Chanoux non è un santino scolorito

Devo a mio papà il ricordo di un Emile Chanoux intimo e familiare, diverso da quello straordinario monumento che è diventato nel tempo. Un uomo semplice, intelligente e razionale, che aborriva quella retorica fascista che, non solo con i suoi orpelli, ma anche con il volto feroce del Regime, aveva deciso di strangolare la libertà e l’identità del popolo valdostano. E lui non solo si era ribellato, ma aveva posto sotto la sua ala e il suo magistero tanti giovani, guardando al di là del periodo triste e scuro che vivevano allora, dimostrando che esistono persone che sanno lanciare messaggi oltre la propria vita e lo fanno con una visione profetica.

Ecco perché il Settantesimo anniversario della sua morte deve essere semplice, come un albero in fiore, senza fanfare e senza discorsi di circostanza. Ognuno rischia di piegare il pensiero di Chanoux ai propri desideri e chi non ne coltiva né idee e né valori dovrebbe avere il buongusto di non usare il martire valdostano come se fosse un fantoccio da tirare nel proprio campo. Ci vuole pìetas e buongusto anche nel leggere discorsi preconfezionati.

La sua coerenza e la sua onestà sono un esempio adamantino in questa epoca di crisi della politica. Ho già scritto in passato come, in un dialogo immaginario, credo che lo stesso Chanoux avrebbe preferito evitare di diventare un simbolo per vivere con la sua famiglia le vicende appassionanti del dopoguerra.
Invece morì in una cella, senza aver svelato i segreti che i suoi torturatori volevano estorcergli. Sempre mio padre mi raccontò di come cercò di vedere la salma in cimitero, ma il vecchio Camandona, in piemontese, gli disse di andarsene, che rischiava la pelle.

Chi pensava di farlo tacere per sempre è stato inghiottito dal tempo, compresi i suoi carnefici e quel fascismo che purtroppo aveva fatto proseliti anche in Valle d’Aosta. Chanoux resta con la sua personalità e i suoi insegnamenti, specie quel federalismo che attraversa il tempo come soluzione alle tante crisi, anzitutto istituzionali, che ci attanagliano e talvolta paralizzano.

Non è un’icona quella che dobbiamo avere di lui, come se fosse un santino destinato nel tempo a perdere il colore o una persona cui è dedicata una piazza o una via, ma è vittima di un oblio. Dobbiamo avere in lui un’acqua di fonte cui abbeverarci, sapendo che spetta ad ogni generazione fare la sua parte, senza aspettarci che altri dal passato ci risolvano il presente.

Ma i riferimenti e gli esempi sono quelli che danno radici anche alle piante della politica contro gli incapaci, i disonesti e i profittatori, che avvolgono come piante parassite anche la nostra Valle d’Aosta.

E che nessuno pronunci il nome di Chanoux invano.

 

Luciano Caveri