Il rispetto del territorio

Così come presentato dalle agenzie di stampa, il recente comunicato dei vertici riuniti della costituenda federazione autonomista, ha destato qualche preoccupazione, ombre che vanno subito fugate a scanso di ogni equivoco futuro. In particolare, va fatta chiarezza su due ordini di cose. Primo, non è mai stata nelle corde di UVP, né mai lo sarà, l’intenzione di creare un qualsivoglia direttorio che si imponga sulle scelte locali. UVP ha il massimo rispetto del territorio, dove si esercita la democrazia più diretta in base alla più ampia libertà di scelta, secondo le inclinazioni e le esperienze di ogni singola entità territoriale. Secondo, va ripetuto, e questa volta con estrema chiarezza, che la federazione non era che il punto di ancoraggio di un processo unitario molto più profondo, che, nato durante la campagna delle elezioni europee, dovrà sfociare nel prossimo autunno in un congresso ri-fondativo dell’intero movimento autonomista. A questo e con tutte le nostre energie noi stiamo lavorando senza ripensamenti e tentennamenti, determinati a costruire un futuro valdostano per tutti e con tutti quelli che lo vorranno.

La libertà liberata

È così che muore la libertà: sotto scroscianti applausi.

Padmé Amidala

  La più importante delle festività civili e repubblicane, a distanza di settantaquattro anni dall'evento di cui si celebra la memoria, ancora porta i segni delle divisioni che condussero al dramma che si vorrebbe concluso il 25 aprile 1945. Quella contrapposizione è rimasta, sorda e strisciante, talvolta percossa da sussulti virulenti e sanguinosi, a lungo nella storia repubblicana italiana, a indicare che la frattura non è ricomposta, perché i lembi di questa ferita non si è voluto– coscientemente – avvicinarli per medicare e cicatrizzare per sempre il profondo taglio. La data di oggi è chiamata "festa", ma è una celebrazione di una vittoria di una parte sull'altra, la vendetta delle vittime contro i loro aguzzini. Si continua, a sinistra, nell'esaltazione delle gesta partigiane, a far valere la proprietà morale della data, mentre, da destra, si gilssa ponendo più l'accento sul ruolo dell'intervento armato dei liberatori anglo-americani, ma ovunque si evita con cura di affrontare il nodo gordiano di un'italianità, di una europeità, parziali e per questo monche e incapaci di riempire la totalità del sentimento di appartenenza ad una terra, una cultura, un futuro condiviso. Ad una distanza temporale da quei fatti che appare più come un'era geologica che come tre quarti di secolo, si continua a celebrare la contrapposizione contro un nemico antico e sconfitto, quando le energie che animarono il moloch nazifascista si sono disperse e condensate altrove, e dalle loro nuove tane hanno ripreso il lavoro. La libertà riconquistata che si celebra oggi va osservata sotto la lente del presente, e più che ricordare il giorno della sconfitta dei suoi nemici, è utile rimembrare come la libertà sia andata perduta. E se è facile discernerlo quando questa viene tolta in un sol giorno, molto più difficile è quando la libertà si spegne lentamente, soffocata dalle mire di potere di pochi e l'indifferenza e l'ignoranza di tutti gli altri. La libertà, proprio come ciascuno di noi, muore un po' ogni giorno e non è con la celebrazione di gesta e vittorie antiche che si difende e conserva, ma con la coscienza della sua fragilità, della sua natura collettiva e del fatto che chi opera per la sua riduzione o la sua scomparsa non per forza ha lo stesso volto di allora, né gli stessi metodi: solo il medesimo scopo. Non è sulle ceneri ancora tiepide della guerra civile italiana che dobbiamo difendere la libertà riconquistata, ma nelle strade di ogni giorno, nelle scelte di ogni giorno, nella vita quotidiana di ciascuno. Buon 25 aprile a tutti.

