Bon Voyage, Marco Pannella

Da ragazzo, quando ero liceale a Ivrea, mi avvicinai – fuori dalla scontata militanza autonomista in Valle d’Aosta – al Partito Radicale. Trovavo geniale e fuori dalle righe il suo leader, Marco Pannella, dotato per altro di una dialettica davvero fuori dal comune. Poi, entrato in politica, lo conobbi a Roma: devo dire che non ricordo, anche se da qualche parte lo avrò scritto, se ciò fosse avvenuto durante una Tribuna elettorale, quando mi candidai la prima volta nel 1987, o se durante la Legislatura. Fatto sta che per me ebbe sempre una grande amicizia e io lo ricambiai appoggiando spesso le sue campagne eclatanti per i diritti civili. Anche se l’Union Valdôtaine vietava la doppia tessera, io mi iscrissi più volte al Partito Radicale Transazionale e Marco – specie nella difficile battaglia politica delle elezioni del 1992, quando con Dujany eravamo in sostanza contro tutti alle elezioni politiche– Pannella inviò un videomessaggio al nostro comizio di chiusura, chiedendo di votarci. Con lui parlavo solo in francese, perché così si indirizzava a me, considerandosi per altro un vicino di casa di noi valdostani, visto che con la nonna - vallesana del primo paese dopo il tunnel – era cresciuto parlando proprio quel francese che praticava in modo fluente. Abruzzese di nascita, si interessava poi dei problemi della montagna, visto che amava quella sua terra appenninica di origine. Marco era un tipo magnetico, sorriso che sapeva trasformarsi in maschera feroce, occhi chiari sempre attraversati da ironia, la sigaretta immancabile in mano (quando smisero di produrre le terribili Celtique si lamentò con me a Strasburgo di questa violazione della sua libertà). Ma soprattutto, svettando con la sua altezza e con una mimica straordinaria, sapeva essere magnetico in ogni occasione, dando corpo tra l'altro – con il suo Partito Radicale – ad una delle poche voci sinceramente federaliste nel desolato panorama italiano, che troppo spesso assegna al Federalismo spazi di studio o di grigio associazionismo, mentre Pannella sapeva coltivare questo pensiero, purtroppo sempre perdente. Per cui citava con sincero trasporto Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli e di Piero Calamandrei, la triste parabola del Partito d’Azione che ne fu erede, ricordava Il Mondo di Mario Pannunzio e personalità come Ernesto Rossi. Ricordava personalità transitata dai radicali, come Eugenio Scalfari, Stefano Rodotà, Antonio Cederna e Arnoldo Foà. Il suo alter ego negli ultimi decenni fu sempre Emma Bonino, piemontese dalla testa dura assieme alle truppe dei radicali dentro e fuori dal Parlamento. Una compagnia di giro di intellettuali, laici e sorridenti nelle loro battaglie per la libertà. Oggi, che si parla dell’uso dei media in politica, va ricordata la grande intuizione di Radio Radicale, antesignana nel ritrasmettere i lavori parlamentari e radio sempre aperta agli ascoltatori, che periodicamente ascoltavano gli incontri-scontri con il grande Massimo Bordin. Radio dove giace un patrimonio di registrazioni incredibili e ho l’onore di averne molte mie in quell’archivio. Ora Marco se n’è andato e mi resterà il rimpianto di non essere sceso a Roma a omaggiarlo in quel lungo pellegrinaggio che tutti hanno compiuto nelle settimane scorse al suo capezzale di malato terminale, che non si rassegnava agli eventi, beffando quella Morte che aveva rischiato tante volte per i suoi digiuni. Lo ricordo sghignazzante, magro come un chiodo, davanti alla buvette di Montecitorio, mentre maramaldeggiava con la stampa parlamentare. Il suo “Salut, Lucien!” mi resterà per sempre nella memoria, così come la sua stretta di mano, con la sua grande mano, mentre febbrile si muoveva già per chissà quali altre cose, in una vita sempre di corsa, sempre frenetica, sempre al servizio di una causa. Non sembri irrispettoso citare quel passaggio di Corrado d'Elia dedicato al celebre Don Chisciotte, che non è la caricatura che spesso ci è stata raccontata:

"A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento. Ai pazzi per amore, ai visionari, a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno. Ai reietti, ai respinti, agli esclusi. Ai folli veri o presunti. Agli uomini di cuore, a coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro. A tutti quelli che ancora si commuovono. Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni. A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato. Ai poeti del quotidiano. Ai “vincibili” dunque, e anche agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo. Agli eroi dimenticati e ai vagabondi. A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali, ancora si sente invincibile. A chi non ha paura di dire quello che pensa. A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà. A chi non vuol distinguere tra realtà e finzione. A tutti i cavalieri erranti. In qualche modo, forse è giusto e ci sta bene… a tutti i teatranti."

Nel teatro (non nel "teatrino") della politica Marco è stato un gigante con una vena bizzarra e incontenibile, ma certe sue battaglie - più di tanti bla bla - sono servite in Italia, in Europa e nel mondo.

