Che il federalismo non dorma

L’imminente referendum scozzese e la grande manifestazione per l’indipendenza della Catalogna rilanciano in Europa il tema dell’autodeterminazione dei popoli. Tacciono le autorità valdostane e questo imbarazza.
Noi non siamo imbarazzati e diciamo con chiarezza che siamo con gli scozzesi e con i catalani e con gli altri popoli che chiederanno oggi e domani di esercitare un diritto fondamentale per chi creda nel federalismo. Non si tratta né di essere bombaroli o velleitari nelle proprie richieste, ma di ribadire che il diritto all’autodeterminazione esiste nelle carte delle Nazioni Unite e il quadro europeista attuale è nato e si è sviluppato nel solco del riconoscimento ad ogni popolo europeo del diritto alla propria libertà di scelta. Non sarebbe immaginabile, come sta facendo la Spagna di oggi, fare orecchi da mercante, nascondendosi dietro a problemi di diritto costituzionale, che sono solo una copertura. Anche se – su questo bisogna essere onesti – non esistono scorciatoie in questa materia e la scelta referendaria è la chiave di volta, la cui legittimità appunto non può essere negata lungo la strada giusta, che è quella giuridica e non del vaneggio protestatario o peggio delle scelte violente ormai sparite anche laddove sopravvivevano. Questo ragionamento complessivo è da fare con chiarezza, a fronte di un’Italia in cui si assiste ad un arretramento del fronte del regionalismo, specie quello più avanzato delle autonomie speciali. Un quadro di garanzie e di “patto”, pur politico e non giuridico, perché quello sarebbe già stato federalismo, che si sta sgretolando e non solo per colpa di Roma. Perché anche un cattivo utilizzo della propria autonomia speciale ad Aosta può diventare un elemento grave di deterioramento della credibilità. Ma resta chiaro che oggi ogni attacco e vilipendio allo Statuto d’autonomia, svuotato e calpestato nei suoi valori fondanti, apre la strada a scelte diverse e anche più forti. Non si tratta di usare toni minacciosi o ricattatori, ma di constatare che una Repubblica, nata su valori condivisi, deve essere rispettosa di quanto a suo tempo stabilito. Senza usare, invece, quei toni e quei metodi che si sono diffusi in questi anni di continuo bombardamento politico e mediatico contro i “privilegi” e rispetto ai quali si è vista da noi – pensiamo solo ai tagli finanziari e agli impedimenti alla spesa - una reazione governativa debole e a Roma  una deludente assenza dei parlamentari valdostani.
Il dibattito deve restare vivo per evitare di dare l'impressione che il federalismo valdostano dorma ormai sonni tranquilli.

