La farina del diavolo

Le delicate regole democratiche

Il potere ha una fortissima componente attrattiva: questa mia affermazione non significa per nulla una lettura che suoni con accezione negativa. Chiunque faccia politica coltiva, infatti, la legittima speranza di dimostrare di saper governare e dunque di mettere in campo tutte quelle idee e quei progetti che poi, in democrazia, si devono trasformare in concrete azioni amministrative e nella capacità legislativa. Ecco perché, nel migliore dei mondi possibili, il candidato (“vestito di bianco”, poiché nell’antica Roma chi aspirava alle cariche pubbliche vestiva la toga bianca) dovrebbe avere le doti e le conoscenze per poterlo fare. Poi sappiamo, nella pratica, che la politica attira anche persone incapaci e persino disoneste per una serie di meccanismi perversi che la democrazia stenta a correggere. Un esempio: il suffragio universale è il sale della democrazia, ma è un diritto che non può essere esercitato in modo consapevole se non con cognizione di causa. Oppure, altro approccio, c’è chi decide – ormai quasi un cittadino su due alle Europee – che questo voto non serve e diserta le urne ed è bene capire il perché questo avvenga in modo crescente.
Aggiungiamo che in Italia certi principi etici, alla base della democrazia rappresentativa, sono stati annacquati da tolleranza e indulgenza e i comportamenti personali finiscono per essere ormai attenuati dal perdonismo, tollerante grazie alla remissione dei peccati.
L’ultima e più recente tendenza è il rischio di una crescente indistinguibilità in Italia fra maggioranza e opposizione, quel meccanismo fondamentale per il cittadino per sapere bene chi governa e chi aspira a farlo, svolgendo dell’opposizione quel lavoro di controllo e di controcanto, che tiene la democrazia sempre tesa come una corda di violino. Ora, invece, si fa viva la tendenza a formare grandi coalizioni, dette delle “grandi intese” che, nel nome della crisi e delle emergenze, vorrebbero creare una perenne aggregazione indistinta, che dia la governabilità. Vien da usare quell’espressione in francese, “Embrassons-nous”, nata dal successo di una comédie-vaudeville d’Eugène Labiche et Auguste Lefranc, andata in scena a Parigi nel 1850 e diventata un’operetta nel 1879. Da qui deriva appunto quella che è ormai una definizione standard: “une expression ironique désignant des démonstrations d’amitié ou de joie qui permettent d’oublier ou qui occultent les problèmes”.
Nessuno nega – preciso subito – che ci possano essere, come avvenuto in Italia nel primo periodo del post fascismo, formule di intese in momenti di passaggio drammatici. Ma non è la regola.
Per cui oggi, per giustificare il diffondersi della formula, c’è chi si nasconde dietro il dito, spesso solo per trovare un alibi per giustificare il proprio legittimo desiderio di abbandonare il campo dell’opposizione, che è posizione faticosa e avara di soddisfazioni. Ed invece penso che sia sempre un bene – lo dico anche per la crisi d’identità della politica valdostana di oggi – che sia chiaro chi e cosa rappresenti ciascuno dei soggetti politici sulla scena e chi stia con chi in assoluta trasparenza, specie quando la legge elettorale chiede al momento del voto di definire gli schieramenti. La confusione e la logica del “piede in due scarpe” non sono, in questo senso, positive e le tentazioni di fare i furbi non portano bene. Come sostiene il detto: “La farina del diavolo va tutta in crusca” e cioè i vantaggi ottenuti in modo disonesto sono alla fine privi di valore…

Luciano Caveri