Due righe sul processo di Madrid

L'arma giudiziaria contro un reato d'opinione

Yo soy un preso político, no un político preso

Jordi Cuixart

    Nell'epoca della condivisione massiccia, quasi totale, dei dati, le censure o i tentativi di insabbiamento e minimizzazione stridono con un suono insopportabile. Eppure poco ci si cura di quanto accade in questi giorni a Madrid, dove sono processati membri del governo, del parlamento catalano e della società civile. Le accuse sembrano uscire da un libro di storia risorgimentale (oppure da cronache dell'India britannica o del Sudafrica dell'apartheid): ribellione, sedizione, malversazione. Il centralista, post(?)franchista e - nonostante i socialisti al governo - conservatore governo spagnolo sta utilizzando lo strumento giudiziario anche e sopratutto per finalità politiche. I settori dell'arco costituzionale sono presenti anche in sala: sul banco dell'accusa si trovano Vox e il Partido Popular mentre su quello degli imputati si trovano i catalani. Il dato davvero rilevante, al di là del dramma umano che stanno vivendo gli imputati, i quali rischiano pene durissime sostanzialmente per reati d'opinione, è il seguente: Madrid sta utilizzando (e confidando possa essere efficace quale ultima ratio) un processo come strumento per sottomettere e neutralizzare un dissenso di massa di una parte della sua popolazione. La Spagna sta giocando con il coltello dalla parte del manico una partita che spera di vincere facilmente, ma molti elementi possono sfuggire di mano, diventando dei boomerang letali. Innanzitutto perché i capi di accusa siano tali i fatti devono essersi svolti violentemente, ma è stata immortalata dagli obiettivi di migliaia di persone l'evidenza che l'unica violenza (brutale e fascista) è stata quella della polizia nazionale spagnola. In secondo luogo, anche se Madrid riuscisse a dimostrare qualche episodio violento da parte dei protestanti catalani, nulla potrà cancellare l'analogia tra i moti di disobbedienza civile, di non-violenza e di partecipazione trasversale della società catalana e gli episodi storici di Gandhi, Martin Luther King, Mandela. Episodi questi che le spesso ipocrite democrazie si pregiano di commemorare e celebrare come capisaldi del processo democratico e libertario dei popoli, ma che quando avvengono troppo vicino ai cancelli di casa o - addirittura - sul pianerottolo, queste democrazie temporeggiano, osservano preoccupate e sperano come gli ignavi sperano: che si torni allo status quo quanto prima e con meno trambusto possibile. I governi di tutto il mondo faticano a cogliere il segno del tempo che viviamo: i metodi di condivisione di idee e di diffusione del consenso hanno già abbandonato i paradigmi storici: partiti, politici classici, giornali generalisti, televisione, radio. La trasmissione politica ha perso la sua verticalità (il Capitano leghista infatti persiste saggiamente nel dipingersi uomo qualunque, solo primus inter pares) ed è ormai quasi completamente orizzontale. Gli opinion makers, i tanto declamati influencers non debbono attendere elezioni o referendum per salire e scendere dalla ribalta. Il consenso (e il dissenso) è ora fluido, istantaneo, non mediato: la descrizione perfetta del contrario di un politico. Madrid sta giocando il ruolo del reazionario vieux genre in un epoca in cui non si può più controllare l'opinione pubblica, la si può al massimo inquinare con fake news e contro-influencers, ma sulla lunga distanza ciò che non evapora è il reale sentimento diffuso. E siamo sicuri che le vittime di questo triste episodio di stato di polizia in Spagna saranno riabilitate dalla storia e dall'opinione pubblica globale, quali eroi moderni contro il potere affetto da un male fuori tempo massimo.

