi - di sentirsi dare dei traditori, se non ci si allinea. In sintesi: troppo comodo. È bene - come UVP - pazientare, mantenere i nervi saldi e non farsi distrarre dallo scopo finale: un ritorno alla democrazia.

C’è la voglia di rifare la DC

Non c'è limite al ridicolo

Con la rinascita del Governo Letta dalle proprie ceneri, emerge una voglia. Mi riferisco a chi rimpiange la Democrazia Cristiana e freme dalla voglia di vederla risorgere. Il partito è ben conosciuto, con la croce nel simbolo per definire l'origine confessionale. Nacque nel 1942, sulle ceneri del Partito Popolare Italiano (a sua volta creato nel 1919 e sciolto dal fascismo nel 1926) e morì - perché se lo meritava - a metà degli anni Novanta, sotto il peso delle vicende di Tangentopoli. Vent'anni dopo, c'è chi vive di rimpianti, in una logica deteriore di "come eravamo", immaginando di far tornare indietro le lancette dell'orologio. Può essere che la bontà del tempo che passa e molta smemoratezza creino questi inutili rimpianti per la povera salma e mette tenerezza chi coltiva - vecchio o giovane che sia - la speranza che la "balena bianca" (definizione che si deve a Giampaolo Pansa) possa ritornare. Ma, sia chiaro, che la DC non era lo splendido e feroce cetaceo di "Moby Dick", il libro del grande scrittore americano Herman Melville. Era ed è stato, nelle fasi finali, un partito in putrefazione, come una balena spiaggiata da troppo tempo. Lo dico per due ragioni. Anche in Valle d'Aosta trovo talvolta qualcuno che dice con fierezza: "sono un vecchio democristiano". Bisogna essere dotati di pietas cristiana - quella che in teoria dovrebbe avere lui - per non rispondergli male e non solo per la modestia intellettuale dimostrata con certe nostalgie, ma per l'evidente mancanza di consapevolezza che se alla DC vanno pure ascritti certi meriti storici, a conti fatti la scomparsa non è stata un accidente della storia, ma il frutto di un'autodistruzione, che dovrebbe far riflettere chi non è in grado di farlo. In secondo luogo, c'è un fatto più personale: tante volte a Roma mi veniva chiesto se l'Union Valdôtaine fosse la Democrazia valdostana. Rispondevo, piccato, che così non poteva essere per l'evidente ragione che l'Union nasceva, mentre la DC c'era già e nel dopoguerra l'apertura al Partito Comunista aveva creato una "rottura" che distanziava l'UV da ogni sospetto del genere. Con tanto di intervento della Chiesa con una sorta di "scomunica" per gli unionisti degli anni Cinquanta, che non è stata proprio una questione all'acqua di rose. Questa resta la mia idea, anche se nella locale diaspora democristiana post scomparsa della DC, oltre allo zoccolo duro nell'attuale Stella Alpina e nel PdL che non si sa bene oggi cosa sia (nel PD locale le tracce democristiane sono, invece, labili), va ammesso che anche nell'UV si è insinuata una componente ex DC. E dico DC e non cattolica non a caso, perché invece nell'autonomismo storico il pensiero cattolico c'è ed è rinvenibile anche nel fecondo filone di pensiero federalista, che noi UVP coltiveremo in concreto. Insomma: la DC è morta, io non sono mai stato democristiano e chi facesse rinascere la DC avrebbe solo la mia personale derisione. Ma, si sa, che in Italia - e ormai anche in Valle d'Aosta, purtroppo - non esiste un limite al ridicolo.  