Bon voyage, Marco, avec les vers de Charles Baudelaire:

"Ô Mort, vieux capitaine, il est temps! Levons l'ancre! Ce pays nous ennuie, ô Mort! Appareillons! Si le ciel et la mer sont noirs comme de l'encre, Nos cœurs que tu connais sont remplis de rayons!"


Orrori a Bruxelles

Ci sono giornate, come quella di ieri, che andrebbero cancellate, quando in un giorno qualunque il mondo entra a casa nostra con terribili vicende. Quanti pensieri mi sono passati in testa di fronte all'attacco feroce di ieri nella mia amata Bruxelles con luoghi cari trasformati in un campo di battaglia per mano di pazzi che si nascondono dietro ad una religione trasformata in paranoia pericolosa, che sembra però penetrare come un veleno in tanti giovani che dovrebbero, per nascita e anche per il contesto culturale, sentirsi saldamente europei. Ed invece hanno saltato il fossato e militano contro i luoghi natii nel nome di radici ritrovate, ma agitando una bandiera nera macchiata di sangue di tanti innocenti. Parecchi anni fa lessi "Il libro nero del Cristianesimo" scritto da Jacopo Fo, Sergio Tomat e Laura Malucelli. La premessa era politicamente corretta e diceva: "Credo che dobbiamo in gran parte al Cristianesimo se oggi il mondo ci appare meno inumano, sadico e violento che in passato. Per 2000 anni, milioni di credenti hanno cercato in ogni modo di testimoniare la parola di pace e amore che Gesù ha predicato. Si vedevano credenti al capezzale dei malati, a raccogliere orfani per strada, a curare i feriti dopo le battaglie e i saccheggi. C'erano cristiani come San Francesco a dare un tetto e conforto ai divorati dalla lebbra e cibo a chi moriva di stenti. E molti come lui attraversavano le prime linee delle battaglie per cercare di porre pace tra gli eserciti. C'erano fedeli a soccorrere i superstiti delle inondazioni, dei terremoti, delle carestie. C'erano cristiani a cercare di porre un limite alla brutalità verso gli schiavi e i servi della gleba oppressi dai "possessores". Cristiani che si esponevano in prima persona pur di ottenere la grazia di un innocente condannato senza prove, solo a causa della follia del fanatismo religioso. Si son visti sacerdoti costruire comunità di indios e morire insieme a loro quando i conquistatori cattolici decidevano che riunirsi in comunità egualitarie e non pagare le tasse costituiva un crimine contro Dio e la corona. Furono sacerdoti a creare cooperative e scuole per i lavoratori, a organizzare le casse di mutuo soccorso, a far fuggire ebrei e zingari perseguitati...". Poi in una dozzina di capitoli successivi si tracciava, dalle origini al giorno d'oggi, un percorso irto di tragedie: dalle stragi ai crimini, dalle Crociate alla lotta alle eresie, dall'Inquisizione al colonialismo, dalle decisioni affaristiche alle lotte di potere. Un quadro poco edificante di una Fede sbandierata anche a favore del Male e non, come si dovrebbe, del Bene. Se il libro, che risale al 2000 ma venne aggiornato nel 2005, dovesse essere riscritto oggi ci sarebbe qualche capitolo poco edificante da aggiungere, pensando a certi eventi in Vaticano, ma il contraltare è oggi la terribile e crescente persecuzione dei cristiani in molti Paesi del mondo. E, comunque e complessivamente, il messaggio cristiano è solidamente legato a valori e ideali che nessuno può negare. La stessa cosa non si può dire nella modernità e non nel passato - e lo scrivo oggi dopo gli orrori di Bruxelles, cui ho reagito ieri mattina con il pezzo sottostante - per l'Islam che si sta radicalizzando e sembra flebile in troppi fedeli moderati di questa religione una reazione forte e chiara su certi crimini verso l'umanità. Nulla può giustificare la scia di sangue che gli jihadisti perseguono e non caso ieri i siti Web di questi fanatici esultavano dopo le esplosioni e le relative stragi all'aeroporto di Zaventem (dove si trovava anche la valdostana Francesca Sergi, impiegata della Valle d'Aosta nell'ufficio di Bruxelles) e alla stazione della metro di Maelbeek a due passi dal Parlamento europeo. Luoghi per me molto familiari e pieni di ricordi e questo ha acuito la partecipazione e il dolore e anche - diciamolo - una rabbia crescente per un senso di impotenza verso certi mostri che meritano il peggio possibile. Già mesi fa, quando lo stillicidio di brutture islamiste aveva raggiunto il colmo, diceva in sintesi Massimo Cacciari: "L'Europa e l'Occidente dovrebbero reagire come si reagisce quando vieni attaccato sul tuo territorio. Ci vogliono una strategia politica, una strategia diplomatica, una strategia di intelligence. C'è bisogno che l'Europa dia una risposta unitaria, precisa, definita e convinta". Concordo, ma sembra mancare nell'Unione europea una leadership autorevole che svolti e che dia impulso ad una reazione necessaria, se non si vuole soccombere a chi ci vuol far vivere nella paura e ci considera infedeli cui tagliare la testa.