De quoi parle-t-on

J'ai prononcé mon premier discours comme président de l'Union Valdôtaine Progressiste pour frapper ceux qui m'écoutaient dans la salle de la Maison communale de Pontey et les gens qui auraient lu mes mots les jours suivants sur la presse. Je pense qu'il y en avait besoin. Mon intervention à propos de la langue française est née d'un double sentiment. D'une part, c'était la frustration d'un valdôtain relativement jeune qui se trouve impuissant à assister à une marginalisation progressive du français dans la vie réelle, en raison de facteurs sociaux qui semblent insurmontables de nos jours. D'autre part, je suis contrarié de voir ce langage réduit à un simple artifice rhétorique: un langage cérémoniel utilisé pour sacraliser les événements parrainés par l'administration publique, donner de l'autorité aux discours des hommes politiques et, au pire, baptiser avec un nom - à la fois exotique et local, et ça c'est de la schizophrénie - une nouvelle entreprise ou un studio professionnel. Ce n'est pas l'enfant qui crie que le roi est tout nu qui doit être jugé, à mon avis. La bataille pour le français n'a pas été perdue lundi 25 février, la semaine dernière ou il y a dix ans. La guerre a été perdue dans la seconde moitié des années quarante du siècle dernier. C’était à cette époque le moment historique pour décider si une Vallée, encore largement francophone malgré les ravages du fascisme, vigoureuse et optimiste et qui aurait pu prendre en main sa propre destinée, aurait voulu ou non (re)devenir une terre francophone, quel que soit l’État qui administrait ses frontières. Je suis sûr que, si seulement nous avions choisi différemment quand les temps étaient propices, la communauté calabraise, vénitienne, piémontaise et chaque immigrant auraient appris le français avec conviction et engagement, précisément parce qu'il aurait été essentiel pour vivre dans la Vallée. Nous ne voulions pas des écoles françaises, à une époque où la scolarité avait encore un pouvoir énorme pour façonner une société. Et puis le procès de l'histoire est connu: télevision, presse locale complètement en italien, etc. Nos cousins ​​tyroliens ont mieux résisté. Et ce n’est pas la garantie internationale autrichienne qui a fait la différence: les Tyroliens eux-mêmes étaient ceux qui voulaient continuer à parler allemand. De manière têtue et courageuse, même parfois avec une certaine arrogance mais que je justifie pleinement. Ceux qui s'aventurent au nord de Bozen comprennent immédiatement qu'ils se trouvent dans le Tyrol. Je ne pense pas que, si nous masquions les panneaux de toponymie sur les routes, un voyageur pourrait être sûr d'être dans la Vallée d'Aoste. Mes paroles brisent mon cœur autant que le vôtre, mais nous ne pouvons pas nous contenter d'un bovarisme suicidaire et attendre que les prochaines générations effacent progressivement l'héritage meurtri de nos pères, pendant que nous continuons, aveugles et sourds, à parler français parmi nous, dans un club toujours plus retréci. Je préfère alors regarder la réalité et attirer l'attention de ceux qui veulent m'entendre pour résoudre les problèmes les plus urgents: avant tout la recomposition du parti autonomiste unitaire. Nous devons réunir les Valdôtains, inclure tous ceux qui auraient pu être des autonomistes convaincus et généreux, mais qui ont été inhibés par l'attitude élitiste de certains environnements politiques, sociaux et de travail. Il est notre devoir de créer un nouveau sentiment de communauté qui ne peut plus être fondé uniquement sur le paradigme fantôme d'une francophonie exclusive. Le prix à payer est assez modeste si nous pensons à l’avenir que nous pourrions réaliser pour notre terre et pour notre peuple. En fait, il s’agit de reconstituer notre peuple et seulement ensuite de se réapproprier de nos langues, car la voie contraire n’est pas passable. Nous ne pouvons pas prétendre que les gens parlent notre langue lorsqu'ils se sentent étrangers chez eux ou indifférents à l'histoire de leur pays. Aussi difficile que puisse être la montée, le sommet peut être atteint. Avant 1975, presque personne ne parlait le catalan à Barcelone, tout comme aucun des futurs Israéliens ne connaissait un mot en langue hébraïque avant 1948. Mais il doit être clair que ce n’est que par un effort collectif qui puisse englober tous les Valdôtains que nous pourrons décider de l’avenir linguistique de nos enfants. Mîmo discours per noutra lenva, que ironiquement l'est bien plles en santé que lo français. L'arpitan l'a poncor teriat son derir flo renque perqué de dzins, de valdôtens, l'empleyont tcheuts les dzorns, et euncor des ans et des ans de glorieusa museïficachon l'ant pos pu empêtcher y valdôtens de lo predzer deun leur fameuille, avouec les amis, y travaille. L'arpitan l'est euncor an lenva vehiculéra, per notra chance. Et l'est renque per cen que l'est euncor en via. Dz'i eun ami, mon ayadzo, que l'est pos neyssu en Veulla: sa fameuille veunt di Sud de l'Italie. L'est en trein de faire un cours de patoué, perqué lo comprend tot, mais lamerie estot lo predjer à modo. Voilà la soluchon: n'ens fauta de bailler y dzins l'interêt per notres lenves pllestout que nos entortzeiller comme de vioux macacos à predzer lo français (et de temps en temps lo patoué) come se nos suchons les derirs elves noblos deun lo pays dis hommos.  

