Cinque domande al Presidente del Consiglio Valle

Intervista ad Andrea Rosset

Presidente Rosset. Un anno alla guida del Consiglio regionale è un'esperienza politicamente importante. Si attendeva una Presidenza più tranquilla? Quando ho assunto la Presidenza ero consapevole delle difficoltà di guidare un'Assemblea particolarmente effervescente dal punto di vista politico, ma in questo anno ho sempre cercato di guardare al bene dell'Istituzione, di tutelare il lavoro dei Consiglieri – che, non dimentichiamolo mai, sono l'espressione del pluralismo e delle diverse sensibilità della comunità valdostana - oltre che l'attività degli uffici, cui riconosco una grande onestà intellettuale. Proprio perché la mia esperienza politica e amministrativa mi porta ad avere un profondo rispetto per le Istituzioni e per i ruoli che ognuno di noi è chiamato a svolgere. In effetti si può dire che in meno di dodici mesi si concentra un susseguirsi di avvenimenti politici importanti. Tralasciando per un momento il cambio di esecutivo di governo, quale momento ha trovato degno di maggior attenzione? Sono molti i momenti che mi hanno dato soddisfazione, in particolare quelli a contatto con i giovani: il Consiglio sta investendo molto sulle nuove generazioni, sulla loro formazione ed educazione alla cittadinanza. Ecco, vedere dei giovani motivati, appassionati, desiderosi di vivere delle nuove esperienze, anche all'estero, per me è motivo di orgoglio, perché sono loro il nostro futuro. Questi giovani mi danno fiducia e speranza. Parlando invece della convocazione del Consiglio che ha decretato il cambio di Governo, come è giunto alla conclusione che esistesse un rischio di paralisi e di commissariamento se non fosse stato convocato il Consiglio e quale la motivazione per la sua validità? Il Consiglio stava vivendo un momento di grande criticità a seguito delle dimissioni di tutti gli Assessori, le quali avevano provocato uno stallo dell'attività consiliare, cui è seguita la presentazione di una mozione di sfiducia nei confronti del Presidente della Regione quale strumento per uscire dalla crisi politica. In questa situazione si è innestata la sospensione di quattro Consiglieri a seguito della sentenza sull'utilizzo dei fondi dei gruppi consiliari ed era necessario ricostituire il plenum dell'organo consiliare attraverso la convalida dei nuovi Consiglieri regionali. In occasione della convalida, visto che l'attuale minoranza aveva deciso di non presentarsi in Aula, pensando di far mancare il numero legale, ho dovuto assumere una decisione a tutela del Consiglio e del suo corretto funzionamento: supportato dagli uffici e da due pareri legali, ho considerato che il quorum per la validità della seduta fosse da considerare su 31 consiglieri, visti i 4 Consiglieri sospesi, e non su 35. E così ho aperto la seduta. Sono stato accusato di irresponsabilità e di non aver garantito l'imparzialità in Aula: credo, invece, di aver agito proprio a garanzia del Consiglio al fine di salvaguardarne la ricomposizione e l'attività. L'irresponsabilità la lascio a chi, non presentandosi in Aula, ha rifuggito il dibattito politico. Decisioni difficili precedute sicuramente da un caloroso dibattito. Di certo seguite da ingiuste critiche dal vecchio esecutivo che ha promosso un'azione presso il TAR regionale, chiedendo una sospensiva dell'attività dell'attuale Giunta. Il TAR, pur ad un esame sommario della questione tipico della discussione di una sospensiva, ha riconosciuto la legittimità del mio operato al momento dell'apertura della seduta consiliare del 10 marzo scorso, in quanto ha rilevato che il quorum strutturale su cui calcolare la validità della seduta non era da parametrare sui 35 componenti in carica "ordinaria" ma su 31, quindi senza i 4 Consiglieri sospesi che non avevano titolo giuridico per poter partecipare alle sedute del Consiglio. Con serenità, la stessa che ho avuto sino ad ora, aspettiamo la pronuncia definitiva del TAR. Certo è che ora non ci sono più scusanti: il nostro dovere è quello di lavorare per il bene della Valle. In attesa di settembre lei incassa un primo round in favore e la sua reazione è… silenzio e lavoro. Sarà un altro lungo anno… Speriamo sia proficuo. Ora più che mai c'è bisogno di rinnovare il rapporto di fiducia tra Consiglio e comunità e recuperare canali di comunicazione e di dialogo con la società. In questo periodo, la politica ha dato segnali poco positivi: estrema litigiosità, eccessivi personalismi, mancanza di mediazione, demagogia imperante. Ecco io ritengo invece che noi, in quanto rappresentanti dei cittadini, dobbiamo dare altri esempi: dobbiamo far sì che la pluralità delle opinioni rappresentate in Consiglio non sia mero terreno di scontro ma sia quell'elemento che nutre il terreno della democrazia, trovando spazi di mediazione, di confronto, promuovendo la dignità e il rispetto delle persone. Ci sono i margini per farlo.

