Un Presidente garante

della nostra autonomia

Abbiamo il nuovo Presidente della Repubblica e, vista la scelta, mi sembra una buona notizia. Per i valdostani una garanzia che nessuno al Quirinale sarà complice della svendita della nostra autonomia speciale e, con i tempi che corrono, non è cosa di poco conto.

Sergio Mattarella, dietro le lenti degli occhiali, ha due occhi azzurri molto espressivi. Il suo modo di parlare è lento e ragionato, con improvvise accelerazioni. Se uno si immagina un siciliano verboso, che agita le mani per accompagnare il discorso, trova nell’apparentemente “freddo” Mattarella qualcuno che smonta lo stereotipo.

Compassato e silenzioso, riesce però a non avere un distacco sussiegoso e sa sorridere quando ci vuole, infilzando l’avversario – se necessario – in una sfida oratoria con l’arma gelida dell’ironia. Nello stesso modo sa dimostrare simpatia e amicizia per chi ritenga ne sia meritevole. Quando deve argomentare le sue ragioni, lo fa dimostrando di aver studiato e la stessa serietà di argomentazioni l’ha sempre chiesta a chi doveva interloquire con lui su qualsivoglia argomento.

Devo dire che ancora prima che partisse la parte decisiva della corsa per il Quirinale mi era capitato di fare il suo nome e qualche amico può testimoniarlo. Partita la sua candidatura poi volata fino in cima, il mio è stato un tifo per la stima e la considerazione che ho avuto modo di avere per Sergio nelle quattro Legislature a Roma in cui siamo siamo stati colleghi. Come capita alla Camera le lunghe giornate di lavoro in comune, spesso su dossier importanti o in riunioni riservate, cementano un rapporto che va al di là della colleganza e che prescinde pure dall’appartenenza politica. Credo che sia empatia o feeling e con Mattarella c’è sempre stato, forse da parte sua per la simpatia per un giovane deputato che ce la metteva tutta e per la comune battaglia a favore delle autonomie speciali: Regione siciliana lui (il cui fratello, Presidente di Regione, fu ucciso dalla mafia), la Valle d’Aosta io, ma in un contesto di collaborazioni più vaste.

Lo conobbi e lo apprezzai sin dall’inizio della mia attività di deputato nella X Legislatura, quando lo ritrovai nel 1987 come interlocutore quale Ministro dei rapporti con il Parlamento nel Governo Goria e questo rapporto proseguì con lo stesso incarico nel 1988 con il Governo De Mita.

Nel 1989, con la formazione del Governo Andreotti VI, divenne Ministro della Pubblica Istruzione. Ricordo quando con coraggio si dimise dall’incarico l’anno dopo, insieme ad altri ministri della corrente di sinistra della DC, per protestare contro la fiducia posta dal governo sul disegno di legge Mammì di riassetto del sistema radiotelevisivo favorevole alle TV berlusconiano (e Berlusconi non dimentica…).

Rieletti entrambi nel 1992, ci ritrovammo a lavorare fianco a fianco – lo dimostrano i resoconti parlamentari – in alcune Commissioni cardine in quella XI Legislatura, pur durata solo due anni. Lui fu Vicepresidente della Commissione Parlamentare per le riforme istituzionali in cui lavorai parecchio, mentre la quotidianità ci accomunava come componenti della I Commissione (Affari costituzionali) e vivemmo – in un periodo delicatissimo della Prima Repubblica a fronte dello tsunami di Tangentopoli – il dibattito nella Commissione speciale per l’esame, in sede referente, dei progetti di legge concernente la riforma dell’immunità parlamentare.
Fummo di nuovi assieme, in una Camera dei deputati molto rinnovata, nella XII Legislatura che iniziò nel 1994, quando i casi della vita lo portarono ad essere relatore di una legge che seguii passo a passo in eterne riunioni del Comitato ristretto che ne discusse. Sergio Mattarella fu, infatti, l’artefice delle mediazioni sulle leggi per la riforma del sistema elettorale della Camera e del Senato che, recependo l’esito del referendum del 1993, introducessero una preponderante componente maggioritaria con i collegi uninominali simile a quello storicamente presente in Valle d’Aosta. La legge venne definita “Mattarellum” dal politologo Giovanni Sartori ed era, in molte parti, meglio dell’Italicum sulla dirittura d’arrivo.

Due anni dopo partì – e ci ritrovammo – la XII Legislatura, quando venne eletto, dopo la vittoria di Romano Prodi, Capogruppo dei deputati popolari. Caduto il primo Governo Prodi, assunse la carica di vicepresidente del Consiglio durante il Governo D’Alema (scelta che gli valse il gelo dei prodiani). Ottenne, invece, il Ministero della Difesa nei successivi Governo D’Alema II (quando anch’io ero al Governo come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) e Amato II. A lui si deve l’abolizione della leva militare obbligatoria.

Poi io andai in Europa e successivamente in Regione e capitava di tanto in tanto di incontrarsi a Roma o in aeroporto.

Ho seguito le vicende più recenti della post politica, fino alla Corte Costituzionale e ora gioisco perché diventa Capo dello Stato e non deluderà le attese. Spero di poterlo incontrare, finita la buriana, per dirgli che un paziente galantuomo al Quirinale è una garanzia contro accordi, patti, tradimenti e menate varie che puzzano di machiavellismo d’accatto e che rischiano alla fine di ridurre quel che resta della politica in macerie.

Luciano Caveri