Avouec humiltot et amour per notra tera,

Giuliano Morelli

 

Cinque domande al Presidente del Consiglio Valle

Intervista ad Andrea Rosset

Presidente Rosset. Un anno alla guida del Consiglio regionale è un'esperienza politicamente importante. Si attendeva una Presidenza più tranquilla? Quando ho assunto la Presidenza ero consapevole delle difficoltà di guidare un'Assemblea particolarmente effervescente dal punto di vista politico, ma in questo anno ho sempre cercato di guardare al bene dell'Istituzione, di tutelare il lavoro dei Consiglieri – che, non dimentichiamolo mai, sono l'espressione del pluralismo e delle diverse sensibilità della comunità valdostana - oltre che l'attività degli uffici, cui riconosco una grande onestà intellettuale. Proprio perché la mia esperienza politica e amministrativa mi porta ad avere un profondo rispetto per le Istituzioni e per i ruoli che ognuno di noi è chiamato a svolgere. In effetti si può dire che in meno di dodici mesi si concentra un susseguirsi di avvenimenti politici importanti. Tralasciando per un momento il cambio di esecutivo di governo, quale momento ha trovato degno di maggior attenzione? Sono molti i momenti che mi hanno dato soddisfazione, in particolare quelli a contatto con i giovani: il Consiglio sta investendo molto sulle nuove generazioni, sulla loro formazione ed educazione alla cittadinanza. Ecco, vedere dei giovani motivati, appassionati, desiderosi di vivere delle nuove esperienze, anche all'estero, per me è motivo di orgoglio, perché sono loro il nostro futuro. Questi giovani mi danno fiducia e speranza. Parlando invece della convocazione del Consiglio che ha decretato il cambio di Governo, come è giunto alla conclusione che esistesse un rischio di paralisi e di commissariamento se non fosse stato convocato il Consiglio e quale la motivazione per la sua validità? Il Consiglio stava vivendo un momento di grande criticità a seguito delle dimissioni di tutti gli Assessori, le quali avevano provocato uno stallo dell'attività consiliare, cui è seguita la presentazione di una mozione di sfiducia nei confronti del Presidente della Regione quale strumento per uscire dalla crisi politica. In questa situazione si è innestata la sospensione di quattro Consiglieri a seguito della sentenza sull'utilizzo dei fondi dei gruppi consiliari ed era necessario ricostituire il plenum dell'organo consiliare attraverso la convalida dei nuovi Consiglieri regionali. In occasione della convalida, visto che l'attuale minoranza aveva deciso di non presentarsi in Aula, pensando di far mancare il numero legale, ho dovuto assumere una decisione a tutela del Consiglio e del suo corretto funzionamento: supportato dagli uffici e da due pareri legali, ho considerato che il quorum per la validità della seduta fosse da considerare su 31 consiglieri, visti i 4 Consiglieri sospesi, e non su 35. E così ho aperto la seduta. Sono stato accusato di irresponsabilità e di non aver garantito l'imparzialità in Aula: credo, invece, di aver agito proprio a garanzia del Consiglio al fine di salvaguardarne la ricomposizione e l'attività. L'irresponsabilità la lascio a chi, non presentandosi in Aula, ha rifuggito il dibattito politico. Decisioni difficili precedute sicuramente da un caloroso dibattito. Di certo seguite da ingiuste critiche dal vecchio esecutivo che ha promosso un'azione presso il TAR regionale, chiedendo una sospensiva dell'attività dell'attuale Giunta. Il TAR, pur ad un esame sommario della questione tipico della discussione di una sospensiva, ha riconosciuto la legittimità del mio operato al momento dell'apertura della seduta consiliare del 10 marzo scorso, in quanto ha rilevato che il quorum strutturale su cui calcolare la validità della seduta non era da parametrare sui 35 componenti in carica "ordinaria" ma su 31, quindi senza i 4 Consiglieri sospesi che non avevano titolo giuridico per poter partecipare alle sedute del Consiglio. Con serenità, la stessa che ho avuto sino ad ora, aspettiamo la pronuncia definitiva del TAR. Certo è che ora non ci sono più scusanti: il nostro dovere è quello di lavorare per il bene della Valle. In attesa di settembre lei incassa un primo round in favore e la sua reazione è… silenzio e lavoro. Sarà un altro lungo anno… Speriamo sia proficuo. Ora più che mai c'è bisogno di rinnovare il rapporto di fiducia tra Consiglio e comunità e recuperare canali di comunicazione e di dialogo con la società. In questo periodo, la politica ha dato segnali poco positivi: estrema litigiosità, eccessivi personalismi, mancanza di mediazione, demagogia imperante. Ecco io ritengo invece che noi, in quanto rappresentanti dei cittadini, dobbiamo dare altri esempi: dobbiamo far sì che la pluralità delle opinioni rappresentate in Consiglio non sia mero terreno di scontro ma sia quell'elemento che nutre il terreno della democrazia, trovando spazi di mediazione, di confronto, promuovendo la dignità e il rispetto delle persone. Ci sono i margini per farlo.