Luciano Caveri


Duemila anni fa…

Duemila anni fa, come oggi, a Nola, nel napoletano, moriva all’età veneranda di 77 anni Cesare Ottaviano Augusto. L’occasione, ricordata anche in Valle con una serie di appuntamenti culturali, in verità sottotono per il fondatore di Augusta Praetoria, pensando che a Roma e poi a Parigi è stato dedicato al discusso Imperatore una mostra assolutamente straordinaria. E’ l’aria dei tempi, che colpisce con la spending review quella Cultura che non è solo patrimonio importante dei valdostani, ma anche – in tempi di vacche magre – straordinaria attrattiva per i turisti, che vanno conquistati con elementi come le vestigia romane e la loro storia. Chissà, ma giochiamo solo di fantasia, come venne accolta in Valle d’Aosta la morte di questo uomo Augusto, che nella pietra del celebre Arco aveva scolpito il proprio trionfo contro il popolo autoctono dei Salassi, combattivi e indomiti sino alla sconfitta. Immagino che alle manifestazioni ufficiali di lutto ci sia stato anche chi di quella morte abbia gioito fra i Salassi rimasti in città e soprattutto nelle valli.   Non vorrei, tuttavia, essere equivocato: ho sempre trovato risibile una certa pubblicistica che ha giocato in Valle sul proprio senso identitario, ponendo come punto di riferimento della valdostanità in modo esclusivo e più rievocatore che sostanziale gli antichi Salassi rispetto ai Romani invasori. La questione è certo più complessa, anche se il genocidio parziale del popolo salasso resta nella storia come elemento di crudeltà, perché il problema di un popolo non sta nella purezza della razza (il termine “razza” è stato ormai all’indice dai genetisti che hanno confermato che siamo tutti uguali), ma nella capacità – nel flusso continuo nel tempo – di una cultura di prendere e lasciare elementi che ne formino infine i tratti di originalità. E i Romani hanno aggiunto molti elementi eminenti, fondendosi con quanto di preesistente e sappiamo quanto le occupazioni militari, se elemento stanziale e definitivo, finiscano poi per mutare in qualcosa di nuovo nel rapporto con il territorio. Questo non vuol dire essere privi di memoria e accertare, attraverso l’archeologia, quanto di ricco ci fosse già prima e sia rimasto scolpito non solo nel DNA delle persone, ma appunto nella civilisation valdotaîne dalla notte dei tempi fino alle immigrazioni contemporanee. Trovo interessanti le operazioni di “Restitution”, se ci si mettono i soldi, come quella dell’incredibile e unico acquedotto di Pont d’Aël ad Aymavilles, che ha visto quest'estate folle di visitatori alla ricerca, in fondo, di una parte delle proprie radici. Spiace poi che una simile attrattiva, proprio per la sua unicità e fascino misterioso, finisca per essere chiusa al pubblico per ottuse logiche di bilancio. Mi riferisco a quei tagli orizzontali, che Aosta contesta a Roma, ma poi applica nello stesso modo e che deprimono il merito e fanno di tutta un’erba un fascio. Interessante, per altro, ma è argomento diverso come questo rapporto Valle d’Aosta-Roma persista ora come allora, anche se i romani di oggi nulla hanno a che fare con quelli di due millenni fa… Come non pensarci oggi all’apporto romano alla formazione identitaria, nella data odierna del bimillenario dalla morte di Cesare Ottaviano Augusto, imponente figura storica, piena di contraddizioni e di debolezze, politico e guerriero, che ha pesato con le sue decisioni sulla storia locale, inserita nella sua epoca nella grande strategia di occupazione dell’Impero romano. Augusto è stato un gigante della Storia, che ha avuto la capacità di manipolare il futuro. Ha scritto, per la Zanichelli, il Professor Andrea Ercolani. “Il tutto si complica quando si ha a che fare con una Intentionalgeschichte, una “storia intenzionale”, ovvero un’operazione storiografica concepita non per ricostruire i fatti in maniera (almeno in pectore) obiettiva, ma per presentarli e rappresentarli con precise intenzioni (esaltare, giustificare, denigrare, etc.). Augusto è un caso interessante da questo punto di vista, giacché offre la possibilità di cogliere il contrasto tra la ricostruzione storica in senso proprio, cioè quella fatta da un osservatore esterno, lo storico (si pensi p. es. a Svetonio, con la sua Vita di Augusto, o a Cassio Dione, nel libro LIII della sua Storia romana – ma va ricordato che la storiografia antica attinge spesso dalle ‘autorappresentazioni’ dei protagonisti) e la proiezione che di sé ha dato nelle res gestae. La divergenza tra proiezione di sé e valutazione esterna, nel caso augusteo, arriva a rasentare il paradosso: se le res gestae consegnano alla storia la figura di un Augusto lineare e coerente, l’imperatore Giuliano l’apostata, in un’operetta satirica intitolata Il simposio ovvero i Saturnali, al paragrafo 309A-B, stigmatizza di Augusto proprio l’opportunismo e l’incoerenza (in linea, probabilmente, con parte della storiografia antica): “… ecco che si fa avanti Ottaviano, cambiando continuamente colore come i camaleonti: ora è pallido, ora è rosso, e poi nero tenebroso e fosco; eccolo ora votarsi ad Afrodite ed alle Grazie, ora voler somigliare al grande Helios con i suoi sguardi penetranti”. Fantastica e molto moderna questa immagine del politico come un camaleonte, che cambia pelle per sopravvivere al sopraggiungere e alla mutevolezza degli scenari in cui si trova ad operare.I dittatori hanno una capacità di resistenza incredibile e ce lo sinsegnano sia la storia antica che, purtroppo, la storia contemporanea. Ricordo sulle nostre vicende di allora, anche se spesso dissentivo dalla sua visione, il deputato comunista francese, fiero di essere valdostano,  Parfait Jans, che da politico era diventato fecondo romanziere e che scriveva con indignazione: "En l'an 25 Av.J.C. sur ordre d'Auguste, le général Térencius Varro Muréna lance la guerre d'extermination contre le peuple salasse. Feu et sang! En quatre jours (ce sont les scribes et historiens de l'époque qui l'écrivent) on comptent trente six mille morts ou vendus sur le marché d'esclaves d'Eporedia et huit mille jeunes salasses enrôlés de force dans les légions romaines. Tel est le sort subi par nos ancêtres, tel est le bilan de l'occupation romaine. Tel a été l'odieux comportement des Romains dans notre région. Il faut dire qu'ils avaient déjà vaincu tous les peuples des autres vallées alpines. Les Salasses étaient les derniers à résister ce qui devait accroître encore la colère des occupants". E’ bene ricordarlo, come elemento postumo per evitare che la Storia diventi oggetto solo di quanto scritto dai vincitori.