Chi siamo oggi?

Da forza di lotta a forza di governo

Per dirlo occorre ricordare il nostro percorso, da dove siamo partiti, con quali obiettivi e con quale spirito, perché come dice la frase del Buddha "tutto ciò che siamo è il risultato di ciò che abbiamo pensato". Ebbene sono stati anni intensi questi, per certi versi tutt'altro che facili, ma certamente importanti, per non dire decisivi, per la costruzione del nostro progetto. Abbiamo esordito il nostro percorso politico mettendo nero su bianco i nostri ideali e i valori a cui fare riferimento e dichiarando sin da subito, anche con una certa dose di aggressività, che ci ponevamo come obiettivo quello di cambiare il modo di fare politica in Valle d'Aosta. Abbiamo rivendicato una voce nello scacchiere politico valdostano e ci siamo presi con lavoro e fatica, dopo il grande exploit delle elezioni politiche ed il buonissimo risultato delle elezioni regionali, il nostro spazio. Un prova dopo l'altra, una competizione elettorale dopo l'altra, ci siamo radicati. I ragionamenti all'interno del movimento sono continuati e con essi la voglia di lavorare per la nostra comunità, senza mai dimenticarci quanto detto agli esordi della prima fase, di cui sono stata testimone anche io negli anni alla presidenza del movimento, quando abbiamo cercato di costruire sinergie lungimiranti per il futuro. UVP non è nata come anti-politica, né come semplice voce di dissenso, ma con la ferma convinzione che ad ogni critica vada sempre accompagnata una proposta. In quest'ottica, in occasione del rinnovo delle cariche amministrative, abbiamo cercato di costruire sul territorio liste civiche capaci di raccogliere le differenti sensibilità presenti in UVP. Ove è stato possibile abbiamo presentato progetti nuovi, nel segno del rinnovamento ma al tempo stesso della concretezza, e cercato di dare risposte serie alla comunità di riferimento. In alcuni casi abbiamo vinto, in altri vi siamo andati vicini, ma ciò che più conta è che oggi siamo rappresentati nella quasi totalità dei comuni della Valle e possiamo dire di avere pressoché su tutto il territorio i nostri rappresentanti che, insieme ai gruppi che abbiamo costituito, sanno porsi quali ‘points de repère’ per i cittadini. A livello regionale il percorso condotto con sapienza e coraggio dai nostri eletti ha permesso al nostro movimento di non restare nell'angolo dove qualcuno ha cercato a lungo di metterci e di avanzare proposte e progetti che già in occasione dell'ultimo documento di bilancio hanno saputo tradursi in atti amministrativi e politici di rilancio concreto per settori fondamentali dell’economia valdostana. Oggi siamo forza di governo. Oggi UVP, insieme ai nostri alleati, è al centro di un progetto politico nuovo che, se lavorerà bene, potrà davvero fare la differenza per la nostra comunità. Ma per farlo occorre tradurre la nostra azione politica in cambiamenti, occorre dare risposte, occorre puntare al massimo. Il grande Aristotele era solito ricordare: "siamo quello che facciamo costantemente. L'eccellenza non è dunque un atto ma un'abitudine". Ed è con questo spirito che dobbiamo lavorare ora, rimboccandoci le maniche e rinnovando ogni giorno con le nostre azioni quanto al tempo della fondazione di UVP abbiamo scritto alla base del manifesto del nostro movimento. Per questo rinnovo l'invito a lavorare a tutti noi progressisti e a coloro che a vario titolo e con le proprie singole forze, tempo e capacità , abbiano voglia di contribuire alla buona riuscita di un progetto che può rivelarsi "eccellente". Lavoriamo ora e ne raccoglieremo i frutti. Lo dico con l'orgoglio di fare parte di una grande squadra dove vi assicuro c'è posto per tutti ma anche con la profonda consapevolezza di poter contribuire a qualcosa di importante. Réunir, réussir!

