Guardare in alto

Come Catalogna e Scozia

Mai fermarsi nella speranza di un futuro migliore, anche se talvolta ci può prendere una certa stanchezza. È giusto guardare all’Europa di domani, cercando nell’attuale confusione e in mezzo a tante difficoltà, qualche segno positivo e magari capire cosa sarà della Valle d’Aosta.

Qualcosa di buono, per chi crede in un disegno federalista antitetico ai vecchi Stati in crisi e all’Unione europea senza anima, lo si coglie laddove Nazioni senza Stato alzano la testa e chiedono più libertà, ma lo fanno in un saldo disegno nel solco dell’integrazione europea. Si tratta di una conditio sine qua non per evitare che il nazionalismo buono, pacifico e collaborativo e che utilizza metodi di affermazione democratica, scada in nazionalismo cattivo, perché aggressivo e violento.

Ieri era il giorno della Diada, la festa della Catalogna, celebrata come sempre da una grande festa popolare, la Diada. È una celebrazione molto particolare, perché non si celebra una vittoria, ma una sconfitta e quindi un segno ancora più forte di riscatto. Ricorda infatti la caduta di Barcellona che, in quello stesso giorno nel lontano 1714, fu riconquistata, dopo quattordici mesi di assedio, dalle truppe spagnole del duca di Berwick. Atto che pose fine alla guerra di successione spagnola.

I catalani, che appoggiavano il pretendente al trono Carlo d’Austria, furono sconfitti, così i Borbone instaurarono una monarchia assolutista e per punire i “traditori” catalani il re Filippo V impose i Decreti di Nueva Planta che abolirono le autonomie locali catalane esistenti fin dal Medio Evo. Una pagina dolorosa volta come stimolo. Dalla sua istituzione nel 1980, la manifestazione della Diada ha difficilmente raccolto più di alcune decine di migliaia di persone, ma dal 2012 l’aria è cambiata e la festa è diventata una straordinaria prova di vitalità e l’anno dopo un milione e mezzo di persone diedero vita ad una catena umana di 400 chilometri dai Pirenei al delta del fiume Ebro!

Una festa vera ed è quella che avrei voluto ci fosse anche in Valle d’Aosta, come ho ricordato giorni fa, con il giorno del 7 Settembre, San Grato Patrono della Diocesi, ma anche festa laica senza dubbi, essendo la data delle udienze dei Savoia nel Duché d’Aoste e pure, per caso, data di emanazione dei decreti luogotenziali del 1945, alla base dell’attuale regime autonomistico. Ma, finita la mia esperienza di governo, si è scelta – evocando la scelta Monti di sopprimere le festività dei Patroni, mai concretizzarsi – la sua morte e dunque con la volontà di tornare a celebrazioni ufficiali grigie e burocratiche, prive di anima. Autonomismo alla camomilla, mentre Trento e Bolzano hanno deciso di celebrare – e lo hanno fatto pochi giorni fa – in gran spolvero le loro autonomie, perché a certe cose ci credono.

Ieri a Barcellona il popolo catalano vibrava, perché si è è aperta una sfida mica da ridere con una vera e propria apertura della campagna per le elezioni regionali catalane del 27 settembre, che gli indipendentisti guidati dal presidente della Comunità autonoma Artur Mas intendono trasformare in un plebiscito per l’indipendenza, dopo lo stop al referendum della Corte Costituzionale spagnola.

Gli ultimi sondaggi indicano che gli indipendentisti potrebbero conquistare di misura la maggioranza assoluta in seggi nel nuovo parlamento di Barcellona, restando però sotto la maggioranza assoluta dei voti e dunque in queste settimane gli autonomisti catalani viaggiano a tutto gas per un passaggio che appare sempre più come storico.
Il Presidente Mas ha annunciato che se gli indipendentisti vinceranno inizierà il processo di indipendenza dalla Spagna, con l’obiettivo di dichiarare la secessione nel giro di 18 mesi. Il governo di Madrid continua ad opporsi all’indipendenza catalana, ma un voto esplicito non potrebbe essere ignorato.

Per altro che gli indipendentisti in Europa vadano bene era stato dimostrato nel maggio scorso in Scozia, dopo il no del 2014 nella consultazione sull’indipendenza, quando lo Scottish National Party aveva conquistato 56 seggi su 59 (la terza forza a Westminster), cancellando i laburisti locali sinora maggioritari.

Lo stato dell’autonomia valdostana è oggi ben diverso da certe speranze, le cose non vanno bene e l’autonomismo valdostano – quello vero! – deve ripartire contro l’attuale grigiore e un evidente atteggiamento passivo rispetto al centralismo statale con chissà quale tornaconto per chi vi soggiace. Vale, nella diversità della collocazione storica, l’ammonimento di Émile Chanoux: «Il faut être très bas, pour regarder très haut». Catalogna e Scozia sono lì come esempio, per crederci e guardare in alto.

Luciano Caveri