Luciano Caveri


Contro la politica affaristica

In odio degli Schettino

Una democrazia debole, come quella italiana, deve stare appiccicata all'Europa, per avere una garanzia, che eviti che l'Italia vada alla deriva - politicamente, s'intende - nel Mediterraneo. Questa logica continentale è stata un antidoto efficace in favore della pace nel dopoguerra, dopo millenni di guerre sanguinose. Chi ragioni oggi in termini nazionalistici perde quella cornice comunitaria, che vuol dire mettere assieme le proprie forze, ciascuno con le proprie capacità. Anche in economia, beninteso. Io sono da sempre favorevole alla libertà di mercato, ma questo non significa un ultraliberismo, basato su una concezione della concorrenza spietata e priva di regole e di controlli e soprattutto esistono settori nei quali il ruolo del settore pubblico va mantenuto. Ci pensavo rispetto a due casi di attualità. Il primo: "Alitalia" sta per essere acquisita da "Air France-KLM". Doveva già capitare anni fa, ma allora - specie con Silvio Berlusconi che fa il liberista e il colbertiano, a seconda dei propri vantaggi - si lanciò la "cordata italiana", che oggi ha le pezze nel sedere. A me di avere una compagnia aerea di bandiera non interessa affatto: io volo con chi è capace. I traffici di "Alitalia" su Fiumicino contro Malpensa, sono stati indegni e frutto di un capitalismo italiano malato, che ha in testa solo il settore della costruzioni. Per cui volo con un'altra compagnia europea con grande piacere e mi inchino ogni volta alla capacità dei tedeschi di "Lufthansa". L'altro caso del giorno riguarda "Telecom", comprata dagli spagnoli. Non mi metto a discettare sulla vecchia "SIP", che era un presidio sul territorio e non una società dei furbetti del quartierino, per i quali la clientela e pure la qualità degli impianti conta poco. Il problema sono, semmai, i giochini societari e finanziari. Un Paese serio fa attenzione alle telecomunicazioni, specie per l'ampio raggio delle attività ormai connesse. Lo fa in particolare per la Rete, cioè l'hardware, l'infrastruttura fisica, quella costruita per decenni sono al cosiddetto ultimo miglio, che collega case e attività produttive. "Telecom", negli ultimi anni, ha lasciato tutto andare a ramengo. Mentre questi "capitani coraggiosi", che si sono fatti privatizzare un settore decisivo, parlavano di tecnologie ultramoderne, in una realtà come la Valle d'Aosta abbiamo visto il degrado nella manutenzione e una desertificazione del territorio. Questo non e capitalismo rampante, è capitalismo d'accatto, fatto attraverso reti di amicizia e di interessi. Lo diciamo per l'Italia e un giorno scopriremo che in molte nostre partecipate regionali il virus si è sparso e la scelta di certi partner negli affari non è stata fatta per il mercato, ma per ragnatele che un giorno saranno chiare. Così mentre "la nave va", con combriccole di Francesco Schettino, cresceva sfiducia e la preoccupazione. L'orizzonte resta cupo e l'unica rivoluzione possibile è quella civile, degli onesti. In Valle d'Aosta, per questo, dobbiamo restare un punto di riferimento contro la politica affaristica.

Le Courage

pour bâtir la Vallée d’Aoste de nos enfants

Nous devons avoir le courage d’être différents, d’être courageux, d’être cohérents. L’Union Valdôtaine Progressiste n’est pas la solution à tous les problèmes qui accablent notre Région, mais je crois firmament que le mouvement possède le germe pour changer au mieux les choses, pour jeter des bases solides et saines sur lesquelles dans un proche futur on bâtira la Vallée d’Aoste de nos enfants. Chaque action comporte des choix et inévitablement entraîne des conséquences mais si l’on travaille avec serieté et coscience, dans le respect des autres et en cohérence avec ses propres principes on ne peut que faire du bien. Nous devons avoir le courage de comprendre ce que notre communauté demande et le motif pour lequel même en Vallée d’Aoste les citoyens se sont éloignés de la politique. Nous devons trouver les instruments aptes à créer une politique qui puisse retrouver son “peuple”, car encore de nos jours beaucoup de Valdôtains ont peur des changements mais ne perdent pas l’occasion de se plaindre de la situation actuelle. Nous devons avoir le courage de créer un mouvement agile qui ne soit pas plâtré dans sa structure organisative ni lié aux questions de leadership et qui sache être un foyer d’idées et dans le même temps un atelier de politique pour nos jeunes. Nous devons créer un réseau sur le territoire qui ne se limite pas seulement à organiser des réunions occasionelles mais qui soit le moteur de ce que le mouvement porte en avant en terme de choix, de propositions, de façon d’agir, dans le plein respect de la base en évitant les décisions imposées au sommet. Nous devons aussi avoir le courage de garantir la plus grande liberté de participation sans toute fois tomber dans le populisme et se rappeler que de nouveaux projets naissent de la critique constructive mais que personne ne doit être présenté sous un aspect démoniaque. Seulement ainsi nous serons la véritable alternative, celle que nous avons dit être. Le changement est en cours, nous sommes le changement. Soyons le changement que nous voulons voir!