Chi siamo oggi?

Da forza di lotta a forza di governo

Per dirlo occorre ricordare il nostro percorso, da dove siamo partiti, con quali obiettivi e con quale spirito, perché come dice la frase del Buddha "tutto ciò che siamo è il risultato di ciò che abbiamo pensato". Ebbene sono stati anni intensi questi, per certi versi tutt'altro che facili, ma certamente importanti, per non dire decisivi, per la costruzione del nostro progetto. Abbiamo esordito il nostro percorso politico mettendo nero su bianco i nostri ideali e i valori a cui fare riferimento e dichiarando sin da subito, anche con una certa dose di aggressività, che ci ponevamo come obiettivo quello di cambiare il modo di fare politica in Valle d'Aosta. Abbiamo rivendicato una voce nello scacchiere politico valdostano e ci siamo presi con lavoro e fatica, dopo il grande exploit delle elezioni politiche ed il buonissimo risultato delle elezioni regionali, il nostro spazio. Un prova dopo l'altra, una competizione elettorale dopo l'altra, ci siamo radicati. I ragionamenti all'interno del movimento sono continuati e con essi la voglia di lavorare per la nostra comunità, senza mai dimenticarci quanto detto agli esordi della prima fase, di cui sono stata testimone anche io negli anni alla presidenza del movimento, quando abbiamo cercato di costruire sinergie lungimiranti per il futuro. UVP non è nata come anti-politica, né come semplice voce di dissenso, ma con la ferma convinzione che ad ogni critica vada sempre accompagnata una proposta. In quest'ottica, in occasione del rinnovo delle cariche amministrative, abbiamo cercato di costruire sul territorio liste civiche capaci di raccogliere le differenti sensibilità presenti in UVP. Ove è stato possibile abbiamo presentato progetti nuovi, nel segno del rinnovamento ma al tempo stesso della concretezza, e cercato di dare risposte serie alla comunità di riferimento. In alcuni casi abbiamo vinto, in altri vi siamo andati vicini, ma ciò che più conta è che oggi siamo rappresentati nella quasi totalità dei comuni della Valle e possiamo dire di avere pressoché su tutto il territorio i nostri rappresentanti che, insieme ai gruppi che abbiamo costituito, sanno porsi quali ‘points de repère’ per i cittadini. A livello regionale il percorso condotto con sapienza e coraggio dai nostri eletti ha permesso al nostro movimento di non restare nell'angolo dove qualcuno ha cercato a lungo di metterci e di avanzare proposte e progetti che già in occasione dell'ultimo documento di bilancio hanno saputo tradursi in atti amministrativi e politici di rilancio concreto per settori fondamentali dell’economia valdostana. Oggi siamo forza di governo. Oggi UVP, insieme ai nostri alleati, è al centro di un progetto politico nuovo che, se lavorerà bene, potrà davvero fare la differenza per la nostra comunità. Ma per farlo occorre tradurre la nostra azione politica in cambiamenti, occorre dare risposte, occorre puntare al massimo. Il grande Aristotele era solito ricordare: "siamo quello che facciamo costantemente. L'eccellenza non è dunque un atto ma un'abitudine". Ed è con questo spirito che dobbiamo lavorare ora, rimboccandoci le maniche e rinnovando ogni giorno con le nostre azioni quanto al tempo della fondazione di UVP abbiamo scritto alla base del manifesto del nostro movimento. Per questo rinnovo l'invito a lavorare a tutti noi progressisti e a coloro che a vario titolo e con le proprie singole forze, tempo e capacità , abbiano voglia di contribuire alla buona riuscita di un progetto che può rivelarsi "eccellente". Lavoriamo ora e ne raccoglieremo i frutti. Lo dico con l'orgoglio di fare parte di una grande squadra dove vi assicuro c'è posto per tutti ma anche con la profonda consapevolezza di poter contribuire a qualcosa di importante. Réunir, réussir!

