Una politica con più partecipazione

Politica, maledetta politica. Se ne parla sempre più in termini problematici, ma quale alternativa esiste?

In una democrazia rappresentativa, il voto è un momento importante perché detta gli equilibri di forza, ma la politica non dev’essere ridotta ad un apostrofo fra un’elezione e un’altra, altrimenti sarebbe davvero poca cosa. Così come la politica non può essere considerata solo come l’amministrazione dell’apparato pubblico o la presenza nelle istituzioni esecutive e legislative, ma dev’essere fatta di pensiero, idee e progettualità per interpretare i cambiamenti a vantaggio del bene comune.

Il fatto che troppo spesso la politica sia considerata, invece, solo il vivacchiare o peggio l’inseguire disegni asfittici o interessi personali o di parte allontana i cittadini, li svuota da qualunque desiderio partecipativo, li rende disinteressati o rabbiosi, comunque distanti. Tutto ciò dà spazio a chi interpreta la malapolitica con il suo seguito di malcostume, corruzione e pure di inconcludenza e inganno.

Ci pensavo rispetto alle crescenti minacce attorno all’autonomia speciale della Valle d’Aosta. Il dato è oggettivo e si è persino passati dalle ipotesi di svuotamento e di cancellazione della specialità (con complicità di chi, dall’interno, l’ha vilipesa e sprecata, ma su questo non accetto che si faccia di ogni erba un fascio) ad un orizzonte ancora più inquietante. Mi riferisco al giocattolo delle macroregioni, che vedrebbero la Valle d’Aosta inghiottita da un disegno istituzionale nel nome della livella della taglia ideale con confini regionali ritagliati con la stessa insensatezza usata dai Paesi colonialisti nel tracciare sulla carta le frontiere in Africa. Però il clima non è buono e si sta stagliando la possibilità che prima o poi un Parlamento ostile regoli la questione con un bel tratto di matita. In barba alla sintesi del decreto luogotenenziale del 1945, che così recitava agli albori del regime autonomistico contemporaneo:”La Valle d’Aosta, in considerazione delle sue condizioni geografiche, economiche e linguistiche del tutto particolari, è costituita in circoscrizione autonoma”.

La condizione fondamentale, pur basata sui capisaldi appena citati, sta nell’adesione emotiva e nella risposta politica di valdostani, che non siano distratti o disinteressati proprio dal progressivo rischio di allontanamento da temi e argomenti che sono a fondamento delle rivendicazioni autonomistiche. Se le istituzioni attuali e chi le interpreta fossero considerate un vecchiume e le ragioni alla loro base come delle mistificazioni anacronistiche, allora avverrebbe in modo quasi automatico il peggio. Al posto di pensare al nuovo Statuto d’autonomia, in un clima caldo e avvolgente in cui esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione, assisteremmo al suicidio politico di una comunità con un funerale di terza classe.

Questo implica di conseguenza una riflessione per evitare che chi si mobilita in una politica di reazione alle minacce si ritrovi nelle condizioni penose di un Generale senza truppe, perché dietro di lui sul campo di battaglia si è fatto il vuoto neppure per diserzione ma per la terribile forza della noncuranza (popolarmente menefreghismo), che svuota le coscienze e toglie le energie. Ma il coinvolgimento comporta la necessità di un’autocritica se ragioni e slogan autonomistici sembrano non incidere più come nenie considerate vecchie e superate, specie dai più giovani.

L’autonomia speciale 2.0, nel solco del federalismo e con la sicurezza delle proprie convinzioni e delle nostre risorse umane ed economiche, è a portata di mano. Si tratta solo di crederci e di impegnarsi e di riflettere sul fatto che il carattere anonimo e impopolare delle celebrazioni dell’Autonomia, uccisa in culla la Festa della Valle d’Aosta, è – come si è visto nei momenti ufficiali di queste ore – un brutto esempio.

Mancano i cittadini valdostani e non è elemento di poco conto.

Luciano Caveri