Alessia Favre


La Constituante, occasione di confronto

Piccola premessa: Mi fa piacere che aumentino le adesioni per una riflessione sul futuro istituzionale della Valle in un puzzle complesso fra riforme costituzionali e minacce crescenti sull’autonomia valdostana: dimostrazione che può esistere, anche nel calore delle dispute politiche, un interesse superiore cui richiamarsi.
Ho fatto sinora il moderatore della Constituante nella prima uscita pubblica a Cogne. Ho cercato di farlo in modo garbato, sapendo che ci sono tante sensibilità in gioco ed è più importante trovare una sintesi che lasciare libero spazio alle proprie fantasie e speranze, massaggiando il proprio ego. Poi si vedrà in vista dei prossimi incontri e delle successive manifestazioni e del cammino che verrà prescelto per giungere ad una riflessione sul futuro istituzionale della Valle. Sapendo che non si è di fronte ad uno scenario in cui si è i soli protagonisti, ma ogni forma di autodeterminazione deve fare i conti con il contesto politico e costituzionale in cui si è inseriti. Una sovranità, per così dire, limitata e spetta alla negoziazione politica ampliare gli spazi di libertà in cui muoversi. Bisogna farlo con circospezione e senza sbagliare le mosse e, nel limite del possibile, condividendo il più possibile e sapendo che la palla andrà infine al Consiglio Valle. Di queste cose me ne occupo per un reale interesse e non per chissà quale vantaggio recondito. Ho avuto la fortuna di fare molta pratica di riforme costituzionali e di studiare la materia. Ho anche avuto il piacere di verificare che ci sono tante persone in Valle che capiscono come certi temi - apparentemente aridi o distanti - sono invece delle basi giuridiche decisive. Chi ne vuole prescindere prende un abbaglio o percorre strade populiste a fondo cieco. Capisco che attorno a questa iniziativa ci siano chissà quali dietrologie: ognuno commenta come vuole, per fortuna, e personalmente sono il primo a togliere al titolo "Constituante" ogni eccesso di presunzione. Ho letto, però, delle articolesse spassose in questi mesi e spesso sono dei mantra che leggo da anni. Ci sono persone fissate che girano sempre in tondo, come avviene in certi balli ipnotici. Inutile fermarli e discutere con loro: hanno una loro idea fissa e a quella si attengono, uniformando il mondo attorno a loro ad un "pensiero unico"(o "stupendo", come cantava Patty Pravo). Ma una critica vale la pena di essere ripresa. Mi riferisco a chi concepisce la Storia come grandi movimenti di folla e rimprovera alla Constituante di essere una sorta di élite intenta a scrutare il proprio ombelico. No folla, no party: verrebbe voglia di scherzarci sopra. Penso, invece, che un pensatoio sia propedeutico all'esatto contrario e cioè ad un tentativo molto pratico di scrivere documenti resi per una volta comprensibili, fuori dal linguaggio dei giuristi e dei politologi, che sappia offrire alla riflessione di tutti degli argomenti difficili. Non è impossibile farlo e anzi questa volta è necessario arrivarci in modo onesto e solleticando i cervelli e non le pance, che è esercizio sempre più facile. La posta in gioco sono il nuovo perimetro dell'Autonomia speciale. Sapendo che siamo in una fase in cui nessuno regala niente a nessuno e in cui rifarsi a un passato rassicurante non serve a nulla. I legami pattizi o i diritti acquisiti attirano come mosche chi ama i revisionismi spiccioli e rozzi. È più facile distruggere che costruire e dunque, impostando qualunque ragionamento, o hai una comunità che ti segue e ti supporta oppure una volta uscito dalla trincea rischi di trovarti in una terra di nessuno dove ti sparano gli uni e gli altri. Io penso che ci sia tutta la possibilità per lavorare bene e devo dire che già i primi passi mi hanno arricchito. Anzi devo dire di avere avuto la consapevolezza - mi ripeto - che sono tanti a volersi esprimere e non solo rifacendosi, come facciamo tutti, ai Padri fondatori e alla storia passata. Ma che ci sia voglia di attualizzare e rendere contemporanei certi pensieri che rischiano, pur nobili che siano, per essere considerati importanti ma che potrebbero apparire - anche a torto - come anacronistici e polverosi. Questo perché tutto deve essere sempre contestualizzato e fatto proprio qui ed oggi, come un seme che dà vita ad una pianta che si rinnova. Non viviamo in un museo ma in un mondo dinamico da capire e da conoscere per fare le mosse giuste. Evitando quel rischio evocato da Georges Bernanos: "La réforme des institutions vient trop tard, quand le coeur des peuples est brisé".  