Luciano Caveri


Auguri e speranze

È vero che è parecchio tempo che non scrivo su questo spazio sul Sito UVP. Oggi lo faccio – a chiusura di questo anno e a poche ore dal Natale – per fare gli Auguri sinceri a tutti quelli che avranno la bontà di leggermi e so che alcuni lo fanno anche sul mio Blog quotidiano. Viviamo tempi difficili e chi mi conosce sa quanto personalmente sia angustiato dalla progressiva perdita di terreno della nostra Autonomia speciale. È triste per chi conosce a fondo i meccanismi su cui è stato costruito il nostro sistema di autogoverno constatare ancora tre cose. La prima è la scelta che Roma sta facendo da tempo, anche nascondendosi dietro il paravento dell’Europa, di un taglio sistematico delle risorse finanziarie della Valle. La seconda è un attacco periodico ai poteri e alle competenze dell’autogoverno dei valdostani: esempio tangibile sono le norme di attuazione rimaste sulla carta, quelle bloccate da tempo e quelle ferme in cantiere. La terza constatazione è che se la macchina dell’Autonomia è quasi senza benzina, con le gomme sgonfie e il motore che rischia di ingripparsi, anche chi la conduce questa nostra macchina non sa dove andare e passa da un incidente stradale ad un altro in una confusione sulla direzione da prendere che ci sta portando verso il nulla. Ma questa sembra solo una polemica politica. Aggiungerei dunque che questo essiccamento della nostra Autonomia rischia di essere accompagnata da altri due fenomeni pericolosi. Il primo è un comprensibile clima di sfiducia e di depressione: sembrano in sostanza mancare idee e proposte per il rilancio e gli unici che hanno in campo qualcosa siamo stati noi in Consiglio Valle. Il secondo aspetto – ancora più pericoloso – è una sorta di inaridimento culturale della nostra società, compresa una crescente disaffezione rispetto ad alcuni valori di fondo – come quello linguistico – che invece sono un collante e anche un principio basilare del nostro ordinamento. Il 2016 e il 2017 saranno anni senza elezioni generali in Valle d’Aosta e dunque, senza il terribile assillo del voto che ci ha inseguiti come Movimento sin dalla nascita, il momento è venuto per proseguire, con più costanza e impegno, sul cammino della nostra proposta politica, affinché il nostro ruolo sia chiaro e manifesto e non sepolto dal chiacchiericcio che caratterizza la politica valdostana e spesso allontana dalla sostanza delle cose. Mi auguro che su questo ci sia il più vasto consenso, ricordando bene quando e perché siamo nati. Auguri!

Nulla sarà più come prima…

I fatti di Parigi segnano un momento storico tragico

I fatti di Parigi segnano un momento storico tragico, e, dopo gli attentati dell'11 settembre, ci fanno capire, in modo inequivocabile, che dal 13 novembre, nel mondo che conosciamo, nulla sarà più come prima. Non si ha sempre la percezione, quando si partecipa alla vita democratica o semplicemente in quanti uomini e cittadini, di vivere momenti storici. In questo momento dobbiamo, invece, essere tutti consapevoli che ne stiamo vivendo uno terribilmente grave e delicato. Un momento unico e del tutto nuovo nel panorama delle tragedie internazionali che conosciamo. Mi ricordo molto bene gli anni del Liceo e delle mobilitazioni, delle paure e dei timori di fronte ai fatti della guerra del Golfo. E penso anche ai nostri nonni e a ciò che hanno dovuto vivere, e che abbiamo sentito raccontare, in merito alla tragedia e alle sofferenza della prima e seconda guerra mondiale, e al dramma che i ragazzi di inizio secolo hanno vissuto e dovuto affrontare. Storie e racconti di vita che hanno segnato non solo il mondo e interi paesi, ma anche la storia personale ed umana di tante persone. Ma il fenomeno di fronte al quale ci troviamo in questi giorni ha elementi e sfaccettature decisamente diverse rispetto a tutti i grandi conflitti che la storia conosce, e che già l'11 settembre ci aveva fatto tragicamente percepire. Oggi ci troviamo di fronte ad un attacco sistematico al cuore della democrazia e della libertà, a persone, cittadini e persone, in modo barbaro ed indistinto, con la triste consapevolezza che questa tragedia non si esaurirà con la cattura e l'individuazione di esecutori e mandanti. Ci troviamo di fronte a qualcosa di molto più profondo e drammatico, che deve assolutamente vedere decisioni, pianificazioni, interventi e ripensamenti su come è stato affrontato in questi anni, anche dopo l'11 settembre, la lotta al terrorismo organizzato. La gente, la comunità, impaurita e smarrita, noi tutti, ci aspettiamo dall'Europa e dal mondo civile e democratico, che si agisca. E che si agisca in fretta .