Luciano Caveri

   

Osso di seppia

La vicenda alla fine assomiglia alla forma essenziale e scarna di un osso di seppia. Capiti quel che capiti, sconfitta dopo sconfitta, la maggioranza regionale sembra ormai pronta a qualunque cosa – anche a negare l’evidenza – pur di restare in sella. Anche se non c’è più non solo una destinazione da raggiungere, ma neppure un cavallo. C’è in questo qualcosa di deprimente ed è l’immagine interna delle Istituzioni valdostane e esterna della Valle d’Aosta. Questa pervicace scelta di negare l’evidenza, con un Presidente Rollandin abbarbicato alla sedia, sconcerta e preoccupa. “Conducator” sempre più solo con un atteggiamento ormai di vecchia e stravecchia politica che conduce - come il pifferaio magico della fiaba – tutta la maggioranza regionale verso il precipizio. Senza battere ciglio incassa sconfitte una dietro l’altra, ma la sua logica è restare lì, conscio che il suo non è più un feudo intoccabile, ma un castello di carte fragilissimo. Responsabile è lui, certo, ma anche chi continua a fare il reggicoda, sparlandone in privato e osannandolo in pubblico o chi non trova mai il coraggio di esprimere opinioni contrarie e continua a nascondersi dietro i voti segreti. Questo crea una realtà distorta dentro la quale si trova una Valle d’Aosta sempre più dolente e in crisi. Che questa notte buia finisca presto. Per ridare un po' di dignità alla politica e per rispetto dei Valdostani.

Alessia Favre - Presidente dell'UVP


In politica si guarda la luna, non il dito

D'estate, anche se questa estate valdostana è stata sinora avversata dal maltempo, capita più che in altre stagioni di incontrare le persone più disparate. Ed è legittimo che, in una Valle appassionata di politica, si finisca per parlare di quanto è capitato in Regione e sullo stato della situazione. Mi capita così di dover usare una nota citazione: "Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito". È questo un proverbio cinese, che mira a dimostrare come si debba guardare al contenuto vero delle cose, sfuggendo alle apparenze o alla letture maliziose  della realtà. Troppo spesso in politica si tende a creare scenari artificiosi a proprio uso, specie se si deve fare in modo di distrarre l'opinione pubblica dalla serietà dei problemi indicati da questo famoso dito. Per cui si scelgono elementi utili come diversivo. Questa storia ha in Valle d'Aosta una chiarezza esemplare. La Legislatura regionale in corso nasce sotto il segno di una difficoltà per la maggioranza di governare per un esito delle urne che assegna 18 seggi alla maggioranza e 17 alla minoranza. Situazione che si incrina a marzo, quando vengono a mancare i 18, che si ricompattano poche settimane fa attraverso un rimpasto "pacificatore". Come diceva la canzonetta napoletana:
chi ha avuto, ha avuto, ha avuto chi ha dato, ha dato, ha dato, scurdammoce 'o passato

Il paradosso sta nel fatto che questi avvenimenti - cagionati da franchi tiratori e dai cosiddetti "responsabili", che a un certo punto preparavano una "rottura"'con il Governo regionale per poi alla fine tornare, soddisfatti o obbedienti, nei ranghi - vengono alla fine letti come se fosse l'opposizione "ad aver fatto perdere tempo". Ovviamente una tesi speciosa e propagandistica, che fa leva su aspetti fantasiosi e scarsa conoscenza dei fatti, che viene "venduta" alla parte meno avveduta dell'opinione pubblica e qui tocca evocare il famoso dito del proverbio cinese. Oggi, infatti, c'è da chiedersi se questa lettura politica del "crucifige" verso la minoranza perdigiorno non sia una scelta ad effetto che mira a nascondere il vero oggetto di interesse: la luna. Quale sia la luna è presto detto, perché mi riferisco alla miriade di problemi che si affollano, irrisolti o male affrontati. Su questo è bene discutere e non sul giochino fra guelfi e ghibellini, fra prorollandin e antirollandin: questo buttare tutto in battaglie di potere e sottogoverno o in rivalità personali o di clan finisce in sostanza - con responsabilità per chi ci gioca  - per svilire la politica, trasformando tutto in rissa. Il gioco, però, non è solo rozzo come sembra, perché prevede in realtà una qualche sottigliezza. Tende a dimostrare che lo status quo è l'unico a dare sicurezza, della serie che "si sa che cosa lasci ma non si sa che cosa si trovi". Questa logica del presunto "horror vacui" fa sorridere, perché del tutto infondata. In democrazia il cambiamento e l'alternanza non sono una patologia, ma segno di buona salute. E lo è anche indicare problemi e priorità, specie quando cresce la consapevolezza di una macchina amministrativa paralizzata e di una politica che non segue più gli avvenimenti. Il De Profundis - il salmo penitenziale che si recita per i defunti - in politica non è consolatorio.

