Alla ricerca di uomini liberi

"Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi".

Capisco che per la sua storia contrastata non fu un uomo politicamente corretto, ma l’osservazione fulminante è di quelle che vanno bene in certe circostanze.

“Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi”.

La frase di Leo Longanesi quest’oggi, nella logica del “politicamente corretto” vedrebbe oggi sostituire al termine “uomini” il termine “persone”, ma la sostanza non cambia. Quel che conta infatti è la forza dell’affermazione, che è poi una triste constatazione di chi soggiace a quella che nel Cinquecento Etienne de la Boétie chiamava “servitude volontaire”, cioè il piegarsi al potere di turno con troppa facilità. Sarebbe bello – e magari un giorno lo faremo – poter elencare certi personaggi da sottopotere che in Valle d’Aosta spadroneggiano, perché si sentono le spalle coperte e pronti a sacrificarsi, almeno dicono ma poi si vedrà al momento buono, “perinde ac cadaver“, cioè con la stessa passività di un cadavere.

Già allora La Boétie, prefigurando una modernità nel suo pensiero, citava le categorie di chi è tiranno:

Il y a trois sortes de tyrans. Les uns règnent par l’élection du peuple, les autres par la force des armes, les derniers par succession de race.

Segue poi, nel suo celebre testo, la descrizione chiara del demagogo, che dice una cosa e ne fa un’altra, nascondendo la sua vera indole:

Mais ils ne font guère mieux ceux d’aujourd’hui qui, avant de commettre leurs crimes les plus graves, les font toujours précéder de quelques jolis discours sur le bien public et le soulagement des malheureux”.

E’ indubbio, infatti, specie se comprato agli orrori di dove non vige nessuna forma di democrazia (e oggi spiccano in negativo le teocrazie integraliste), i sistemi istituzionali nella media europea – e l’Italia in questo solco – garantiscono margini elevati di libertà. Ci sono cioè norme e regole che possono garantire quegli equilibri istituzionali a vantaggio anche del singolo cittadino. Ciò non significa affatto che il sistema funzioni sempre liscio come l’olio, spesso gli ingranaggi si inceppano e le cose non funzionano innescando situazioni difficili o ingiustizie. Ma l’importante è che il cittadino sia convinto dei propri diritti, oltreché – esiste un obbligo di ribadire come le due cose siano speculati per essere credibili – i propri doveri.
Questo vale naturalmente per un altro elemento importante della democrazia, vale a dire la pubblica amministrazione, comprensiva di quelle società oggi denominate Partecipate, che spesso – sbagliando – giocano sui vantaggi del pubblico e sulle libertà del privato, secondo le convenienze. Quella struttura, che sopravvive (tranne i ristretti staff e certi sistemi di spoil system) ai cambiamenti del potere politico soggetto alle elezioni, che fonda la rete persistente di organizzazione, che dev’essere elemento neutro e di garanzia per i cittadini.
Non sempre questo avviene in epoca di “cerchi magici” e di logiche di appartenenza che vanno al di là di atteggiamenti comprensibili. Ci troviamo di fronte troppo spesso a chi, in punti cardine dell’amministrazione, equivoca sul celebre termine inglese di “civil servant” e si piega ai desiderata della politica, venendo meno a certi principi ormai inseriti nel nostro ordinamento attraverso anche le norme europee.
Sono temi su cui occorre riflettere davvero in profondità e bisogna farlo in questa terra di mezzo in cui le democrazie occidentali si trovano, compresa nella sua piccolezza l’autonomia speciale della Valle d’Aosta, che soggiace ormai a fenomeni di degrado della democrazia, il cui campanello d’allarme più rumoroso sta nel progressivo allontanamento dei cittadini dalla partecipazione democratica.
UVP deve, in modo esemplare, riuscire ad aggregare le energie che vogliono reagire a questo degrado.

 

Luciano Caveri