Laurent Viérin


Pensieri da “bella statuina”

Non è stato possibile intervenire

Preciso, se mai ce ne fosse bisogno, che questi sono miei pensieri, ben sapendo che UVP dovrà discutere coralmente degli esiti che verranno dal Congresso dell'Union Valdôtaine, senza far processi alle intenzioni, ma facendo anche attenzione a chi spariglia le carte con astuzia. Non mi è mai venuto un dubbio alla Nanni Moretti in "Ecce Bombo" e cioè: "Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce". Mi riferisco all'invito ricevuto per i festeggiamenti dei 70 anni dell'Union Valdôtaine e alla scelta se andarci o non andarci, oltretutto - concedetemi almeno una battuta - in quel Grand Hôtel Billia di Saint-Vincent che, visti i costi di ristrutturazione e l'esito mediocre del business, era già in partenza una location inquietante. Penso, tuttavia, che si dovesse dimostrare educazione ed esserci, anche se questo non significa affatto farsi fregare dalla nostalgia e da certi bei ricordi. Mi fa piacere, devo dire, che il mio ruolo sia stato ricordato nella ricostruzione del settantennio e ho visto con piacere tanti amici. Mi spiace solo, andandoci, di aver svolto il ruolo di "bella statuina", visto che non è stato possibile intervenire, malgrado l'appello della vigilia al dialogo sul futuro dell'autonomia. Ma così non è stato, essendo stata scelta - ed era certo legittimo farlo - una manifestazione solo a carattere celebrativo, puntata più sul "come eravamo" che su quel che siamo. Perciò non può sfuggire come cinque Presidenti della Regione unionisti viventi e invitati (Mario Andrione, Dino Viérin, Robert Louvin, Charles Perrin e chi vi scrive) abbiano tutti lasciato il Mouvement ed è rimasto il solo Augusto Rollandin in carica e ciò si commenta da solo. Il Presidentissimo ha profittato dell'occasione per un' apertura al dialogo, parlando persino di "réunion" nell'area autonomista, termine - quello di "réunir" coniato, come noto, da UVP - , per cui sarà interessante seguire l'evoluzione, ma si sa bene che tra il dire e il fare... Torno al punto: dell'UV sono stato esponente per tanti anni in ruoli significativi, sino alla scelta dolorosa ma doverosa di andarmene nel 2013 con l'adesione all'Union Valdôtaine Progressiste non perché irriconoscente o per qualche colpo di testa, ma per proseguire a coltivare ideali e speranze che non ritrovavo più dov'ero prima per un'assenza di confronto su temi essenziali e per un simulacro di democrazia interna. Per altro, mentre si manifestava la crisi di modelli economici e iniziava la spinta antiautonomista contro la Valle, vedevo una leadership - sempre vincente in termini elettorali - ma del tutto spenta e incapace a reagire a eventi così gravi. I fatti attuali dimostrano che non ero una Cassandra rompiballe o un invidiosetto con sete di potere (questa era la vulgata di regime). A due anni di distanza, infatti, l'Union Valdôtaine resta in mano ad una sola persona, che dimostra ormai di non saper adeguarsi ad un mondo che cambia e la Valle d'Aosta, con un pifferaio magico al comando, rischia di cadere nel baratro del darwinismo politico. Diceva Charles Darwin: "Non è la specie più forte a sopravvivere, e nemmeno quella più intelligente ma la specie che risponde meglio al cambiamento". Farà sorridere questo accostamento, allora valga a maggior ragione la frase del celebre politico francese Jean Monnet:" Les hommes n'acceptent le changement que dans la nécessité et ils ne voient la nécessité que dans la crise". Per cui va bene riaggregare e semplificare l'area autonomista, ma questo non può significare aver fatto un percorso di rottura con metodi e comportamenti e poi far finta di niente. Bisogna, invece, avere un progetto e aggregare chi ha dimostrato onestà e impegno disinteressato non giocando sui tavoli a seconda del proprio tornaconto. Altrimenti tutto resterebbe come prima e" l'embrassons-nous" sarebbe un pretesto per lanciare la palla nel campo avversario. Viene da pensare alla frase di Totò: "Siccome sono democratico, comando io". Di questo si pensa di discutere?