Luciano Caveri


Nessun baratto!!

Abbiamo incontrato Alpe l'altra sera e sinceramente rimaniamo colpiti dalle dichiarazioni che abbiamo letto. Quella che Floris riporta e' un'interpretazione del tutto personale che non abbiamo riscontrato ne' nel corso dell'incontro ne' in un confronto con gli eletti dell'Alpe il giorno seguente. Sinceramente crediamo che chi abbia indebolito il progetto della Renaissance e la coalizione sia proprio chi per mesi interi non ha fatto altro che svilire il lavoro con pretese di primogeniture, attacchi e accuse personali del tutto infondate come rilevato peraltro anche dalle altre forze di opposizione. Sul tavolo per quanto riguarda l'UVP ci sono in questo momento le elezioni comunali. E i dialoghi sono aperti con tutti a condizione che arrivi il cambiamento e la discontinuità altrimenti il dialogo si chiuderà presto. Gli assenti evidentemente si sono esclusi da soli. Siamo per i niveaux differents, che significa non confondere il piano comunali con la politica regionale, proprio perché crediamo che l'obiettivo sia quello di portare avanti il cambiamento. A livello comunale vedremo se uscirà da questi tavoli, per quanto riguarda la Regione lo chiediamo da mesi, ormai purtroppo invano. Per quanto riguarda la situazione politica non abbiamo capito cosa sta succedendo, ma questo mescolare le carte non ci piace. Noi abbiamo chiesto condivisione sulla scelta della Presidenza del Consiglio ma non siamo disposti a baratti! Se non c'è la volontà di trovare condivisione su una figura che dovrebbe essere di equilibrio e garanzia, nessun problema! Vadano avanti con la solita politica dell'improvvisazione e del voler andare avanti a tutti i costi anche senza i numeri, ma non si parli di dialogo! Se ci sono problemi di riequilibri, non è un problema nostro! Infine chi in questo periodo ha cercato di screditare il progetto dell'UVP accusandoci di baratto dimentica la nostra origine che ha fatto della rinuncia alle poltrone un modo di fare politica diversa. Su questa linea continueremo in coerenza, senza rinunciare ai nostri principi in cambio di poltrone o per fare da stampella ad una maggioranza che non esiste più e che dovrebbe andare a casa!