Alessia Favre


La Constituante, occasione di confronto

Piccola premessa: Mi fa piacere che aumentino le adesioni per una riflessione sul futuro istituzionale della Valle in un puzzle complesso fra riforme costituzionali e minacce crescenti sull’autonomia valdostana: dimostrazione che può esistere, anche nel calore delle dispute politiche, un interesse superiore cui richiamarsi.
Ho fatto sinora il moderatore della Constituante nella prima uscita pubblica a Cogne. Ho cercato di farlo in modo garbato, sapendo che ci sono tante sensibilità in gioco ed è più importante trovare una sintesi che lasciare libero spazio alle proprie fantasie e speranze, massaggiando il proprio ego. Poi si vedrà in vista dei prossimi incontri e delle successive manifestazioni e del cammino che verrà prescelto per giungere ad una riflessione sul futuro istituzionale della Valle. Sapendo che non si è di fronte ad uno scenario in cui si è i soli protagonisti, ma ogni forma di autodeterminazione deve fare i conti con il contesto politico e costituzionale in cui si è inseriti. Una sovranità, per così dire, limitata e spetta alla negoziazione politica ampliare gli spazi di libertà in cui muoversi. Bisogna farlo con circospezione e senza sbagliare le mosse e, nel limite del possibile, condividendo il più possibile e sapendo che la palla andrà infine al Consiglio Valle. Di queste cose me ne occupo per un reale interesse e non per chissà quale vantaggio recondito. Ho avuto la fortuna di fare molta pratica di riforme costituzionali e di studiare la materia. Ho anche avuto il piacere di verificare che ci sono tante persone in Valle che capiscono come certi temi - apparentemente aridi o distanti - sono invece delle basi giuridiche decisive. Chi ne vuole prescindere prende un abbaglio o percorre strade populiste a fondo cieco. Capisco che attorno a questa iniziativa ci siano chissà quali dietrologie: ognuno commenta come vuole, per fortuna, e personalmente sono il primo a togliere al titolo "Constituante" ogni eccesso di presunzione. Ho letto, però, delle articolesse spassose in questi mesi e spesso sono dei mantra che leggo da anni. Ci sono persone fissate che girano sempre in tondo, come avviene in certi balli ipnotici. Inutile fermarli e discutere con loro: hanno una loro idea fissa e a quella si attengono, uniformando il mondo attorno a loro ad un "pensiero unico"(o "stupendo", come cantava Patty Pravo). Ma una critica vale la pena di essere ripresa. Mi riferisco a chi concepisce la Storia come grandi movimenti di folla e rimprovera alla Constituante di essere una sorta di élite intenta a scrutare il proprio ombelico. No folla, no party: verrebbe voglia di scherzarci sopra. Penso, invece, che un pensatoio sia propedeutico all'esatto contrario e cioè ad un tentativo molto pratico di scrivere documenti resi per una volta comprensibili, fuori dal linguaggio dei giuristi e dei politologi, che sappia offrire alla riflessione di tutti degli argomenti difficili. Non è impossibile farlo e anzi questa volta è necessario arrivarci in modo onesto e solleticando i cervelli e non le pance, che è esercizio sempre più facile. La posta in gioco sono il nuovo perimetro dell'Autonomia speciale. Sapendo che siamo in una fase in cui nessuno regala niente a nessuno e in cui rifarsi a un passato rassicurante non serve a nulla. I legami pattizi o i diritti acquisiti attirano come mosche chi ama i revisionismi spiccioli e rozzi. È più facile distruggere che costruire e dunque, impostando qualunque ragionamento, o hai una comunità che ti segue e ti supporta oppure una volta uscito dalla trincea rischi di trovarti in una terra di nessuno dove ti sparano gli uni e gli altri. Io penso che ci sia tutta la possibilità per lavorare bene e devo dire che già i primi passi mi hanno arricchito. Anzi devo dire di avere avuto la consapevolezza - mi ripeto - che sono tanti a volersi esprimere e non solo rifacendosi, come facciamo tutti, ai Padri fondatori e alla storia passata. Ma che ci sia voglia di attualizzare e rendere contemporanei certi pensieri che rischiano, pur nobili che siano, per essere considerati importanti ma che potrebbero apparire - anche a torto - come anacronistici e polverosi. Questo perché tutto deve essere sempre contestualizzato e fatto proprio qui ed oggi, come un seme che dà vita ad una pianta che si rinnova. Non viviamo in un museo ma in un mondo dinamico da capire e da conoscere per fare le mosse giuste. Evitando quel rischio evocato da Georges Bernanos: "La réforme des institutions vient trop tard, quand le coeur des peuples est brisé".  

