Due righe sul processo di Madrid

L'arma giudiziaria contro un reato d'opinione

Yo soy un preso político, no un político preso

Jordi Cuixart

 

 

Nell’epoca della condivisione massiccia, quasi totale, dei dati, le censure o i tentativi di insabbiamento e minimizzazione stridono con un suono insopportabile. Eppure poco ci si cura di quanto accade in questi giorni a Madrid, dove sono processati membri del governo, del parlamento catalano e della società civile. Le accuse sembrano uscire da un libro di storia risorgimentale (oppure da cronache dell’India britannica o del Sudafrica dell’apartheid): ribellione, sedizione, malversazione.

Il centralista, post(?)franchista e – nonostante i socialisti al governo – conservatore governo spagnolo sta utilizzando lo strumento giudiziario anche e sopratutto per finalità politiche. I settori dell’arco costituzionale sono presenti anche in sala: sul banco dell’accusa si trovano Vox e il Partido Popular mentre su quello degli imputati si trovano i catalani. Il dato davvero rilevante, al di là del dramma umano che stanno vivendo gli imputati, i quali rischiano pene durissime sostanzialmente per reati d’opinione, è il seguente: Madrid sta utilizzando (e confidando possa essere efficace quale ultima ratio) un processo come strumento per sottomettere e neutralizzare un dissenso di massa di una parte della sua popolazione.

La Spagna sta giocando con il coltello dalla parte del manico una partita che spera di vincere facilmente, ma molti elementi possono sfuggire di mano, diventando dei boomerang letali. Innanzitutto perché i capi di accusa siano tali i fatti devono essersi svolti violentemente, ma è stata immortalata dagli obiettivi di migliaia di persone l’evidenza che l’unica violenza (brutale e fascista) è stata quella della polizia nazionale spagnola. In secondo luogo, anche se Madrid riuscisse a dimostrare qualche episodio violento da parte dei protestanti catalani, nulla potrà cancellare l’analogia tra i moti di disobbedienza civile, di non-violenza e di partecipazione trasversale della società catalana e gli episodi storici di Gandhi, Martin Luther King, Mandela. Episodi questi che le spesso ipocrite democrazie si pregiano di commemorare e celebrare come capisaldi del processo democratico e libertario dei popoli, ma che quando avvengono troppo vicino ai cancelli di casa o – addirittura – sul pianerottolo, queste democrazie temporeggiano, osservano preoccupate e sperano come gli ignavi sperano: che si torni allo status quo quanto prima e con meno trambusto possibile.

I governi di tutto il mondo faticano a cogliere il segno del tempo che viviamo: i metodi di condivisione di idee e di diffusione del consenso hanno già abbandonato i paradigmi storici: partiti, politici classici, giornali generalisti, televisione, radio. La trasmissione politica ha perso la sua verticalità (il Capitano leghista infatti persiste saggiamente nel dipingersi uomo qualunque, solo primus inter pares) ed è ormai quasi completamente orizzontale. Gli opinion makers, i tanto declamati influencers non debbono attendere elezioni o referendum per salire e scendere dalla ribalta. Il consenso (e il dissenso) è ora fluido, istantaneo, non mediato: la descrizione perfetta del contrario di un politico.

Madrid sta giocando il ruolo del reazionario vieux genre in un epoca in cui non si può più controllare l’opinione pubblica, la si può al massimo inquinare con fake news e contro-influencers, ma sulla lunga distanza ciò che non evapora è il reale sentimento diffuso.

E siamo sicuri che le vittime di questo triste episodio di stato di polizia in Spagna saranno riabilitate dalla storia e dall’opinione pubblica globale, quali eroi moderni contro il potere affetto da un male fuori tempo massimo.