Alessia Favre - Presidente UVP


Federalismo, malgrado tutto

Per fortuna, in questi tempi grami per la forma di Stato, non ci sono solo in giro dei pentiti del federalismo. La nouvelle vague centralista  non investe, infatti, il filosofo veneziano Massimo Cacciari. Nella sua rubrica su L'Espresso ribadisce quel che noi federalisti diciamo da tempo, tristemente inascoltati. Ecco Cacciari all'attacco : "Assumere la vittoria del "no" a testimone di un mutamento di clima a proposito di micro-nazionalismi, indipendentismi e secessioni può voler dire soltanto insistere testardamente nel rifiutare di comprenderne le cause storiche e sociali, o ignorare come affrontarle". Contro questa anacronistica visione "statocentrica" attacca Cacciari: "Sotto la pressione opposta e complementare delle potenze globali e del l'esplodere dei movimenti, fra loro diversissimi, alla ricerca di identità locali e nazionali, la via da percorrere non poteva che essere quella di un autentico federalismo, sia all'interno di ciascun Stato, che a livello dell'Unione. Non si è voluta neppure riconoscerla. La crisi economica, per sua natura fattore di scelte accentratrici, sembra averla definitivamente affossata. Col risultato che quelle che potevano essere governate, ancora due decenni fa, come rivendicazioni volte a ottenere un nuovo foedus, appunto, fra governo centrale e autonomie nazionali, regionali e locali, si sono trasformate in lotte dichiarate per una completa indipendenza". Poi, più avanti, un vaticinio per il futuro, dopo la notizia certa dell'indizione del referendum in Catalogna, e quello che viene definito - gioisco e condivido - "il suo esito scontatissimo". Ecco Cacciari: "Comprenderanno le nostre nobili e antiche famiglie socialdemocratiche, popolari, gaulliste, che il vecchio Stato, col suo potere indivisibile e i suoi sacri confini, vive una crisi irreversibile da cui non si uscirà mai attraverso una sua riproduzione allargata su scala europea? L'unità politica europea diverrà un'idea spettrale, travolta da indipendentismi di ogni tipo, se finalmente non sapremo declinarla in chiave federalistica". Poi, in chiusura, ricorda la "questione settentrionale" e la necessità, "perché non crepi l'intero Paese", che ci sia il federalismo. Applaudo convintamente e fischio tutti gli spergiuri che, al primo stormir di fronde, sono passati dal federalismo presunto al centralismo rampante. È singolare che nello stesso numero del settimanale sia il vecchio Direttore Eugenio Scalfari, nel suo "Il vetro soffiato", che pone lo stesso problema da un'altra visuale. Così dice, in un articolo ricco di suggestioni: "Questo delle piccole patrie è un sentimento che si va diffondendo in Europa sia con motivazioni di sinistra che di destra". E aggiunge più avanti: "Il localismo non rinnega la società globale ma ne delinea in diversi spicchi. La globalità è la scorza dell'arancia, la localizzazione si identifica con gli spicchi che compongono, uniti insieme, la polpa del frutto". Poi la conclusione, dove non si parla di federalismo, ma mi domando di cos'altro potrebbe trattarsi. Scalfari: "Ci troviamo insomma di fronte ad un duplice respiro del mondo: si allargano e si restringono i polmoni, aumenta il disagio di globalizzazione e resuscitano le piccole patrie. Quando fenomeni del genere sì mettono in moto eventi piccoli possono avere conseguenze impreviste e catastrofali. Perciò occorre non disconoscere il bisogno delle piccole patrie ma tener vivi i valori che aumentano lo spirito di umanità, di compassione e di fraternità della specie in tutte le sue varianti affinché esse apportino maggiore ricchezza e non guerre, negazioni e rovine". Io riconosco nelle parole di Cacciari, ma anche nella visione umanista di Scalfari il disegno per la Valle d'Aosta di domani, ripartendo da idee e valori, offuscati in Valle in questi anni.

Luciano Caveri


Alpe, ora basta!

Troppo comodo lanciare la pietra e poi nascondere la mano per chiedere scusa e dire di essere stati fraintesi. All'ennesima uscita contro UVP da parte di chi dovrebbe invece essere nostro alleato, alzo le armi e dico: Alpe, ora basta!
Che i chiarimenti arrivino e in maniera chiara e definitiva, in un senso o nell'altro perché non siamo più disposti a tollerare accuse, frecciatine o battute. Non ne facciamo una questione personale, ma chi ha fatto il danno, se ci tiene cerchi di riparare. Un politico sa, soprattutto se occupa incarichi o posti di rilievo, di non parlare mai solo per se stesso. E allora che la si pianti con gli attacchi che distruggono il progetto, con le offese personali deliranti e costanti, con le scuse e anche con gli alibi. Oppure  che si trovi enfin il coraggio di prendere le distanze che saranno definitive e di ammettere che con UVP non si vuole stare!
Alessia Favre presidente UVP

