Prevenire le minacce della Natura

La vicenda di Treviso, con nubifragio che ha investito un capannone dove si stava svolgendo una festa, riporta l’attenzione sui rischi derivanti da eventi naturali catastrofici. Non è tanto il balletto delle responsabilità che qui ci interessa, quanto il fatto che i rischi naturali esistono e, piuttosto di piangere sui morti, bisogna lavorare sulla prevenzione. In Italia lo si dice all’indomani di ogni tragedia, ma poi la cronaca nera avanza con qualche altra schifezza e l’oblio tutto copre.

Partiamo allora da un fatto personale: ogni mattina, quando esco di casa, vedo la sagoma imponente del Monte Zerbion, che con i suoi 2722 metri domina Saint-Vincent e fa da spartiacque fra la Valle d’Ayas e la Valtournenche. Poco sotto la cima si sviluppa, come una ferita ben visibile, una grossa frana che minaccia ormai da anni un parte dell’abitato di Saint-Vincent e solo grazie la presenza di griglie di contenimento si è finora evitato il peggio. Per altro, se si legge la storia di questa montagna, si vede che frane e valanghe hanno sempre dato del filo da torcere alle popolazioni sottostanti.

Giorni fa, in una trasmissione radiofonica, ho incontrato Augusta Cerutti, geografa e glaciologa da una vita, conoscitrice della Valle d’Aosta come le sue tasche. Ancora oggi, che non è più una ragazzina, non perde l’antica passione e l’entusiasmo per la sua Valle, che non a caso – proprio ricordando come il fiume principale della Valle abbia forgiato il territorio – in un suo celebre libro chiamò “Le Pays de la Doire”. Quando la Cerutti racconta della Dora Baltea lo fa con entusiasmo e partendo dagli albori: dapprima le acque del Monte Bianco confluivano nel bacino del Rodano, poi per un certo periodo andavano già dal nostro versante a confluire verso il Sesia, poi con lo “sfondamento” dei monti di Montjovet la Dora andò verso la pianura nell’attuale configurazione di affluente del Pò. Altrettanto entusiasmo dimostra per i “suoi” ghiacciai, che sono scesi e risaliti nel tempo. “Un giorno – ha osservato serafica – il Canavese sarà di nuovo ricoperto di ghiaccio, ma ci vorrà tempo”. Che i nostri amici canavesani siano avvertiti del nostro imperialismo glaciale!

Sui cambiamenti climatici sembra scettica riguardo ad un eccesso di ruolo della componente umana, perché – dice – i cambiamenti registratisi in milioni di anni (solo scriverlo mi dà il capogiro) ci sono stati con forza e violenza anche quando noi umani eravamo del tutto ininfluenti. Sa, in questo, di essere piuttosto controcorrente, ma mi pare che resti ancorata all’idea che ci siano meccanismi – in verità inesplorati – che rendono anche il territorio della Valle cangiante, al di là del fattore umano. Gli estremi sono stati: una Valle come enorme distesa di ghiacci o periodi caldi – tipo quello medioevale fra l’800 e il 1300 – che hanno visto sentieri in alta quota e cereali coltivati vicino a villaggi poi disabitati.

Ma sul fatto che l’uomo alpino debba convivere con la Forza della Natura (uso le maiuscole come evidente rafforzativo) mi pare che di dubbi non ce ne siano, come dimostrano – e la Cerutti lo sa meglio di me – documenti storici, come registri parrocchiali pieni di tragedie personali e collettive, per non dire delle leggende, fatte di paesi scomparsi e prodigi inspiegabili. Sono temi che oggi, per fortuna, possiamo trattare con approccio scientifico e il dato inoppugnabile è la terribile fragilità del nostro territorio. Ogni tanto mi capitava, specie nello spiegare i danni del dopo alluvione del 2000, quando ero deputato impegnato nelle settimane subito dopo gli avvenimenti a trovare soluzioni a Roma, di discutere interlocutori stupefatti dalla circostanza, a noi ben nota, di 74 Comuni su 74 minacciati in qualche modo da problemi idrogeologici, più o meno gravi. Le montagne non stanno ferme e vi è un rischio naturale insito nella nostra presenza, certo accentuato anche da sbagli del passato, come l’aver edificato in luoghi dove mai i nostri avi avevano pensato di farlo.

La vicenda costosissima della frana di La Saxe di Courmayeur è un caso fra tanti. Ce ne sono già stati e ce ne saranno altri, specie per quei cambi climatici che rendono le stagioni incerte e certi fenomeni naturali eccessivi e pericolosi. Almeno questa è la percezione. Era difficile un tempo, anche perché le persone campavano poco e certi cicli di cambiamento erano forse più lunghi, che ci fosse quella percezione personale che noi invece avvertiamo. Bisogna conviverci con certi pericoli, ma bisogna anche sapere – e chi si occupa dei rapporti finanziari con Roma e delle regole di bilancio di Bruxelles dovrebbe averlo ben chiaro – che una parte del nostro riparto fiscale deve obbligatoriamente finire, senza lacci e lacciuoli del patto di stabilità, nelle colossali e costose opere, che vanno anche costruite e poi mantenute, per evitare che la Valle d’Aosta crolli malamente sulla testa di chi ci abita.

Intanto, per capirci, se oggi avessimo un’alluvione disastrosa come quella del 2000, che per la ricostruzione gravi quasi del tutto sulle casse regionali, rischieremmo di certo di non avere i soldi per la farlo, ma anche – per i soldi comunque a disposizione – di non poterli spendere.

Anche questo è un volto, molto serio, delle vicende che mostrano l’incapacità di gestire i rapporti con Roma, anche per mettere in maggior sicurezza la nostra Valle.

Luciano Caveri