Luciano Caveri


Catalogna che vince

Il Diritto non può ignorare la Storia

Sarà che d'autunno viene un certo spleen e la ripresa sembra sempre più costellata da problemi che da soluzioni. Per cui una certa cupezza, con le giornate che si accorciano, si sostituisce all'estate sbarazzina. Per fortuna non ci sono solo cattive notizie, che ormai logorano ogni giorno la nostra pazienza, ma ogni tanto in certa desolazione spunta qualche fiore colorato, che non è solo un segno di speranza, trattandosi talora della metafora tangibile di qualcosa che diventa azione concreta per il cambiamento. Ho seguito con emozione, perché conosco bene la loro realtà e seguo da tempo le loro vicissitudini politiche, le elezioni in Catalogna e l'esito mi fa dire: ci siamo in barba a certi pessimisti che oggi, commentando la vittoria, spaccano il capello in quattro. Non è assurdo, come qualcuno potrebbe pensare, per un federalista europeo - quale io mi sento - convinto delle sue idee, sentire battere il mio cuore all'unisono con chi spera nell'indipendenza del proprio Paese. Perché l'autodeterminazione è uno dei pilastri del federalismo e la sussidiarietà può tranquillamente riguardare il rapporto futuro fra un nuovo Paese, membro dell'Unione europea, anche senza la la Spagna. adrid, per altro, dovrà rispettare la volontà maggioritaria di un popolo, senza negare l'evidenza o nascondersi dietro alle sentenze della Corte Costituzionale per annullare il diritto ad un referendum. Difatti, con il voto di oggi, il referendum di fatto si è svolto lo stesso, in barba al divieto leguleio di qualche mese fa e l'esito delle urne è cristallino. Basta dunque nascondersi sul fatto che un referendum  vero e proprio sarebbe illegale. Il Diritto non può ignorare la Storia e la Spagna, tenendo conto della via pacifica per la propria libertà scelta dai catalani, deve consentire un plebiscito con l'alternativa secca: indipendenza sì o no. E basta con tutti quelli che nelle ultime settimane hanno agitato paure di vario genere per influenzare l'elettorato, come ha purtroppo fatto persino il Presidente americano Barack Obama, che si è espresso per una Spagna unita con un'inaudita invasione di campo. Lo stesso vale per il vicepresidente della Commissione Europea il lettone Valdis Dombrovskis, che ha ribadito - nel solco di altri esponenti europei in passato - che un'eventuale Catalogna indipendente non sarebbe più soggetta ai Trattati europei e che dovrebbe ripresentare una (vana e inutile a suo avviso) domanda di ammissione. Che vergogna! Cosa dire poi della coppia Javier Tebas e Miguel Cardenal, rispettivamente capo della Lega calcio e ministro dello Sport spagnoli, che hanno detto chiaro e tondo che se la Catalogna dovesse separarsi dal resto del Paese, anche il Barcellona non potrebbe più giocare nella Liga. E il Barcellona è la società di calcio che, in vario modo, è simbolo della "catalanidad" e i suoi tifosi, la dirigenza e molti calciatori militano per l'indipendenza. Ora siamo dunque ad una svolta, malgrado alcuni toni smorzanti di certi giornali italiani che ho appena letto  per partito preso  e spero che i catalani tirino dritto, dopo questo grido corale di libertà che fa venire i brividi. E che il loro esempio - mutatis mutandis, perché ogni comunità ha storie e percorsi diversi - serva da stimolo per i valdostani che ci credono, siano essi d'origine o di adozione, come la Catalogna ha dimostrato di saper fare con un progetto aggregante senza perimetri di esclusione. Questa logica non crea muri e steccati e non è anacronistica, è una prospettiva europeista più della stantia situazione in atto. Anzi, è una strada che implica una riflessione su dove possa andare un autonomismo maturo e pluralista, che non sia passivo e corrivo verso il potere centrale, specie quando - come nel caso valdostano - ci sono segnali grandi e piccoli che mostrano che non solo non ci saranno degli spazi per ottenere più autonomia, ma è in azione una macchina infernale per togliere quanto sinora faticosamente ottenuto. Senza reazioni e azioni sarà una lenta agonia con cippo funebre al capolinea. Prospettiva che si può cambiare: basta volerlo e crederci.

Luciano Caveri


Alla ricerca di uomini liberi

"Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi".

Capisco che per la sua storia contrastata non fu un uomo politicamente corretto, ma l'osservazione fulminante è di quelle che vanno bene in certe circostanze.
"Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi".
La frase di Leo Longanesi quest’oggi, nella logica del “politicamente corretto” vedrebbe oggi sostituire al termine “uomini” il termine “persone”, ma la sostanza non cambia. Quel che conta infatti è la forza dell’affermazione, che è poi una triste constatazione di chi soggiace a quella che nel Cinquecento Etienne de la Boétie chiamava “servitude volontaire”, cioè il piegarsi al potere di turno con troppa facilità. Sarebbe bello - e magari un giorno lo faremo - poter elencare certi personaggi da sottopotere che in Valle d'Aosta spadroneggiano, perché si sentono le spalle coperte e pronti a sacrificarsi, almeno dicono ma poi si vedrà al momento buono, "perinde ac cadaver", cioè con la stessa passività di un cadavere. Già allora La Boétie, prefigurando una modernità nel suo pensiero, citava le categorie di chi è tiranno: “Il y a trois sortes de tyrans. Les uns règnent par l'élection du peuple, les autres par la force des armes, les derniers par succession de race.” Segue poi, nel suo celebre testo, la descrizione chiara del demagogo, che dice una cosa e ne fa un’altra, nascondendo la sua vera indole: “Mais ils ne font guère mieux ceux d'aujourd'hui qui, avant de commettre leurs crimes les plus graves, les font toujours précéder de quelques jolis discours sur le bien public et le soulagement des malheureux”. E’ indubbio, infatti, specie se comprato agli orrori di dove non vige nessuna forma di democrazia (e oggi spiccano in negativo le teocrazie integraliste), i sistemi istituzionali nella media europea – e l’Italia in questo solco – garantiscono margini elevati di libertà. Ci sono cioè norme e regole che possono garantire quegli equilibri istituzionali a vantaggio anche del singolo cittadino. Ciò non significa affatto che il sistema funzioni sempre liscio come l’olio, spesso gli ingranaggi si inceppano e le cose non funzionano innescando situazioni difficili o ingiustizie. Ma l’importante è che il cittadino sia convinto dei propri diritti, oltreché – esiste un obbligo di ribadire come le due cose siano speculati per essere credibili – i propri doveri. Questo vale naturalmente per un altro elemento importante della democrazia, vale a dire la pubblica amministrazione, comprensiva di quelle società oggi denominate Partecipate, che spesso – sbagliando - giocano sui vantaggi del pubblico e sulle libertà del privato, secondo le convenienze. Quella struttura, che sopravvive (tranne i ristretti staff e certi sistemi di spoil system) ai cambiamenti del potere politico soggetto alle elezioni, che fonda la rete persistente di organizzazione, che dev’essere elemento neutro e di garanzia per i cittadini. Non sempre questo avviene in epoca di “cerchi magici” e di logiche di appartenenza che vanno al di là di atteggiamenti comprensibili. Ci troviamo di fronte troppo spesso a chi, in punti cardine dell’amministrazione, equivoca sul celebre termine inglese di “civil servant” e si piega ai desiderata della politica, venendo meno a certi principi ormai inseriti nel nostro ordinamento attraverso anche le norme europee. Sono temi su cui occorre riflettere davvero in profondità e bisogna farlo in questa terra di mezzo in cui le democrazie occidentali si trovano, compresa nella sua piccolezza l’autonomia speciale della Valle d’Aosta, che soggiace ormai a fenomeni di degrado della democrazia, il cui campanello d’allarme più rumoroso sta nel progressivo allontanamento dei cittadini dalla partecipazione democratica. UVP deve, in modo esemplare, riuscire ad aggregare le energie che vogliono reagire a questo degrado.  