Siamo con la Scozia

Purtroppo è una brutta notizia: in Scozia vincono i "no" e dunque sfuma l'ipotesi di un nuovo Stato autonomo. Spiace scriverlo, ma questa è la legge della democrazia e va riconosciuto al Regno Unito di aver consentito il referendum senza troppe storie. Altri, come la Spagna con la Catalogna e pensa in Italia cosa avverrebbe se qualcuno ponesse il problema (ci sarebbe la galera…), cincischiano su una scelta analoga, forse perché in quel caso sulla scelta indipendentista dubbi non ce ne sarebbero. Mentre quando il Regno Unito concesse di esprimersi sul principio di autodeterminazione, gli inglesi contavano sulla freddezza degli scozzesi, e poi – con una fifa blu - avevano scoperto che il risultato non era poi così scontato. Così per il "no" si sono battuti come dei leoni i governanti inglesi, istituzioni internazionali di vario genere e i Governi europei, compreso il Governo Renzi in linea però con nientepopodimeno che Obama. Un atteggiamento utile da conoscere e che dimostra quanto federalismo parolaio si sia fatto in Italia, senza alcun fondamento, in larga parte del centrosinistra italiano. Resta poi il mistero di come la Lega spinga per gli scozzesi e flirti con Marine Le Pen: altro che convergenze parallele! Quando c'è da scegliere lo si fa e non si tengono aperte porte mai comunicanti. Una constatazione utile anche per il dibattito in Valle d'Aosta, dove la tendenza ad un autonomismo diffuso cela in realtà visioni diverse e scelte solo opportunistiche e a svelarlo ci sono ormai tanti fatti e molte circostanze. Ci vorrebbe una DOP per i federalisti contro i troppi tarocchi. Resta la speranza delusa dei miei amici scozzesi, che ho frequentato al Parlamento europeo e anche in manifestazioni al "Comitato delle Regioni". Penso che ci avessero sperato in questi ultimi tempi, immaginando che - pur avendo contro una potenza di fuoco incredibile - il piccolo Davide potesse infine sconfiggere politicamente il gigante Golia. Immagino che, come per il Québec, la fiamma non si spegnerà. Ci saranno momenti e circostanze che un giorno favoriranno una scelta diversa. Intanto sarà interessante vedere come si concretizzeranno le grandi promesse di più autonomia, maggiori libertà e più soldi che i governanti inglesi hanno fatto per evitare l'indipendenza scozzese. Resta il dispiacere per l'esito, che avrebbe dato uno scossone forte al centralismo dell'Unione europea, uno scossone agli Stati nazionali nel loro assetto attuale e proposto una possibile nuova geografia politica rispondente ad una visione federalista rispettosa dei popoli. Le idee in proposito restano e si tratta, per chi ci crede, di proseguire il cammino, dopo aver visto quanti nemici ci sono nel momento in cui bisogna scegliere fra un voto favorevole o contrario. Resta il fatto che in Scozia i giovani hanno votato per l'indipendenza e dunque la partita non si chiude oggi e ci saranno in futuro nuove tappe di una lunga storia. Sarebbe bene restare agganciati con i popoli europei senza Stato, che sperano in una diversa configurazione rispetto a quella attuale. Soli non si va da nessuna parte.

Luciano Caveri


Che il federalismo non dorma

L’imminente referendum scozzese e la grande manifestazione per l’indipendenza della Catalogna rilanciano in Europa il tema dell’autodeterminazione dei popoli. Tacciono le autorità valdostane e questo imbarazza.
Noi non siamo imbarazzati e diciamo con chiarezza che siamo con gli scozzesi e con i catalani e con gli altri popoli che chiederanno oggi e domani di esercitare un diritto fondamentale per chi creda nel federalismo. Non si tratta né di essere bombaroli o velleitari nelle proprie richieste, ma di ribadire che il diritto all’autodeterminazione esiste nelle carte delle Nazioni Unite e il quadro europeista attuale è nato e si è sviluppato nel solco del riconoscimento ad ogni popolo europeo del diritto alla propria libertà di scelta. Non sarebbe immaginabile, come sta facendo la Spagna di oggi, fare orecchi da mercante, nascondendosi dietro a problemi di diritto costituzionale, che sono solo una copertura. Anche se – su questo bisogna essere onesti – non esistono scorciatoie in questa materia e la scelta referendaria è la chiave di volta, la cui legittimità appunto non può essere negata lungo la strada giusta, che è quella giuridica e non del vaneggio protestatario o peggio delle scelte violente ormai sparite anche laddove sopravvivevano. Questo ragionamento complessivo è da fare con chiarezza, a fronte di un’Italia in cui si assiste ad un arretramento del fronte del regionalismo, specie quello più avanzato delle autonomie speciali. Un quadro di garanzie e di “patto”, pur politico e non giuridico, perché quello sarebbe già stato federalismo, che si sta sgretolando e non solo per colpa di Roma. Perché anche un cattivo utilizzo della propria autonomia speciale ad Aosta può diventare un elemento grave di deterioramento della credibilità. Ma resta chiaro che oggi ogni attacco e vilipendio allo Statuto d’autonomia, svuotato e calpestato nei suoi valori fondanti, apre la strada a scelte diverse e anche più forti. Non si tratta di usare toni minacciosi o ricattatori, ma di constatare che una Repubblica, nata su valori condivisi, deve essere rispettosa di quanto a suo tempo stabilito. Senza usare, invece, quei toni e quei metodi che si sono diffusi in questi anni di continuo bombardamento politico e mediatico contro i “privilegi” e rispetto ai quali si è vista da noi – pensiamo solo ai tagli finanziari e agli impedimenti alla spesa - una reazione governativa debole e a Roma  una deludente assenza dei parlamentari valdostani.
Il dibattito deve restare vivo per evitare di dare l'impressione che il federalismo valdostano dorma ormai sonni tranquilli.

