La centralità delle Assemblee elettive

Ogni volta che mi capita di ragionare sulla democrazia, per mia formazione personale e anche per le esperienze politiche fatte, trovo che la chiave di volta – oggi come sin dagli esordi e durante lo sviluppo della democrazia parlamentare – sia rinvenibile nel rapporto fra chi governa e le assemblee elettive.

Su questo aspetto fondamentale oggi possiamo avere un triplice sguardo. Iniziamo dalla visione più ampia: il Parlamento europeo, pur nel pieno della crisi dell’Unione, ha eletto per la prima volta il Presidente della Commissione europea e con la revisione periodica dei Trattati il Parlamento è uscito dal limbo di logiche solo consultive, assumendo un ruolo influente nella politica comunitaria. Vi è poi il caso italiano: ogni Presidente del Consiglio “decisionista” mira, durante il suo percorso, a rafforzare l’Esecutivo a detrimento del Parlamento. Le ragioni sono anche quelle messe in campo da Matteo Renzi: bisogna sveltire le decisioni e questo significa eliminare le lentezze del bicameralismo perfetto, riducendo a poca cosa il Senato e la manovra a tenaglia si completa con lo spostamento al centro di poteri e competenze oggi in capo alle Regioni e pure con una corsia nuova per lo strumento del decreto legge, rafforzando la capacità di legiferare del Governo senza il Parlamento fra i piedi. Infine il caso valdostano, dove – a ordinamento invariato – l’attuale Presidente della Regione, Augusto Rollandin, agisce come se il sistema fosse presidenzialistico sia nei rapporti con i membri del proprio Governo sia con il Consiglio Valle. Lo fa con logiche extraparlamentari, cioè influenzando l’elezione dei propri consiglieri con meccanismi di fidelizzazione che evitino idee diverse o personalità che lo contrastino e lo fa – aspetto più forte – con un sostanziale disconoscimento del ruolo del Consiglio. Qualunque proposta della minoranza – della maggioranza è ovvio… – non viene presa in considerazione e documenti di indirizzo votati dall’Assemblea (pensiamo alla richiesta di dimissioni dei vertici del Casinò) e frutto del lavoro dell’opposizione finiscono nel dimenticatoio. Questo svilisce l’Assemblea e rafforza l’Esecutivo, che da organo collegiale tende, in più, a diventare monocratico con buona pace del dettato statutario.

Eppure i temi del parlamentarismo, della capacità delle Assemblee di essere davvero rappresentative e di incarnare le esigenze di efficacia ed efficienza della politica nelle istituzioni restano cruciali in una democrazia, perché la si possa considerare tale.
Spesso mi vengono alla memoria le parole di Benito Mussolini, quando, adoperando carota e bastone nel novembre del 1922, si dimostrò la sua attitudine di fronte alla Camera dei deputati, agli esordi della sua dittatura.

“Signori! Quello che io compio oggi, in quest’aula, è un atto di formale deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun attestato di speciale riconoscenza. Da molti, anzi, da troppi anni, le crisi di Governo erano poste e risolte dalla camera attraverso più o meno tortuose manovre ed agguati, tanto che una crisi veniva regolarmente qualificata un assalto ed il Ministero rappresentato da una traballante diligenza postale. Ora è accaduto per la seconda volta, nel breve volgere di un decennio, che il popolo italiano – nella sua parte migliore – ha scavalcato un Ministero e si è dato un governo al di fuori, al di sopra e contro ogni designazione del Parlamento. Il decennio di cui vi parlo sta fra il maggio del 1915 e l’ottobre del 1922. Lascio ai melanconici zelatori del supercostituzionalismo il compito di dissertare più o meno lamentosamente su ciò. Io affermo che la rivoluzione ha i suoi diritti. Aggiungo, perché ognuno lo sappia, che io sono qui per difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle camicie nere, inserendola intimamente come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio nella storia Nazionale. Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non vi abbandona dopo la vittoria. Con trecentomila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infrangere il Fascismo. Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli; potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo voluto”.
Quella espressione, direi quasi futuristica, del “supercostituzionalismo” fa venire i brividi.

C’è una bella frase, per contro  che usò, nel maggio di due anni dopo nella stessa aula di Montecitorio, il deputato socialista Giacomo Matteotti che, contestando le elezioni manovrate dal fascismo, firmò la sua condanna a morte. È questa: “Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!”. Era una reazione alle violenze verbali che i fascisti facevano, interrompendolo, durante il suo intervento.
“Parlamentarmente” potrà sembrare un avverbio bizzarro, ma riassume invece una visione del mondo. Non esiste almeno per ora – anche se Internet potrà diventare, con apposite regole, uno strumento per agorà elettroniche nel futuro – un’alternativa reale al ruolo di bilanciamento delle Assemblee elettive contro le tentazioni o persino la scelta di chi governa di spostare tutte le decisioni nel proprio campo. Lo si può fare in diversi modi, nella buona e nella cattiva fede, per lo più cavalcando l’antiparlamentarismo, che si è spesso abbeverato nella vecchia fonte di chi dice: i meccanismi parlamentari sono lenti ed inutili e lo sono anche gli eletti, inetti o corrotti. Bisogna fare, sveltire, decidere. Oggi certe teorizzazioni vengono al pettine e gli italiani amano gli Uomini della Provvidenza con cui poi praticano con cinismo l'”usa e getta”, finito l’innamoramento. È vero che bisogna trovare meccanismi nuovi, svecchiare i regolamenti parlamentari, evitare che i partiti scelgano di eleggere (con le liste bloccate del Porcellum è così) anche degli incapaci purché fedelissimi. Bisogna indagare gli spazi seri della democrazia digitale.


Ma attenzione a giocare con espressioni come “aula sorda e grigia” o ad adeguarsi a questo modo di pensare con i comportamenti concreti.

Luciano Caveri