Luciano Caveri


Nessun baratto!!

Abbiamo incontrato Alpe l'altra sera e sinceramente rimaniamo colpiti dalle dichiarazioni che abbiamo letto. Quella che Floris riporta e' un'interpretazione del tutto personale che non abbiamo riscontrato ne' nel corso dell'incontro ne' in un confronto con gli eletti dell'Alpe il giorno seguente. Sinceramente crediamo che chi abbia indebolito il progetto della Renaissance e la coalizione sia proprio chi per mesi interi non ha fatto altro che svilire il lavoro con pretese di primogeniture, attacchi e accuse personali del tutto infondate come rilevato peraltro anche dalle altre forze di opposizione. Sul tavolo per quanto riguarda l'UVP ci sono in questo momento le elezioni comunali. E i dialoghi sono aperti con tutti a condizione che arrivi il cambiamento e la discontinuità altrimenti il dialogo si chiuderà presto. Gli assenti evidentemente si sono esclusi da soli. Siamo per i niveaux differents, che significa non confondere il piano comunali con la politica regionale, proprio perché crediamo che l'obiettivo sia quello di portare avanti il cambiamento. A livello comunale vedremo se uscirà da questi tavoli, per quanto riguarda la Regione lo chiediamo da mesi, ormai purtroppo invano. Per quanto riguarda la situazione politica non abbiamo capito cosa sta succedendo, ma questo mescolare le carte non ci piace. Noi abbiamo chiesto condivisione sulla scelta della Presidenza del Consiglio ma non siamo disposti a baratti! Se non c'è la volontà di trovare condivisione su una figura che dovrebbe essere di equilibrio e garanzia, nessun problema! Vadano avanti con la solita politica dell'improvvisazione e del voler andare avanti a tutti i costi anche senza i numeri, ma non si parli di dialogo! Se ci sono problemi di riequilibri, non è un problema nostro! Infine chi in questo periodo ha cercato di screditare il progetto dell'UVP accusandoci di baratto dimentica la nostra origine che ha fatto della rinuncia alle poltrone un modo di fare politica diversa. Su questa linea continueremo in coerenza, senza rinunciare ai nostri principi in cambio di poltrone o per fare da stampella ad una maggioranza che non esiste più e che dovrebbe andare a casa!