Luciano Caveri


Non spegniamo quella luce

Bisogna continuare a cercare, perché la politica che si ferma, come sconfitta, non ha futuro.

Bisogna continuare a cercare, perché la politica che si ferma, come sconfitta, non ha futuro. E forse si può pensare anche in termini poetici.
L’argent permet d’acheter bien des choses : Une maison, mais pas un foyer. Un lit, mais pas le sommeil. Une montre, mais pas le temps. Un livre, mais pas le savoir. Un spectacle, mais pas la joie. Un emploi, mais pas le respect. Des relations, mais non l’amitié Un médicament, mais pas la santé. Du sang, mais pas la vie. Le plaisir, mais pas l’amour. Les plus belles choses de la vie ne peuvent pas être achetées! L’argent, c’est simplement parce qu’on lui donne de l’importance, qu’il a de l’importance.
Comodo direte voi che a scrivere questa poesia sia un figlio dell'alta borghesia francese, Dominique Marie François René Galouzeau de Villepin, accorciato in Dominique de Villepin, uomo politico, énarque, diplomatico e pure scrittore e poeta. Lui, che di soldi ne ha parecchi, può giustamente fissare dei limiti al denaro. Ma in realtà mi sento di sottoscrivere la riflessione che non sempre i soldi fanno la felicità. Anche se poi verrebbe voglia di farsi il verso da soli con il solito Woody Allen che così spernacchia: "Se il denaro non può dare la felicità, figuriamoci la miseria!". Ma veniamo al tema: la Valle d'Aosta si è ritrovata con un taglio impressionante delle proprie risorse finanziarie, che ha dimezzato il bilancio regionale in pochi anni. Conosco a menadito le vicende dei rapporti finanziari degli ultimi trent'anni e ho vissuto da protagonista certi momenti essenziali a difesa della nostra autonomia finanziaria. Che sia chiaro questo: il mantenimento di quote elevate di trasferimenti con meccanismi solidi di difesa del nostro ordinamento finanziario ha sempre significato - nel mio caso nel lavoro parlamentare e quando ero Presidente della Valle - lavorare duro nell'interlocuzione politica e nella diplomazia a Roma. Sapendo che mai nessuno ti regala niente e certi risultati passano per la credibilità che riesci a dimostrare. Tutto poteva crollare in un attimo per errori e incuria, come sta avvenendo oggi con un effetto valanga ben osservabile, specie quando non regge - nel tentativo di mascherare il tracollo - quella copertura svolta della propaganda e si svela in modo nitido l'esistenza di un cerchio magico di politici amici che digerisce qualunque scelta, anche le più nefaste, con atteggiamento remissivo e persino servile. Certo questa situazione di difficoltà delle finanze pubbliche valdostane - le cui cause potranno essere ricostruite nei passaggi più recenti appena possibile - obbliga ad una riflessione seria. Da una parte l'attuale scelta di tagli lineari, fatti con la motosega e non con raziocinio, pone il problema di rifondare un sistema accanto - perché va bene prendersela nella giacca, ma qualche reazione di autodifesa sarebbe logica a tutela dell'autonomia - ad una necessaria rinegoziazione dei sacrifici eccessivi che lo Stato ha imposto alle casse regionali, inaspriti dal Governo Renzi con un colpo di grazia attraverso il solito pretesto del Patto di Stabilità. Cambiare il sistema vuol dire riflettere sul funzionamento dell'amministrazione pubblica in Valle e fissare delle priorità per il futuro. Avere cioè un programma chiaro e non navigare a vista, persino con la logica che fa venire i brividi di chi - approssimandosi la fine della sua carriera politica - oscilla fra l' "après moi le déluge!" e il "muoia Sansone con tutti i Filistei''. Dall'altra, pensando che su 70 anni di autonomia almeno la metà sono stati vissuti con risorse limitate e un riparto fiscale altalenante, si tratta di supplire - come da poesia iniziale - a risorse ridotte con le idee che devono avanzare a braccetto con gli ideali. Ecco perché la politica deve fare la sua parte e ci vuole una classe politica preparata, evitando che certe logiche elettoralistiche portino a posti di responsabilità persone che prendono voti ma che vagano nel vuoto degli obiettivi o persino ignorano scientemente cosa sia il famoso bene comune. Oggi bisogna invece far prevalere progetti e proposte che consentano di usare il cervello e meno, perché non c'è più, il portafoglio gonfio. Una rivoluzione mica da ridere, ma è una delle poche chance per evitare che l'autonomia si riduca al lumicino e alla fine venga spenta con facilità, come può avvenire con un soffio sulla flebile fiamma di una candela.