Non essere più complici del sistema

una presa di coscienza e un po' di coraggio

Alla vigilia della ripresa autunnale, i primi problemi tenuti sistematicamente nascosti in questi mesi, iniziano, purtroppo, ad emergere. La “polvere sotto al tappeto” , infatti, da noi denunciata e che si è tentato goffamente di celare, alla vigilia degli appuntamenti elettorali primaverili, si sta infatti manifestando, mettendo a nudo la reale situazione nella quale chi gestisce oggi il potere a palazzo ha posto la Valle d’Aosta. Problemi che si manifestano in tutta la loro drammaticità e che connoteranno l’autunno valdostano con ulteriori tensioni, mettendo ulteriormente alla prova la tenuta della già claudicante e lacerata maggioranza a palazzo. I problemi del Casino che cola a picco senza nessuna strategia di rilancio, e che oggi si accorge di avere esuberi di personale, dopo una campagna elettorale fatta di assunzioni e promesse di lavoro. O l’indebitamento della Valle d’Aosta, voluto per sostenere a tutti costi le grandi opere, mentre si fanno morire cultura e turismo, agricoltura e sociale e si mortificano i nostri enti locali. Scelte sbagliate e superate, assunte da una sola persona, ma avvallate dalla complicità di chi è nel sistema, e che continuano malgrado il momento di cambiamento che viviamo. Scelte a volte anche incomprensibili, che privilegiano i grandi gruppi ed i grandi interessi, spesso provenienti da fuori Valle, a scapito dell’economia locale, mettendo in ginocchio certi settori produttivi e rendendo preoccupante la situazione finanziaria della Regione. Per non parlare dei problemi di legalità e la presenza di fenomeni di criminalità organizzata, ed inchieste ad esse connesse, che toccano i vertici delle Istituzioni e lo stesso Presidente della Regione. Oppure la drammatica emergenza lavoro, i sacrifici richiesti ed i tagli operati in tutti i settori, mentre gli emolumenti ed i benefit nelle società partecipate continuano, assieme al mantenimento dell’ottavo assessorato, come se niente fosse. Accanto a questo il Governo regionale, che ha millantato alcuni ricambi come elementi di novità, agisce in realtà con la politica vecchia maniera. Affidando incarichi e distribuendo poltrone ai soliti noti, senza valutazioni di titoli e competenze, richieste invece in qualsiasi concorso. Personaggi che spesso cumulano un numero incredibile di incarichi e collezionano bonus e stipendi da più parti, gravando sulla comunità e limitando le possibilità per i giovani e le professionalità presenti in Valle d’Aosta. Emolumenti che si cumulano e che, nella maggior parte dei casi, servono a tenere a bada lo spirito critico o la capacità di dissentire dal sistema, che alla fine addomestica - per non dire che compra - e sopisce le intelligenze, o la voglia di pensare, di tanti. Un sistema che conviene ed accontenta molti, anche chi, in realtà, sarebbe consapevole della necessità di cambiare le regole e combatterne la deriva. Ma che non lo fa, non per convinzione, ma perché ne fa parte. Perché vi appartiene. E soprattutto perché ne beneficia. E che finisce per diventarne complice. O che eroe lo diventa, ma solo dopo aver perso l’amata poltrona o i vantaggi che il potere distribuisce. O, peggio ancora, che eroe non lo è, ma finta di esserlo per ottenere ancora maggior benefici dal sistema stesso. Accanto a questo tipo di complicità, consapevole ed ipocrita, esiste un altro tipo di complicità, meno cosciente ma altrettanto grave, a mio avviso. Fatta da chi vuole combattere la degenerazione del sistema, ma che non trova il coraggio o la forza per farlo. E che deve essere cosciente, oggi, che è giunto il momento di smarcarsi, prima che sia troppo tardi. E questo, consapevoli che abbiamo sicuramente partecipato in tanti alla costruzione del modello Valle d’Aosta, che oggi è da rivedere e rilanciare, ma non alla sua degenerazione, che è venuto il tempo di combattere. Ed è proprio questa degenerazione, che abbiamo rifiutato, assieme alla perdita di principi e valori, che è all’origine del nostro percorso, intrapreso con l’obiettivo di cambiare il modo di agire e concepire la politica. Ed oggi siamo sempre più convinti della bontà delle nostre scelte, fatte con coerenza, ed abbandonando