Luciano Caveri


La Presidenza del Consiglio all’Italia

La delicata partita europeista e le riforme costituzionali su cui fare molta attenzione

Inizia oggi il periodo di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea. Si tratta, fin dal Trattato di Roma del 1957, di un incarico di sei mesi che avviene a rotazione fra gli Stati membri. La novità, con il Trattato di Lisbona e dunque dal 2009, è che chi ottiene la Presidenza non ha più il Presidente, ma esiste una responsabilità collegiale del Governo “incaricato”, visto che è stato creato un Presidente stabile (da allora sino ad oggi è stata quella figura piuttosto grigia del belga Herman Van Rompuy) e questo ha di fatto affievolito il “peso” rispetto alla situazione precedente per lo Stato chiamato ad occuparsi di un semestre. Da almeno un anno, si agita nella politica italiana questo periodo di routine, che l’Italia ha già ricoperto per dieci volte, come qualche cosa di importantissimo e persino, in certe venature, ad esempio per scongiurare le elezioni anticipate sin dall’inizio della Legislatura, di decisivo. Spiace osservare che così non è, anche se è facile constatare come ci sia stato un uso strumentale dell’appuntamento per chi mirava sin da subito – in assenza di una maggioranza stabile che potesse governare l’Italia – alla formula che va tanto di moda (che penso passeggera) delle “larghe intese”. Ma torniamo all’Europa. Non commenterò l’esito del recente Consiglio europeo di Ypres in Belgio (scelto per ricordare il secolo trascorso dalla Prima Guerra mondiale, perché su quel fronte venne usato per la prima volta nel 1917 il terribile gas diclorodietilsolfuro, da allora noto come “iprite”) sotto il profilo dell’esito ottenuto dal nostro Premier Matteo Renzi. In sostanza Renzi ha votato il “veterano” europeista, il lussemburghese popolare Jean-Claude Juncker (candidato di Angela Merkel, mentre una vera svolta sarebbe stata con Michel Barnier) come Presidente della Commissione europea, in cambio di un meccanismo di flessibilità nel controllo della spesa pubblica (dal patto di stabilità al Fiscal Compact), di cui potranno godere i Paesi che faranno delle riforme. Non ci entro nel senso che basta leggere i giornali per capire che c’è chi sostiene che Renzi ha vinto una battaglia importante per l’Italia e chi nega la bontà del risultato ottenuto. Semmai vorrei dire che bisognerebbe capire che cosa in Europa si possa intendere per “riforme”, quelle in sostanza che dovrebbero consentire quella flessibilità che innescherebbe anche l’agognata crescita. Renzi vuol portare a casa la riforma del Senato e la collegata revisione della riforma del 2001 del Titolo V della Costituzione sul regionalismo, rimettendo in capo allo Stato molte materie e soprattutto con meccanismi più occhiuti di controllo sull'autonomia regionale. Sul primo punto al Senato si è iniziato a votare e poi il passaggio in aula non sarà politicamente banale, perché - ovvio paradosso - toccherà proprio all’Assemblea di Palazzo Madama decidere sul proprio futuro. Nei testi che si prospettano si va da una sua fine ingloriosa a un mantenimento con un minimo di dignità. Ha ragione chi – lo ha fatto bene la giornalista Lucia Annunziata – ha scritto che in Europa di come l’Italia organizzerà il suo bicameralismo non gli e ne importa un fico secco. Non solo. Neppure la peggiore e più invasiva delle azioni europeistiche violerebbe, nella logica della tutela del principio di sussidiarietà, il caposaldo di un ordinamento costituzionale autonomo di cui ciascun Paese membro resta il solo responsabile. Un intervento europeo varrebbe solo se un Paese membro impazzisse e violasse nella sua azione di governo elementari principi di democrazia. Ma non è il caso, anche se – nel suo articolo domenicale – Eugenio Scalfari su “Repubblica” si scaglia contro i rischi, anche di involuzione democratica, se si andasse di fatto ad una formula in Italia di monocameralismo, che potrebbe strizzare l'occhio a logiche di potere molto accentrato e personalistico. Scalfari, ma lo dico per inciso, segnala anche l'inutilità per l'Italia di ottenere il ruolo di Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'Unione europea. Torno, per finire, al punto riguardante le riforme: interessante, anche se se ne parla meno, è capire quanto l’Europa possa essere interessata ad un forte ridimensionamento del regionalismo in Italia. Vale la risposta di prima. Sono fatti dell’Italia e non dell’Europa. Ma questo permette due osservazioni suppletive. Un processo centralistico e di rinazionalizzazione dei poteri e competenze sarebbe in assoluta controtendenza con quanto sta accadendo in Europa. In secondo luogo, la crescita della spesa pubblica in Italia, ancora nell’ultimo periodo, non è – dati alla mano – ascrivibile alle Regioni, che hanno fatto molti sacrifici, ma a quello Stato che ora vorrebbe più potere, malgrado si sia dimostrato il più spendaccione. Sono elementi di riflessione e resta anche, nei voti in Senato dei prossimi giorni, da capire bene che fine faranno le autonomie speciali. Alle promesse devono seguire, attraverso le norme costituzionali novellate, i fatti.
A meno che non ci sia una volontà celata di elezioni anticipate.