Luciano Caveri


Gridare contro lo smantellamento dell’Autonomia

Io Grido!

Tornare sempre più con convinzione alla primazia della politica: questo deve essere un impegno morale da assumere con forza. Oggi la disattenzione o la chiusura nel proprio privato sono, infatti, una vittoria per i "cattivi" che stanno smantellando le parti fondanti della civile convivenza e della cittadinanza in Valle d'Aosta. Da tempo denunciamo con angoscia quanto sta avvenendo nella piccola Valle d'Aosta, un tempo modello invidiato dell'autonomismo alpino, oggi sbiadita fotografia del tempo che fu, con una crisi istituzionale di portata storica. La verità è che il malgoverno e l'incuria investono come una valanga i diritti dei cittadini valdostani e il loro benessere, colpendo al cuore una coesione sociale che era un cemento importante di un modello pubblico pazientemente costruito da chi, me compreso, ci ha sempre creduto. Tanto che personalmente sono stupefatto è indignato del punto di non ritorno nel quale stiamo sprofondando e dico subito che non compartecipo affatto b all'idea che non ci sia nulla da fare. Chi oggi demorde o sceglie formule di compromissione sarà un giorno sul banco degli imputati. Crolla ormai il sistema solidaristico e protettivo del Welfare valdostano, costruito negli anni e per ora l'opinione pubblica non pare del tutto cosciente dello tsunami, anche se colpisce quelle famiglie che dovrebbero avere dei paladini coraggiosi, come il ciellino unionista Tonino Fosson, che invece di fronte ai Sindaci usa i toni stupiti di chi ammette l'impotenza verso uno Stato cattivo che taglia, taglia e taglia ancora i trasferimenti finanziari che sarebbero un diritto e non un piacere. E di conseguenza - verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere - tanti Don Abbondio tremebondi prendono atto con spaventata rassegnazione, come se la politica fosse fare gli amministratori di condominio o giocatori distratti di un gioco più grande di loro doveva muovere le pedine è sempre uno solo. La vicenda degli asili nido, con il sistema delle autonomie locali a larga maggioranza complice di aumenti terribili per le famiglie e lo stesso vale per gli anziani nelle microcomunità, è dunque la cartina di tornasole di un sistema di potere, retto sulle decisioni cesaristiche di uno solo, il Presidente runner Augusto Rollandin, che corre come uno stambecco sulle montagne, ma in politica ha perso ogni energia e ormai ha dato il via ad un autonomismo del subire, indegno pure del suo passato. Come se l'autonomia speciale fosse arrivata ad un ineluttabile capolinea e i valdostani dovessero rassegnarsi ad eventi che il Fato ha causato e non, invece, ribellarsi alle incapacità di chi dovrebbe rappresentarci. Perché di questo si tratta. Crolla il Welfare come un castello di carte per una ragione semplicissima: l'assenza di difesa dell'autonomia finanziaria della Regione in una negoziazione con Roma che è diventata un imbarazzante calare le braghe. Roma doma. Con il paradosso che questo avvenga quando il voto del Senatore valdostano Albert Lanièce è preziosissimo per il Governo Renzi specie per le riforme costituzionali e lo stesso PD ha avuto, con l'intercessione dello stesso Premier, l'apertura nelle stanze del potere con il Sindaco di Aosta Fulvio Centoz (che a 100 giorni dall'insediamento non ha ancor cominciato a governare la città) e con un posto in Giunta per Raimondo Donzel, un tempo fiero avversario del rollandinismo. Questo asse Aosta-Roma doveva garantire al Governo Rollandin una stampella per governare in Valle e rapporti privilegiati con Renzi, di cui per ora non si ha notizia. Anzi, i fatti e la crudezza dei numeri dimostrano che la negoziazione non funziona affatto e che la scelta di un'alleanza simmetrica è stata un fallimento. Il crollo di partecipazione politica nell'Union Valdôtaine, che festeggia i 70 anni dalla sua nascita in uno stato di evidente difficoltà, è segno che una certa politica - fatta di un decisionismo personalistico senza efficacia reale, ma costruito su molti miti - sta arrivando al capolinea. Su certe macerie non sarà facile ricostruire, ma bisogna farlo per dignità e per il futuro dei nostri figli, perché chi tace acconsente. Io grido!