ciò che garantiva certezza e convenienza, ma che ci faceva sentire complici di questa deriva. Non si è trattato di rinnegare il passato o di avere posizioni diverse, ma, bensì, di una scelta consapevole. Continuando, al di fuori del sistema, le battaglie portate avanti, al suo interno, in questi anni, ma che non hanno modo di esistere quando ci si confronta con certi metodi e certe mentalità. Metodi incarnati da chi si è impossessato di un Movimento, patrimonio di tanti, e che lo ha usato per i propri interessi personali, allontanando o isolando chi dissentiva, e che oggi si è impadronito anche delle Istituzioni, portandole alla deriva. Ma che nessuna battaglia interna, che ancora qualcuno insegue, e che spesso si rivela essere un semplice palliativo o un facile alibi, per tranquillizzare le coscienze o mascherare la convenienza, riuscirà ad arginare. A causa di una lotta senza speranza nei confronti di chi occupa ogni angolo e possibilità di libertà. Che controlla e gestisce, che addomestica e sopisce. Che compra, anche. E che mortifica. La battaglia interna, che non ha quindi possibilità di incidere e che finisce addirittura per alimentare e giustificare l’esistenza del sistema stesso, arrivando a far diventare complice del sistema e delle sue scelte scellerate, accanto a chi lo è veramente, anche chi vi si oppone. Una lotta che poi si affievolisce, quando la complicità si diffonde, facendo prevalere la rassegnazione e l’abbandono sulla voglia di lottare. Una lotta, quindi, che va condotta rompendo gli schemi e che oggi, attraverso le nostre scelte, è iniziata, ed ha sicuramente limitato il potere di chi gestisce questo sistema in modo arrogante. Ma che deve continuare in quanto non ancora sufficiente ad incidere sul rilancio effettivo della nostra comunità. Ed in questo senso il nostro percorso di cambiamento deve crescere, consolidandosi sulla base della bontà delle idee che proporremo nelle Istituzioni e alla gente. Lo faremo rivolgendoci a chi è consapevole che questo sistema non reggerà le sfide del futuro e preoccupati per la situazione generale nella quale la Valle si trova. A chi ha ancora a cuore il destino ed il bene della nostra comunità: tra la gente, nei movimenti e nelle Istituzioni. E saremo sicuramente pronti a condividere il nostro percorso di cambiamento anche con chi appartiene ancora al sistema ma che non ne condivide l’azione, la gestione ed i metodi. E questo perché il nostro ruolo è di "réunir", riunire chi ancora crede realmente nei valori nei principi. Ma anche perché il nostro obiettivo non è di distruggere ma di cambiare, costruendo un’alternativa a questo modo di governare, attraverso consenso consapevole. Coscienti che si possa crescere privilegiando proposte ed idee ad una visione basata esclusivamente sul tornaconto e la convenienza, o puramente elettorale e clientelare. Convincendo con il proprio lavoro e non con l’elargizione di privilegi. Un’alternativa per rilanciare la Valle d’Aosta e la nostra comunità, che merita sicuramente uno sviluppo e prospettive diverse. Ma saremo disponibili a condividere questo nostro percorso esclusivamente con chi, tra questi, avrà il coraggio di denunciare apertamente i limiti e la deriva del sistema, decidendo di non esserne più complice e smarcandosi nettamente dalla sua degenerazione, come lo abbiamo fatto noi stessi. E rileviamo la necessità di farlo in fretta, prima che sia troppo tardi. E di farlo, soprattutto, alla luce del sole, uscendo dall'ombra, dall’ambiguità e dall'ipocrisia. In caso contrario, nessun accordo sarà possibile, disinteressati, come siamo, agli inciuci nascosti sottobanco per occupare a tutti i costi posti di potere, che sono lontani dal nostro modo di essere e di pensare. Altrimenti un altro percorso avrebbe contraddistinto questa nostra avventura di cambiamento, nella quale abbiamo deciso di anteporre principi ed ideali all’interesse privato e ai vantaggi personali. Chiediamo quindi una presa di coscienza e un po’ di coraggio, a chi ha ancora un minimo di amore per questa nostra Valle d’Aosta, convinti che non si possa combattere la degenerazione di un sistema, continuando ad esserne complici o continuare a delegare ad altri il cambiamento che vogliamo portare.