Luciano Caveri


Duemila anni fa…

Duemila anni fa, come oggi, a Nola, nel napoletano, moriva all’età veneranda di 77 anni Cesare Ottaviano Augusto. L’occasione, ricordata anche in Valle con una serie di appuntamenti culturali, in verità sottotono per il fondatore di Augusta Praetoria, pensando che a Roma e poi a Parigi è stato dedicato al discusso Imperatore una mostra assolutamente straordinaria. E’ l’aria dei tempi, che colpisce con la spending review quella Cultura che non è solo patrimonio importante dei valdostani, ma anche – in tempi di vacche magre – straordinaria attrattiva per i turisti, che vanno conquistati con elementi come le vestigia romane e la loro storia. Chissà, ma giochiamo solo di fantasia, come venne accolta in Valle d’Aosta la morte di questo uomo Augusto, che nella pietra del celebre Arco aveva scolpito il proprio trionfo contro il popolo autoctono dei Salassi, combattivi e indomiti sino alla sconfitta. Immagino che alle manifestazioni ufficiali di lutto ci sia stato anche chi di quella morte abbia gioito fra i Salassi rimasti in città e soprattutto nelle valli.   Non vorrei, tuttavia, essere equivocato: ho sempre trovato risibile una certa pubblicistica che ha giocato in Valle sul proprio senso identitario, ponendo come punto di riferimento della valdostanità in modo esclusivo e più rievocatore che sostanziale gli antichi Salassi rispetto ai Romani invasori. La questione è certo più complessa, anche se il genocidio parziale del popolo salasso resta nella storia come elemento di crudeltà, perché il problema di un popolo non sta nella purezza della razza (il termine “razza” è stato ormai all’indice dai genetisti che hanno confermato che siamo tutti uguali), ma nella capacità – nel flusso continuo nel tempo – di una cultura di prendere e lasciare elementi che ne formino infine i tratti di originalità. E i Romani hanno aggiunto molti elementi eminenti, fondendosi con quanto di preesistente e sappiamo quanto le occupazioni militari, se elemento stanziale e definitivo, finiscano poi per mutare in qualcosa di nuovo nel rapporto con il territorio. Questo non vuol dire essere privi di memoria e accertare, attraverso l’archeologia, quanto di ricco ci fosse già prima e sia rimasto scolpito non solo nel DNA delle persone, ma appunto nella civilisation valdotaîne dalla notte dei tempi fino alle immigrazioni contemporanee. Trovo interessanti le operazioni di “Restitution”, se ci si mettono i soldi, come quella dell’incredibile e unico acquedotto di Pont d’Aël ad Aymavilles, che ha visto quest'estate folle di visitatori alla ricerca, in fondo, di una parte delle proprie radici. Spiace poi che una simile attrattiva, proprio per la sua unicità e fascino misterioso, finisca per essere chiusa al pubblico per ottuse logiche di bilancio. Mi riferisco a quei tagli orizzontali, che Aosta contesta a Roma, ma poi applica nello stesso modo e che deprimono il merito e fanno di tutta un’erba un fascio. Interessante, per altro, ma è argomento diverso come questo rapporto Valle d’Aosta-Roma persista ora come allora, anche se i romani di oggi nulla hanno a che fare con quelli di due millenni fa… Come non pensarci oggi all’apporto romano alla formazione identitaria, nella data odierna del bimillenario dalla morte di Cesare Ottaviano Augusto, imponente figura storica, piena di contraddizioni e di debolezze, politico e guerriero, che ha pesato con le sue decisioni sulla storia locale, inserita nella sua epoca nella grande strategia di occupazione dell’Impero romano. Augusto è stato un gigante della Storia, che ha avuto la capacità di manipolare il futuro. Ha scritto, per la Zanichelli, il Professor Andrea Ercolani. “Il tutto si complica quando si ha a che fare con una Intentionalgeschichte, una “storia intenzionale”, ovvero un’operazione storiografica concepita non per ricostruire i fatti in maniera (almeno in pectore) obiettiva, ma per presentarli e rappresentarli con precise intenzioni (esaltare, giustificare, denigrare, etc.). Augusto è un caso interessante da questo punto di vista, giacché offre la possibilità di cogliere il contrasto tra la ricostruzione storica in senso proprio, cioè quella fatta da un osservatore esterno, lo storico (si pensi p. es. a Svetonio, con la sua Vita di Augusto, o a Cassio Dione, nel libro LIII della sua Storia romana – ma va ricordato che la storiografia antica attinge spesso dalle ‘autorappresentazioni’ dei protagonisti) e la proiezione che di sé ha dato nelle res gestae. La divergenza tra proiezione di sé e valutazione esterna, nel caso augusteo, arriva a rasentare il paradosso: se le res gestae consegnano alla storia la figura di un Augusto lineare e coerente, l’imperatore Giuliano l’apostata, in un’operetta satirica intitolata Il simposio ovvero i Saturnali, al paragrafo 309A-B, stigmatizza di Augusto proprio l’opportunismo e l’incoerenza (in linea, probabilmente, con parte della storiografia antica): “… ecco che si fa avanti Ottaviano, cambiando continuamente colore come i camaleonti: ora è pallido, ora è rosso, e poi nero tenebroso e fosco; eccolo ora votarsi ad Afrodite ed alle Grazie, ora voler somigliare al grande Helios con i suoi sguardi penetranti”. Fantastica e molto moderna questa immagine del politico come un camaleonte, che cambia pelle per sopravvivere al sopraggiungere e alla mutevolezza degli scenari in cui si trova ad operare.I dittatori hanno una capacità di resistenza incredibile e ce lo sinsegnano sia la storia antica che, purtroppo, la storia contemporanea. Ricordo sulle nostre vicende di allora, anche se spesso dissentivo dalla sua visione, il deputato comunista francese, fiero di essere valdostano,  Parfait Jans, che da politico era diventato fecondo romanziere e che scriveva con indignazione: "En l'an 25 Av.J.C. sur ordre d'Auguste, le général Térencius Varro Muréna lance la guerre d'extermination contre le peuple salasse. Feu et sang! En quatre jours (ce sont les scribes et historiens de l'époque qui l'écrivent) on comptent trente six mille morts ou vendus sur le marché d'esclaves d'Eporedia et huit mille jeunes salasses enrôlés de force dans les légions romaines. Tel est le sort subi par nos ancêtres, tel est le bilan de l'occupation romaine. Tel a été l'odieux comportement des Romains dans notre région. Il faut dire qu'ils avaient déjà vaincu tous les peuples des autres vallées alpines. Les Salasses étaient les derniers à résister ce qui devait accroître encore la colère des occupants". E’ bene ricordarlo, come elemento postumo per evitare che la Storia diventi oggetto solo di quanto scritto dai vincitori.

