L’educazione catalana

Ogni raid di Madrid porta mille voti in più nelle urne di Barcellona

In queste ore, mentre la polizia di Madrid pattuglia le strade di Barcellona confiscando schede elettorali e volantini, spesso con una violenza, anche fisica, che rivela un franchismo in discreta salute, assistiamo all’appello del primo ministro Rajoy che dopo aver scagliato il sasso chiede una “marcia indietro” ai catalani indignati nelle piazze che, come era prevedibile, si sono opposti ai raids della polizia nazionale.

Credo sia utile ricordarci del fatto che ogni forma di legalità, ogni sistema di leggi e istituzioni, si fonda su un atto di violenza che ne sancisce talvolta l’inizio, talvolta la restaurazione, ma sempre si configura come un anno zero. Qualunque legalità, insomma, si sostituisce alla legalità precedente attraverso una violenza, uno strappo spesso sanguinolento; e questa, in maniera analoga, verrà consegnata alla Storia dal sistema di legalità successivo attraverso un sovvertimento violento delle regole fino ad allora valide e “giuste”. La nuova legalità, poi, celebra la “rivoluzione” nei canti, negli inni, nelle epopee nazionali e ricorda il regime precedente come corrotto, traditore e liberticida. Nell’epoca del politically correct in cui certi argomenti possono urtare la sensibilità (è ancora da capire di chi), la rivoluzione viene omessa, occultata o relegata ad un tempo così remoto e nebbioso da risultare del tutto innocuo.

Gandhi, che riempie la bocca di chiunque voglia (o più spesso abbisogni di) autocertificarsi dalla parte dei “buoni” e dei “giusti” ‒ in una sorta di reductio ad Hitlerum al contrario, ma altrettanto efficace ‒ era considerato, negli ultimi decenni del dominio britannico in India, alla stregua di un terrorista. Un ribelle insomma, estremamente pericoloso per l’ordine pubblico, che propugnava un’agenda che aveva come fine ultimo la libertà dei popoli indiani e che coincideva quindi con la perdita di ogni potere e privilegio da parte di coloro (colonizzatori, vassalli e collaborazionisti) che fino ad allora dettavano il bello e il cattivo tempo.

Gandhi ebbe l’intuizione geniale di scommettere sul fatto che il mondo occidentale fosse ormai maturo (rapidamente istruito da 5 anni di guerra mondiale) per rifiutare la violenza. Se l’indipendenza indiana fosse stata appannaggio esclusivo dei feroci e armati ribelli di Azad Hind probabilmente sarebbe arrivata solo molti anni dopo e al netto di un immane spargimento di sangue. Con la sua non violenza, Gandhi riuscì nel modo più elegante ed efficace possibile, ma il merito va condiviso con i sudditi di Sua Maestà britannica, che non si opposero in massa al dissolvimento del loro impero e lasciarono che gli indiani prendessero in mano il loro destino. Questi ultimi, di ritorno, rimasero nel Commonwealth (pur con alcune limitazioni) e mantennero buone relazioni con gli ex oppressori.

Nella Catalogna del 2017 Rajoy tenta, in maniera maldestra e fuori tempo massimo, di tacciare di incostituzionalità e di dipingere i catalani come degli insurrezionalisti in manifesto contrasto con la legge. Rajoy ha dalla sua parte il fatto che la Costituzione spagnola non prevede la secessione di alcuna parte di territorio (i baschi lo sanno da lungo tempo), tuttavia la Spagna è altresì firmataria di documenti europei e internazionali che sanciscono il diritto dei popoli all’autodeterminazione: questo contrasto impone una revisione del testo costituzionale oppure la revoca dei trattati firmati da Madrid e conseguente uscita dalla comunità europea. In ultimo, il primo ministro di Madrid sottovaluta miopemente l’effetto Gandhi che una folla colorata di giovani, donne e anziani caricata dalle truppe antisommossa susciterebbe nell’opinione pubblica europea e mondiale.

Ai nostri giorni la patente di fascismo è scomoda per chiunque, specie se al governo, e Rajoy maschera goffamente i suoi raid polizieschi come necessari al ripristino dell’ordine e della legalità. Una legalità ‒ che, come detto, si fonda su un atto di violenza ‒ che esercita la forza per difendere la sua integrità. Dall’altra parte c’è invece una legalità più moderna che tenta di affermarsi attraverso lo strumento democratico per definizione e che subisce, a favore di telecamera, le violenze di Madrid.

Crediamo che Rajoy stia sancendo la vittoria catalana: quando uno stato ricorre all’uso manifesto della polizia contro una folla pacifica e uniforme (diversamente dalla macedonia dei fatti di Genova del 2001) è segno che è tecnicamente alla frutta. Se ci figuriamo che a distanza di quasi trent’anni la menzione delle proteste soppresse nel sangue a Tienanmen è tuttora vietatissima in Cina, comprendiamo che una nazione occidentale, membro di ONU e UE, farà molta, moltissima fatica a giustificare l’uso della violenza contro un Popolo che reclama pacificamente e con il voto democratico la propria libertà.

Quando si pensa a Barcellona è difficile non guardare ad Aosta e allo stato misero in cui versa l’Autonomia valdostana, spogliata di tutto ciò che la definiva e il cui cadavere veniva litigato fino a ieri dagli eredi apparenti.

Guardiamo a Barcellona e alle sue sofferenze e pensiamo alla lunga strada che dobbiamo ancora percorrere per ricomporre un fronte autonomista, per dotarlo di strumenti vigorosi ed efficaci per far ricordare ad un Popolo narcotizzato che cos’è la libertà e come si conquista.

Giuliano Morelli

Foto: Reuters