Riecco la macroregione…

.. e la bizzarria chiamata Limonte

A volte le cose tornano, specie nella politica italiana, dove – come si fa con il maiale – non si butta via niente. È stato questa volta il Presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Raffaele Cattaneo, a tirare fuori dal freezer una proposta già fatta in passato dal suo mentore politico, il più volte Presidente della Lombardia, Roberto Formigoni. Entrambi democristiani, passati a Berlusconi, ora pascolano dalle parti del Nuovo Centrodestra della componente Comunione e Liberazione.
La proposta è quella di accorpare le attuali Regioni in nove “macroregioni” e la Valle d’Aosta finirebbe nella Regione Limonte (sembra il nome di un ghiacciolo), perché saremmo “fusi” con Piemonte e Liguria. Neanche del spiagge della Sardegna ci concedono, come ai tempi di Casa Savoia, quando però siamo stati per secolo un Duché con i suoi “privilèges”.
Il prodotto è surgelato perché chi pensò a questo scenario fu per primo Gianfranco Miglio, costituzionalista e federalista eminente negli anni Sessanta, ripreso poi negli anni Novanta in epoca di “Bicamerale” per le riforme quando andava d’accordo con il leader padano Umberto Bossi, che poi lo mollò con code di definizioni volgari che il professore non meritava («Miglio, una scoreggia nello spazio»). Si trattava di una versione più estrema di quella di cui si discute con tre sole macroregioni: Nord, Centro e Sud.
Naturalmente “a tu per tu”, Miglio, caro amico e grande personalità, mi diceva sempre che noi valdostani non saremmo dovuti “annegare” nella macroregione del Nord per le nostre specificità che ben conosceva, ma Formigoni e ora la sua pallida fotocopia, riprendendo l’idea – fatta propria in passato anche da quella bizzarra creatura che è la “Fondazione Agnelli” per ora non ancora trasferita da Marchionne – non hanno fatto dei distinguo di nessun genere e naturalmente me ne dolgo ed è segno di insensibilità, visto che Cattaneo dice di averla presentata ai suoi colleghi Presidenti dei Consigli spero che il nostro lo abbia pubblicamente spernacchiato. Noto, per altro, che ad Est verrebbero accorpati senza scrupoli anche sudtirolesi, trentini e il Friuli-Venezia Giulia al Veneto con la rozzezza degna dei confini tracciati dai colonialisti europei nel Continente africano.
Io non voglio che l’identità culturale, politica, geografica della Valle d’Aosta muoia nell’ambito di questo “mostro” che il Presidente lombardo ripropone, come già fecero quelli che cavalcarono prima di lui analogo progetto (che nulla ha a che fare con la “macroregione alpina”, che è una strategia a livello europeo, di cui proprio domani a Milano si farà il punto).
Penso che su questa posizione da “suicidio assistito” per la Valle d’Aosta non sia neppure da aprire un dialogo: il “no” deve essere secco e deciso e semmai si tratti di rilanciare con grande decisione il fatto che per uscire dalla sceneggiata all’italiana del regionalismo attuale nel solco ormai di un neocentralismo imperante non esista altra strada che il federalismo. Principio che non si fa con logiche di grandezza, ammazzando i più piccoli.
Restano, dunque, tutte le buone ragioni che IMPEDISCONO ai valdostani di finire dentro la bizzarria chiamata Limonte. Spetta a noi e non ad altri essere artefici del nostro futuro, perché l’autodeterminazione non è una barzelletta, ma uno strumento che incombe quando equilibri faticosamente raggiunti vengono di continuo posti in discussione.
Siamo giunti per l’ennesima volta sull’orlo dell’abisso. E ci sentiremo dire: “è colpa dell’opposizione…”. Sic!

 

Luciano Caveri