Luciano Caveri

   

Osso di seppia

La vicenda alla fine assomiglia alla forma essenziale e scarna di un osso di seppia. Capiti quel che capiti, sconfitta dopo sconfitta, la maggioranza regionale sembra ormai pronta a qualunque cosa – anche a negare l’evidenza – pur di restare in sella. Anche se non c’è più non solo una destinazione da raggiungere, ma neppure un cavallo. C’è in questo qualcosa di deprimente ed è l’immagine interna delle Istituzioni valdostane e esterna della Valle d’Aosta. Questa pervicace scelta di negare l’evidenza, con un Presidente Rollandin abbarbicato alla sedia, sconcerta e preoccupa. “Conducator” sempre più solo con un atteggiamento ormai di vecchia e stravecchia politica che conduce - come il pifferaio magico della fiaba – tutta la maggioranza regionale verso il precipizio. Senza battere ciglio incassa sconfitte una dietro l’altra, ma la sua logica è restare lì, conscio che il suo non è più un feudo intoccabile, ma un castello di carte fragilissimo. Responsabile è lui, certo, ma anche chi continua a fare il reggicoda, sparlandone in privato e osannandolo in pubblico o chi non trova mai il coraggio di esprimere opinioni contrarie e continua a nascondersi dietro i voti segreti. Questo crea una realtà distorta dentro la quale si trova una Valle d’Aosta sempre più dolente e in crisi. Che questa notte buia finisca presto. Per ridare un po' di dignità alla politica e per rispetto dei Valdostani.

Alessia Favre - Presidente dell'UVP