Laurent Viérin

   


Trasparenza e concretezza

il desiderio di un cambio di passo

Capita delle volte,specie per chi da tanto tempo si occupi di politica, di chiedersi come questa benedetta politica debba essere interpretata. Specie se ci sente nel ruolo di “ponte” fra il passato e il presente. Questo non significa mai rinnegare il proprio passato o esercitare forme di ingratitudine. Ma, per fortuna, nella vita si volta pagina e si riparte. Oggi penso che un nostro ruolo debba essere quello di ricreare affezione verso l'interesse per la cosa pubblica: la "politique politicienne", fatta di affarismo e tatticismi, è morta e sepolta. Così come l'idea che ci siano leader salvifici che da soli cambino il mondo. Nessuno nega il ruolo, anche nella storia della Valle, di grandi personalità, che hanno segnato la storia della nostra autonomia. Ma sono sempre state la miccia di innesco di valori e proposte, che - a seconda delle epoche - hanno coinvolto poi la comunità valdostana. Questo si accentua nella parte di storia contemporanea, in cui si afferma la democrazia, come moderno strumento partecipativo. E così chiunque faccia politica, specie nelle forme organizzate di un movimento o di un partito, ha un dovere duplice: stimolare il dibattito e il confronto per scegliere le linee del futuro della nostra comunità e, nel contempo, dedicare energie all’amministrazione, che è il motore per trasformare progetti in concretezza. Ma esistono altri due punti. Il primo riguarda la necessità di essere formati e preparati, perché la politica sana passa anche attraverso conoscenza e consapevolezza. Il secondo è far parte di reti più vaste, dalla francofonia alle minoranze linguistiche, dai federalisti alla montagna, che ci consentano di crescere e anche, nel confronto, di avere fiducia in noi stessi. Vi è poi il problema della comunicazione e dell'informazione. È nella oscurità e nell'incomprensione che crescono i germi del malaffare. Noi abbiamo deciso, con i nuovi media e con mezzi tradizionali, come un giornale e una rubrica radiofonica, di rendere trasparente l'insieme delle nostre azioni. Questo consente di sapere sempre e a chiunque che cosa stiano facendo l'UVP e i suoi esponenti. Noi promettiamo trasparenza e correttezza e a questi principi ci atterremo nel concretizzare quel desiderio di un cambio di passo, che prepari la Valle d'Aosta ai profondi cambiamenti che verranno. Veleni e vecchi merletti li lasciamo ad altri. Semmai atteniamoci a Olivier Lockert: “L’émotion est le moteur du changement, et la joie son essence”. Essendo che l’autore della frase è ipnoterapista, teniamolo per buono, così scopriremo che la scelta degli occhi magnetici della nostra Presidente, Alessia Favre, non è stato un caso!
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