Luciano Caveri


Guardare in alto

Come Catalogna e Scozia

Mai fermarsi nella speranza di un futuro migliore, anche se talvolta ci può prendere una certa stanchezza. È giusto guardare all'Europa di domani, cercando nell'attuale confusione e in mezzo a tante difficoltà, qualche segno positivo e magari capire cosa sarà della Valle d'Aosta. Qualcosa di buono, per chi crede in un disegno federalista antitetico ai vecchi Stati in crisi e all'Unione europea senza anima, lo si coglie laddove Nazioni senza Stato alzano la testa e chiedono più libertà, ma lo fanno in un saldo disegno nel solco dell'integrazione europea. Si tratta di una conditio sine qua non per evitare che il nazionalismo buono, pacifico e collaborativo e che utilizza metodi di affermazione democratica, scada in nazionalismo cattivo, perché aggressivo e violento. Ieri era il giorno della Diada, la festa della Catalogna, celebrata come sempre da una grande festa popolare, la Diada. È una celebrazione molto particolare, perché non si celebra una vittoria, ma una sconfitta e quindi un segno ancora più forte di riscatto. Ricorda infatti la caduta di Barcellona che, in quello stesso giorno nel lontano 1714, fu riconquistata, dopo quattordici mesi di assedio, dalle truppe spagnole del duca di Berwick. Atto che pose fine alla guerra di successione spagnola. I catalani, che appoggiavano il pretendente al trono Carlo d’Austria, furono sconfitti, così i Borbone instaurarono una monarchia assolutista e per punire i “traditori” catalani il re Filippo V impose i Decreti di Nueva Planta che abolirono le autonomie locali catalane esistenti fin dal Medio Evo. Una pagina dolorosa volta come stimolo. Dalla sua istituzione nel 1980, la manifestazione della Diada ha difficilmente raccolto più di alcune decine di migliaia di persone, ma dal 2012 l'aria è cambiata e la festa è diventata una straordinaria prova di vitalità e l'anno dopo un milione e mezzo di persone diedero vita ad una catena umana di 400 chilometri dai Pirenei al delta del fiume Ebro! Una festa vera ed è quella che avrei voluto ci fosse anche in Valle d'Aosta, come ho ricordato giorni fa, con il giorno del 7 Settembre, San Grato Patrono della Diocesi, ma anche festa laica senza dubbi, essendo la data delle udienze dei Savoia nel Duché d'Aoste e pure, per caso, data di emanazione dei decreti luogotenziali del 1945, alla base dell'attuale regime autonomistico. Ma, finita la mia esperienza di governo, si è scelta - evocando la scelta Monti di sopprimere le festività dei Patroni, mai concretizzarsi - la sua morte e dunque con la volontà di tornare a celebrazioni ufficiali grigie e burocratiche, prive di anima. Autonomismo alla camomilla, mentre Trento e Bolzano hanno deciso di celebrare - e lo hanno fatto pochi giorni fa - in gran spolvero le loro autonomie, perché a certe cose ci credono. Ieri a Barcellona il popolo catalano vibrava, perché si è è aperta una sfida mica da ridere con una vera e propria apertura della campagna per le elezioni regionali catalane del 27 settembre, che gli indipendentisti guidati dal presidente della Comunità autonoma Artur Mas intendono trasformare in un plebiscito per l’indipendenza, dopo lo stop al referendum della Corte Costituzionale spagnola. Gli ultimi sondaggi indicano che gli indipendentisti potrebbero conquistare di misura la maggioranza assoluta in seggi nel nuovo parlamento di Barcellona, restando però sotto la maggioranza assoluta dei voti e dunque in queste settimane gli autonomisti catalani viaggiano a tutto gas per un passaggio che appare sempre più come storico. Il Presidente Mas ha annunciato che se gli indipendentisti vinceranno inizierà il processo di indipendenza dalla Spagna, con l’obiettivo di dichiarare la secessione nel giro di 18 mesi. Il governo di Madrid continua ad opporsi all’indipendenza catalana, ma un voto esplicito non potrebbe essere ignorato. Per altro che gli indipendentisti in Europa vadano bene era stato dimostrato nel maggio scorso in Scozia, dopo il no del 2014 nella consultazione sull'indipendenza, quando lo Scottish National Party aveva conquistato 56 seggi su 59 (la terza forza a Westminster), cancellando i laburisti locali sinora maggioritari. Lo stato dell'autonomia valdostana è oggi ben diverso da certe speranze, le cose non vanno bene e l'autonomismo valdostano - quello vero! - deve ripartire contro l'attuale grigiore e un evidente atteggiamento passivo rispetto al centralismo statale con chissà quale tornaconto per chi vi soggiace. Vale, nella diversità della collocazione storica, l'ammonimento di Émile Chanoux: «Il faut être très bas, pour regarder très haut». Catalogna e Scozia sono lì come esempio, per crederci e guardare in alto.

Luciano Caveri