Alessia Favre - Presidente UVP


Federalismo, malgrado tutto

Per fortuna, in questi tempi grami per la forma di Stato, non ci sono solo in giro dei pentiti del federalismo. La nouvelle vague centralista  non investe, infatti, il filosofo veneziano Massimo Cacciari. Nella sua rubrica su L'Espresso ribadisce quel che noi federalisti diciamo da tempo, tristemente inascoltati. Ecco Cacciari all'attacco : "Assumere la vittoria del "no" a testimone di un mutamento di clima a proposito di micro-nazionalismi, indipendentismi e secessioni può voler dire soltanto insistere testardamente nel rifiutare di comprenderne le cause storiche e sociali, o ignorare come affrontarle". Contro questa anacronistica visione "statocentrica" attacca Cacciari: "Sotto la pressione opposta e complementare delle potenze globali e del l'esplodere dei movimenti, fra loro diversissimi, alla ricerca di identità locali e nazionali, la via da percorrere non poteva che essere quella di un autentico federalismo, sia all'interno di ciascun Stato, che a livello dell'Unione. Non si è voluta neppure riconoscerla. La crisi economica, per sua natura fattore di scelte accentratrici, sembra averla definitivamente affossata. Col risultato che quelle che potevano essere governate, ancora due decenni fa, come rivendicazioni volte a ottenere un nuovo foedus, appunto, fra governo centrale e autonomie nazionali, regionali e locali, si sono trasformate in lotte dichiarate per una completa indipendenza". Poi, più avanti, un vaticinio per il futuro, dopo la notizia certa dell'indizione del referendum in Catalogna, e quello che viene definito - gioisco e condivido - "il suo esito scontatissimo". Ecco Cacciari: "Comprenderanno le nostre nobili e antiche famiglie socialdemocratiche, popolari, gaulliste, che il vecchio Stato, col suo potere indivisibile e i suoi sacri confini, vive una crisi irreversibile da cui non si uscirà mai attraverso una sua riproduzione allargata su scala europea? L'unità politica europea diverrà un'idea spettrale, travolta da indipendentismi di ogni tipo, se finalmente non sapremo declinarla in chiave federalistica". Poi, in chiusura, ricorda la "questione settentrionale" e la necessità, "perché non crepi l'intero Paese", che ci sia il federalismo. Applaudo convintamente e fischio tutti gli spergiuri che, al primo stormir di fronde, sono passati dal federalismo presunto al centralismo rampante. È singolare che nello stesso numero del settimanale sia il vecchio Direttore Eugenio Scalfari, nel suo "Il vetro soffiato", che pone lo stesso problema da un'altra visuale. Così dice, in un articolo ricco di suggestioni: "Questo delle piccole patrie è un sentimento che si va diffondendo in Europa sia con motivazioni di sinistra che di destra". E aggiunge più avanti: "Il localismo non rinnega la società globale ma ne delinea in diversi spicchi. La globalità è la scorza dell'arancia, la localizzazione si identifica con gli spicchi che compongono, uniti insieme, la polpa del frutto". Poi la conclusione, dove non si parla di federalismo, ma mi domando di cos'altro potrebbe trattarsi. Scalfari: "Ci troviamo insomma di fronte ad un duplice respiro del mondo: si allargano e si restringono i polmoni, aumenta il disagio di globalizzazione e resuscitano le piccole patrie. Quando fenomeni del genere sì mettono in moto eventi piccoli possono avere conseguenze impreviste e catastrofali. Perciò occorre non disconoscere il bisogno delle piccole patrie ma tener vivi i valori che aumentano lo spirito di umanità, di compassione e di fraternità della specie in tutte le sue varianti affinché esse apportino maggiore ricchezza e non guerre, negazioni e rovine". Io riconosco nelle parole di Cacciari, ma anche nella visione umanista di Scalfari il disegno per la Valle d'Aosta di domani, ripartendo da idee e valori, offuscati in Valle in questi anni.

Luciano Caveri


Alpe, ora basta!

Troppo comodo lanciare la pietra e poi nascondere la mano per chiedere scusa e dire di essere stati fraintesi. All'ennesima uscita contro UVP da parte di chi dovrebbe invece essere nostro alleato, alzo le armi e dico: Alpe, ora basta!
Che i chiarimenti arrivino e in maniera chiara e definitiva, in un senso o nell'altro perché non siamo più disposti a tollerare accuse, frecciatine o battute. Non ne facciamo una questione personale, ma chi ha fatto il danno, se ci tiene cerchi di riparare. Un politico sa, soprattutto se occupa incarichi o posti di rilievo, di non parlare mai solo per se stesso. E allora che la si pianti con gli attacchi che distruggono il progetto, con le offese personali deliranti e costanti, con le scuse e anche con gli alibi. Oppure  che si trovi enfin il coraggio di prendere le distanze che saranno definitive e di ammettere che con UVP non si vuole stare!
Alessia Favre presidente UVP