Luciano Caveri


L’illusione collettiva

Non è forse la spumeggiante, leggera e incontrollata necessità di fruire di "vantaggi e benefici" individuali che ha portato all'affermazione continua e graduale di quel clientelismo nefasto che ha innescato la progressiva degenerazione morale dell'attuale sistema politico- economico-finanziario? La forza del potere del singolo soggetto e/o di un intero apparato politico l'abbiamo alimentata noi cittadini, con la nostra superficialità, il qualunquismo e la nostra consuetudine antica di creare legami basati su un distorto principio di scambio, orientato più verso l'ottenimento del vantaggio personale o di categoria che non verso il bene per l'intera comunità. Chi è al potere da decenni, grazie alle "sudditanze" che si sono create e rafforzate nel tempo, ha privato i governi costituiti da quei pochi politici onesti, proiettati verso il benessere e lo sviluppo del territorio e della società, della possibilità di poter agire con responsabilità, trasparenza e, soprattutto, con l’utilizzo concreto di strumenti interattivi funzionali come il dialogo, il confronto. Occorre riappropriarsi dei propri diritti e leggere e conoscere le norme fondamentali che regolano ed ispirano l’azione politica per poter partecipare attivamente alla elaborazione e discussione delle bozze delle varie leggi e per apportare il proprio contributo nelle opportune sedi istituzionali per addivenire a soluzioni concordate relativamente a problematiche di una particolare rilevanza. I movimenti politici e i rappresentanti eletti dai cittadini, prima di approvare una norma di interesse pubblico, dovrebbero creare spazi organizzati, istituzionali, aperti alla partecipazione di soggetti competenti, sganciati da legami partitici, esperti di economia, finanza, politica, ambiente ecc. che, a rotazione, per evitare cristallizzazioni di ruoli e costruzioni di nuovi interessi particolari, possano esprimere pareri e offrire suggerimenti concreti, coinvolgendo sia i politici sia la popolazione nella riflessione necessaria all'emanazione di provvedimenti legislativi funzionali e adatti al sistema a cui servono. Invece, siamo ormai abituati, per tradizione, ad attendere e ricevere a posteriori le informazioni sulle scelte effettuate e sulle decisioni assunte, senza alcun dibattito o coinvolgimento, nell’illusione che la democrazia e il libero confronto siano procedure consolidate. Spesso tale confronto non avviene neanche tra tutti i rappresentati dei vari partiti/movimenti politici, dove il dialogo viene invocato ma attuato in maniera distorta. Oggi il cittadino ha bisogno di un apparato snello, senza la farraginosa burocrazia che ha dato ampi spazi di potere a funzionari e dirigenti di vari enti pubblici, contribuendo al collasso del Paese con ritardi nei pagamenti, omissioni, lungaggini inutili, con l'esercizio incancrenito di un'autorità patologica e, ormai, non più accettabile. La gente responsabile e cosciente dell'importanza di una radicale trasformazione dell'intero sistema chiede tempi rapidi per il confronto, il dialogo e lo scambio finalizzati all'emanazione di qualsiasi atto di pubblico interesse. L'Italia è il Paese che ha il maggior numero di norme con articoli che si richiamano e si intrecciano l'un l'altro, si annullano e si integrano con l'obiettivo evidente di paralizzare e rallentare qualsiasi azione innovativa di singoli e imprese. Il linguaggio della politica è tradizionalmente ermetico per rendere le norme incomprensibili e tenere distante la gente comune; la burocrazia nasconde nelle sue inutili lungaggini e nella complessità delle procedure la volontà di celare interessi di pochi. Strappiamoci il velo di maya che ci ha dato finora l'illusione di vivere in un contesto democratico e libero: risvegliamo le nostre coscienze ed il nostro senso civico, di giustizia, onestà e legalità, recuperiamo i valori che ci hanno insegnato i nostri Padri. È tempo di sviluppare, soprattutto nei giovani e per il loro bene, più cultura civica, di affinare ed incrementare le competenze di tutti i cittadini, per renderli capaci di partecipare e confrontarsi, di discutere ed incidere sulle grandi scelte che interessano l’intera collettività. Creiamo un sistema dove non sia possibile restare o ambire al potere per più di una o al massimo due legislature: solo i cambiamenti evitano il radicamento di apparati che creano clientelismo e ingiustizie. Solo l'onestà e l'attenzione per le persone, per l'ambiente e per il "bene comune" possono trasformare in meglio il mondo. Per realizzare ciò occorre combattere clientelismo e corruzione, applicando concretamente le necessarie sanzioni. Ma, forse, il desiderio di equità, onestà, giustizia, di coinvolgimento e attenzione per la comunità ed il territorio, di desiderio di partecipazione per contribuire alla crescita del proprio Paese sono solo i vagiti disperati e inascoltati di chi vive di illusioni? Per i nostri giovani dobbiamo credere nel cambiamento, volerlo, desiderarlo ed agire concretamente e correttamente per realizzarlo: solo così ogni pensiero collettivo di trasformazione potrà diventare una realtà assicurata.

