Gridare contro lo smantellamento dell’Autonomia

Io Grido!

Tornare sempre più con convinzione alla primazia della politica: questo deve essere un impegno morale da assumere con forza. Oggi la disattenzione o la chiusura nel proprio privato sono, infatti, una vittoria per i “cattivi” che stanno smantellando le parti fondanti della civile convivenza e della cittadinanza in Valle d’Aosta.

Da tempo denunciamo con angoscia quanto sta avvenendo nella piccola Valle d’Aosta, un tempo modello invidiato dell’autonomismo alpino, oggi sbiadita fotografia del tempo che fu, con una crisi istituzionale di portata storica. La verità è che il malgoverno e l’incuria investono come una valanga i diritti dei cittadini valdostani e il loro benessere, colpendo al cuore una coesione sociale che era un cemento importante di un modello pubblico pazientemente costruito da chi, me compreso, ci ha sempre creduto. Tanto che personalmente sono stupefatto è indignato del punto di non ritorno nel quale stiamo sprofondando e dico subito che non compartecipo affatto b all’idea che non ci sia nulla da fare. Chi oggi demorde o sceglie formule di compromissione sarà un giorno sul banco degli imputati.

Crolla ormai il sistema solidaristico e protettivo del Welfare valdostano, costruito negli anni e per ora l’opinione pubblica non pare del tutto cosciente dello tsunami, anche se colpisce quelle famiglie che dovrebbero avere dei paladini coraggiosi, come il ciellino unionista Tonino Fosson, che invece di fronte ai Sindaci usa i toni stupiti di chi ammette l’impotenza verso uno Stato cattivo che taglia, taglia e taglia ancora i trasferimenti finanziari che sarebbero un diritto e non un piacere. E di conseguenza – verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere – tanti Don Abbondio tremebondi prendono atto con spaventata rassegnazione, come se la politica fosse fare gli amministratori di condominio o giocatori distratti di un gioco più grande di loro doveva muovere le pedine è sempre uno solo.

La vicenda degli asili nido, con il sistema delle autonomie locali a larga maggioranza complice di aumenti terribili per le famiglie e lo stesso vale per gli anziani nelle microcomunità, è dunque la cartina di tornasole di un sistema di potere, retto sulle decisioni cesaristiche di uno solo, il Presidente runner Augusto Rollandin, che corre come uno stambecco sulle montagne, ma in politica ha perso ogni energia e ormai ha dato il via ad un autonomismo del subire, indegno pure del suo passato. Come se l’autonomia speciale fosse arrivata ad un ineluttabile capolinea e i valdostani dovessero rassegnarsi ad eventi che il Fato ha causato e non, invece, ribellarsi alle incapacità di chi dovrebbe rappresentarci. Perché di questo si tratta.

Crolla il Welfare come un castello di carte per una ragione semplicissima: l’assenza di difesa dell’autonomia finanziaria della Regione in una negoziazione con Roma che è diventata un imbarazzante calare le braghe. Roma doma.

Con il paradosso che questo avvenga quando il voto del Senatore valdostano Albert Lanièce è preziosissimo per il Governo Renzi specie per le riforme costituzionali e lo stesso PD ha avuto, con l’intercessione dello stesso Premier, l’apertura nelle stanze del potere con il Sindaco di Aosta Fulvio Centoz (che a 100 giorni dall’insediamento non ha ancor cominciato a governare la città) e con un posto in Giunta per Raimondo Donzel, un tempo fiero avversario del rollandinismo. Questo asse Aosta-Roma doveva garantire al Governo Rollandin una stampella per governare in Valle e rapporti privilegiati con Renzi, di cui per ora non si ha notizia. Anzi, i fatti e la crudezza dei numeri dimostrano che la negoziazione non funziona affatto e che la scelta di un’alleanza simmetrica è stata un fallimento.

Il crollo di partecipazione politica nell’Union Valdôtaine, che festeggia i 70 anni dalla sua nascita in uno stato di evidente difficoltà, è segno che una certa politica – fatta di un decisionismo personalistico senza efficacia reale, ma costruito su molti miti – sta arrivando al capolinea. Su certe macerie non sarà facile ricostruire, ma bisogna farlo per dignità e per il futuro dei nostri figli, perché chi tace acconsente.

Io grido!

Luciano Caveri