L’interesse superiore

Per voltar pagina

Premesso, a scanso di equivoci, che “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, devo dire che di questi tempi la politica, che pure non è mai stata una scienza esatta ma che pareva almeno avere certe regole e prassi che ne oliavano certi meccanismi, mi appare sempre più come una materia esoterica. Quando la osservo trovo elementi di stupore, pur facendo parte di quelli che dovrebbero conoscerne anche gli aspetti meno noti, per cui mi domando che reazioni possano avere i cittadini. È evidente che nel pentolone dell’antipolitica ci sono anche questi ingredienti e le pietanze cucinate non fortificano certo la democrazia, semmai la avvelenano.

Esiste, da questo punto di vista, un’evidente e crescente fatica nelle trattative politiche, in cui si avanza – se non si mette la retromarcia – con lentezza, troppo spesso con la logica della “fatica di Sisifo”, il personaggio della mitologia condannato a far rotolare eternamente sulla china di una collina un macigno che, una volta giunto sulla cima, ricade sempre giù in basso. Ma, alla fine, se la logica è la ricerca del punto d’equilibrio, ci può anche stare, ma c’è una regola che ritengo inderogabile: bisogna sempre guardare avanti nel confronto e non guardare indietro. Il passato serve, ma le idee evolvono e non sono lapidi di un cimitero.

Ne parlavo di recente in una riunione, perché non ne posso più di quelli che pensano di guidare l’auto guardando solo nello specchietto retrovisore. Così facendo rischiano di andare a sbattere. Trovo poi insopportabile il tono di chi passa il tempo a rivendicare primogeniture e a dire cose del tipo “noi lo avevamo già detto”, leggendoti la vita. Come se poi non ci fosse  memoria dei percorsi altrui, che dovrebbero spingere tutti per carità di patria ad evitare toni pedagogici o da predicatori. Così come andrebbero bandite le cattiverie eccessive da chi dovrebbe fare del politicamente corretto una bandiera. Ci sono battute brillanti, lo dico anche a me stesso, che avvelenano i pozzi.

Sfugge forse a chi giovano, alla fine, certi comportamenti, che alimentano quelle divisioni in cui prospera chi il potere lo vuole conservare costi quel che costi. E si trova nella comoda posizione di non dovere neppure troppo ingegnarsi grazia allo spettacolo desolante della mazurca delle divisioni, che creano situazioni a baraonda che mantengono lo status quo. Viene così in mente, fatta la tara, quando diceva Luigi Einaudi: “Nella vita delle nazioni, di solito, l’errore di non saper cogliere l’attimo fuggente è irreparabile”.

Ecco perché bisognerebbe sempre sforzarsi per evitare questo “irreparabile”. Ci vorrebbe un pulsantino, in certe circostanze, per fare il reset, che è in informatica quella operazione che riporta il sistema nello stato iniziale, specie quando il vostro computer si è incartato. Ma per farlo, nell’applicazione del principio a noi esseri umani, bisogna avere umiltà e capire che la logica dei veti – più o meno incrociati – non permette di progredire. Vien sempre da sorridere pensando alle partitelle di calcio da bambini con lo sconfitto che scappa con il pallone per stizza e qualcuno era pure capace a bucarla la palla in un gesto estremo di livore. I comportamenti singoli si amplificano ancora di più nelle dinamiche di gruppo, in cui certi conflitti finiscono per perdere ogni logica di razionalità, specie nell’atavica storia degli amici e nemici. Guelfi contro ghibellini ogni tanto rischia di essere solo – come metafora della contrapposizione cieca – una meccanica ripetizione di vecchie storie, che finiscono per bloccare condivise e legittime speranze di voltare pagina.

Bisognerebbe avere il senso della misura, la freddezza necessaria e valutare certi interessi superiori. Sarebbero utili più dosi di leggerezza e umorismo, che sono sempre un buon viatico contro chi – che barba! – si prende troppo sul serio.

Luciano Caveri