Franca Fabrizio

 

Emilio Fede de nos atre…
Lettera aperta a Piero Minuzzo

 gerandin

Caro amico Piero, ho letto con grande interesse il tuo editoriale dell' 11 giugno, titolato “La ricreazione è finita”, su AostaCronaca.it. Ho trovato suggestiva la tua analisi politica e, indubbiamente, mi sono soffermato a leggere il tuo pensiero finale a me dedicato. E, così, in modo “strettamente personale” ci tengo a fornirti alcuni elementi della mia personale storia politico-amministrativa che vorrai certamente restituire ai tuoi lettori. Come tu hai ben ricordato ho iniziato ad occuparmi d'amministrazione comunale nel lontano 1980, proprio a Brusson, in qualità di consigliere; avevo 23 anni, ed era il periodo in cui si parlava di Piano regolatore; è stata l’occasione per innamorarmi dell'Union Valdotaine, di cui mi sento onorato di aver condiviso principi ed ideali, oggi venuti meno per specifiche responsabilità. Nel principio della continuità amministrativa e certamente anche grazie alla mia appartenenza politica, come tu ben mi ricordi, fui eletto Sindaco di Brusson nel 1990 e nuovamente nel 1995; nel 2000 mi ripresentai capolista e venni rieletto Sindaco, malgrado la contrapposizione della mia lista con quella marcatamente unionista, nata su volontà di Rollandin; non lo ritenni un dispetto, per il semplice motivo che ho sempre rispettato visioni ed opinioni diverse, anche all'interno di un movimento importante come l’Union Valdotaine. Nel 2005 e 2010 ho continuato a far parte dell'Amministrazione comunale di Brusson e ciò mi ha permesso di ricoprire anche il ruolo prestigioso di Presidente del CELVA e del CPEL; per chi crede nella validità del sistema degli enti locali, come me, non può esserci ruolo più ambito e carico di soddisfazioni. Personalmente, non ringrazierò mai abbastanza i Sindaci ed i Presidenti che hanno avuto fiducia in me! In tutti questi anni ho cercato di far crescere il sistema delle Autonomie Valdostano; l'ho fatto portando avanti le mie idee e confrontandomi sempre, con tutta franchezza, con i rappresentanti istituzionali di turno. Pur ripensando attentamente alla mia storia passata, devo dirti caro Piero, che non mi sento e non mi sono mai sentito un Dor (denominazione origine Rollandin), ma neppure un Antirollandiniano. Non mi sento in debito, ma neppure a credito con Rollandin. Semplicemente ho una visione diversa sul futuro della Valle d'Aosta, su come si fa amministrazione trasparente, su come dare speranze ai giovani e su come uscire da una crisi occupazionale ed economica senza precedenti. Forse faticherai a credermi, ma ti posso certificare che non mi sento neppure Ogv (organismo geneticamente Vierinizzato); è nella mia natura rivendicare sempre la libertà di portare avanti i principi e gli ideali in cui credo. Il giorno che non sentirò più questa volontà e libertà d'azione, sarò io stesso a mettermi alla "retraite"! A differenza tua, non ti dirò che non hai capito nulla. Mi limito a sottolinearti che in questo difficilissimo periodo per la Valle d’Aosta, nessuno di noi sente il bisogno di un Emilio Fede “regionale”. Che il male e il bene siano sempre distribuiti fra le parti e riconosciuto, ma non voler vedere i mali che il sistema “rollandiniano” ha creato, significa essere in mala fede, o ancora peggio essere assoldati al suo potere. Quando parli di “politichini”, tu che ami dire le cose con il proprio nome, dovresti ricordare ai tuoi lettori che tu ne hai fatto parte per 5 anni, e che in quanto “politichino”, sempre tu, ti sei portato a casa una lauta indennità e diaria, molto più alta di quella attuale; ricordagli pure che te ne sei andato con la liquidazione del vitalizio e parliamo di oltre 300.000 euro, dico bene? Ma forse, il tutto ti era dovuto in quanto tu facevi politica seriamente..!!

Elso Gerandin


I tempi della vecchia politica

Da 13 giorni le forze di opposizione hanno richiesto un consiglio straordinario per risolvere la questione dei cantieri forestali e di altre urgenze, per evitare che la crisi tutta interna alla maggioranza, penalizzi pesantemente l'avanzamento di certe emergenze, importanti per la comunità. Ad oggi,dopo quasi 2 settimane, non è ancora stata fissata dalla Presidente Rini questa data,malgrado il parere espresso dalla commissione convocata d'urgenza. Fissare una data: cosa che riteniamo non difficile da decidere di fronte a un provvedimento urgentissimo che non può più aspettare. E neppure è stata convocata la conferenza dei capigruppo. E ciò , malgrado i proclami arrivati da più parti, sulle urgenze da risolvere di cui in tanti si son fatti belli. Aspettiamo quindi che la Presidente, probabilmente impegnata in altre faccende più importanti e appassionate, nelle sue trasferte fuori Valle, convochi questo Consiglio, sollecitando con forza questa convocazione per rispetto delle persone che, sul territorio e fuori dal palazzo, aspettano certezze e soprattutto risposte chiare dagli amministratori. Persone che sono in grande difficoltà e che non possono di certo aspettare i tempi della vecchia politica e i ritardi di chi non ha tempo o voglia di decidere. Alla faccia delle urgenze, delle larghe intese sui temi, sbandierate da tanti , della crisi, e delle esigenze reali della gente . Anche questi sono i costi della politica . E anche questi sono i messaggi diversi che dovrebbero arrivare dalla politica .

Laurent Viérin


Chanoux non è un santino scolorito

Devo a mio papà il ricordo di un Emile Chanoux intimo e familiare, diverso da quello straordinario monumento che è diventato nel tempo. Un uomo semplice, intelligente e razionale, che aborriva quella retorica fascista che, non solo con i suoi orpelli, ma anche con il volto feroce del Regime, aveva deciso di strangolare la libertà e l'identità del popolo valdostano. E lui non solo si era ribellato, ma aveva posto sotto la sua ala e il suo magistero tanti giovani, guardando al di là del periodo triste e scuro che vivevano allora, dimostrando che esistono persone che sanno lanciare messaggi oltre la propria vita e lo fanno con una visione profetica. Ecco perché il Settantesimo anniversario della sua morte deve essere semplice, come un albero in fiore, senza fanfare e senza discorsi di circostanza. Ognuno rischia di piegare il pensiero di Chanoux ai propri desideri e chi non ne coltiva né idee e né valori dovrebbe avere il buongusto di non usare il martire valdostano come se fosse un fantoccio da tirare nel proprio campo. Ci vuole pìetas e buongusto anche nel leggere discorsi preconfezionati. La sua coerenza e la sua onestà sono un esempio adamantino in questa epoca di crisi della politica. Ho già scritto in passato come, in un dialogo immaginario, credo che lo stesso Chanoux avrebbe preferito evitare di diventare un simbolo per vivere con la sua famiglia le vicende appassionanti del dopoguerra. Invece morì in una cella, senza aver svelato i segreti che i suoi torturatori volevano estorcergli. Sempre mio padre mi raccontò di come cercò di vedere la salma in cimitero, ma il vecchio Camandona, in piemontese, gli disse di andarsene, che rischiava la pelle. Chi pensava di farlo tacere per sempre è stato inghiottito dal tempo, compresi i suoi carnefici e quel fascismo che purtroppo aveva fatto proseliti anche in Valle d'Aosta. Chanoux resta con la sua personalità e i suoi insegnamenti, specie quel federalismo che attraversa il tempo come soluzione alle tante crisi, anzitutto istituzionali, che ci attanagliano e talvolta paralizzano. Non è un'icona quella che dobbiamo avere di lui, come se fosse un santino destinato nel tempo a perdere il colore o una persona cui è dedicata una piazza o una via, ma è vittima di un oblio. Dobbiamo avere in lui un'acqua di fonte cui abbeverarci, sapendo che spetta ad ogni generazione fare la sua parte, senza aspettarci che altri dal passato ci risolvano il presente. Ma i riferimenti e gli esempi sono quelli che danno radici anche alle piante della politica contro gli incapaci, i disonesti e i profittatori, che avvolgono come piante parassite anche la nostra Valle d'Aosta. E che nessuno pronunci il nome di Chanoux invano.  

Luciano Caveri


Siamo su scherzi a parte?

E dopo 50 giorni
siamo punto a capo.

Prima il valzer degli incontri, poi quello delle rinunce e dei passi indietro (ancora mai visti peraltro, malgrado l’”effetto annuncio”), poi quello del cerchiamo di separarli, poi i litigi interni e le pacificazioni, almeno apparenti. Si parla di urgenze e priorità, ma quali? Perché a quelle della comunità e dell'amministrazione pubblica non è ancora arrivata una risposta. Non è nemmeno arrivato un incontro sebbene richiesto. Personalmente sono stufa e molto amareggiata! Noi non giochiamo né abbiamo mai giocato sulla pelle dei valdostani ed eravamo e restiamo serenamente pronti ad affrontare la crisi. Se la Giunta Rollandin non ha più avuto i voti, lo si deve ai problemi della maggioranza, per cui chi gioca a scaricabarile con l’opposizione lo fa per nascondere le sue ferite. Qualcuno pensa che a noi abbia fatto piacere registrare in diretta gli andirivieni di qualcuno e di alcuni in questa situazione? Noi siamo persone oneste e responsabili, che hanno dialogato con tutti. Forse siamo stati ingenui nel credere che il coraggio di cambiare avesse colpito anche qualcun altro, ma non avremo difficoltà, conclusa la vicenda, a fare nomi, cognomi e indirizzi di chi, come i camaleonti, ha cambiato colore al momento buono. Spesso lo si fa per quel senso di paura che viene ispirato da un Regime, venato in alcuni dall’opportunismo puro. Cambiare vuol dire tornare alla normalità di un sistema parlamentare, togliendo quell’alone di “superpoteri” del Presidente-Padrone. Non è facile e siamo pronti a farlo subito o ad aspettare che finisca l’agonia. Ma attenzione che non è questione di una persona, per cui tolto di mezzo qualcuno si torna alla normalità. Non è questione di Rollandin come persona o espressione del Potere, la nostra è la necessità di un vero cambiamento, e la lotta ad un sistema di potere iniziato nel lontanissimo 1978, che va scardinato nelle sue fondamenta per ridare dignità alla parola politica e per ridare libertà alla nostra comunità. Ecco perché come ci ha indignato la logica di un unico “grande manovratore”, ci infastidisce e preoccupa quella del ventriloquo che, come un ammaestrato pupazzo, sappia portare avanti soluzioni decisamente poco trasparenti. Va spezzata una continuità con una proposta seria e concreta. Che alle parole seguano finalmente i fatti! E basta anche con la storia del trionfo elettorale, perché sappiamo bene cosa c’è dietro questa maschera sorniona di chi sorride, continuando a restare nei posti di potere e da lì, con pacifica calma, continua a manovrare tutti come semplici pedine, dicendo a gran voce di non temere le elezioni e – così pare - neppure l’udienza davanti al GIP per il parcheggio dell’Ospedale.  

Alessia Favre

Presidente UVP