A proposito di Casinò

in tempi non sospetti, l'UVP sosteneva che...

Nell’ottobre 2013 UVP pubblicava un articolo a firma Dino Viérin che riproponiamo qui di seguito:
 

La politica che, secondo Aristotele, deve essere intesa quale “arte, scienza del governo e dell’amministrazione della “polis” per il bene dell’intera comunità” è “un insieme di decisioni e di provvedimenti con cui i governanti amministrano la cosa pubblica nei vari settori e secondo diverse prospettive ideologiche”. (Sabatini Coletti . Dizionario della lingua italiana).

Affinché l’attività politica, esercitata in qualunque campo pubblico nel rispetto di regole predefinite e con senso etico, onestà e trasparenza in vista del raggiungimento di un diffuso benessere tra i cittadini, possa conseguire le finalità di cui sopra occorrono un preciso progetto politico , delle priorità chiaramente enunciate e delle scelte coerenti e tempestive effettuate sulla base di una cognizione reale della situazione. In particolare poi, bisogna evitare che la sua gestione si traduca in arricchimento personale o di pochi, tramite intrecci clientelari molto spesso illegali a discapito degli interessi dell’intera collettività, fatti salvi gli amici che hanno contribuito alla sua realizzazione o i soggetti da fidelizzare. In caso contrario, in particolar modo, quando per finalità personali o elettorali, si nasconde o si mistifica la realtà ritardando le azioni necessarie per la soluzione dei problemi, se ne snatura il significato e la funzione trasformandola in cattiva politica. E, parafrasando l’editoriale di Franco Bruni pubblicato sulla Stampa del 14 settembre u.s., la cattiva politica ha un prezzo.

Emblematica, al riguardo, è la situazione della Casa da gioco di Saint-Vincent. L’assenza di una chiara e condivisa strategia aziendale, scelte gestionali contraddittorie e artifizi contabili utilizzati per abbellire il bilancio e nascondere lo stato reale dei conti, l’affannosa ricerca di alibi e di capri espiatori per giustificarne i risultati negativi ed, infine, la conseguente totale mancanza di assunzione di responsabilità sia politiche che gestionali hanno, infatti, non solo causato o aggravato lo stato di crisi in cui versa la casa da gioco, ritardato le azioni necessarie per farvi fronte, ma ne impediscono oggi, a causa della pervicace volontà di nascondere la realtà dei fatti, la definizione di quelle azioni necessarie ed indispensabili per un suo effettivo rilancio.

La mancata enunciazione della “mission” attuale e del modello di casa da gioco con una esplicita indicazione della direzione, delle misure e delle modalità con cui si vuole sviluppare la sua attività ha comportato una navigazione a vista. La conduzione societaria attuata dall’Amministratore unico è stata quindi fondamentalmente inerte, priva di valide strategie commerciali, sostanzialmente trascurata nei riguardi dell’albergo (penalizzato peraltro, a favore della casa da gioco, dalla contrazione dei costi per ospitalità e dalla ripartizione della capitalizzazione dei costi di personale) e deficitaria sia in termini di competenza nella gestione aziendale che nelle specifiche problematiche di gioco. Negativo risulta, infatti, essere pure il giudizio riguardante le scelte di gestione del gioco concernenti, ad esempio, la logistica dei tavoli, la conduzione della partita, l’apertura e la chiusura dei tavoli, il servizio al cliente e, ultimamente l’accorpamento dell’offerta del gioco “lavorato” su un solo piano della casa da gioco e la realizzazione di un “privé” sotto forma di “open space”. Nessuna particolare strategia commerciale è stata formulata e attuata, salvo quella – nefasta – di ridurre in modo rilevante nel 2010 le spese per ospitalità e di avviare una operazione di trasporto gratuito con autobus e omaggio di un voucher per cena e 20 euro di fiches, con il risultato di accentuare ulteriormente la caduta dell’incasso medio per cliente e il deterioramento della qualità della clientela. Il fallimento delle azioni di marketing e vendita ed il connesso peggioramento della qualità del cliente si sono tradotti in un continuo e progressivo calo degli incassi, passati dai 102.257.480 € del 2008 ai 76.680.925 € del 2012, con una previsione di poco superiore ai 60 milioni di € per il 2013, e con una diminuzione dell’incasso medio per cliente passato dai 182 € del 2008 ai 135 € del 2012 e previsto ulteriormente in calo anche per l’anno in corso. Anche gli ingressi sono diminuiti, pur se in misura inferiore rispetto agli incassi, passando dalle 610.000 presenze del 2010 alle 567.000 del 2012. E ciò, nonostante l’apertura, nel 2011, delle sale slots ai Valdostani che ne ha drogato il risultato. Il fatto che la diminuzione dei clienti sia, di molto, più contenuta rispetto a quella degli incassi, evidenzia peraltro, a dimostrazione ulteriore del fallimento summenzionato, che la flessione degli introiti è causata non tanto da una perdita di clientela quanto piuttosto dal deterioramento della sua qualità con una contribuzione agli introiti continuamente in diminuzione.

Per far fronte a tale mancanza di qualità e ai pessimi risultati della conduzione aziendale, il piano industriale 2014-2016 individua nel mercato del lusso e nei nuovi mercati, in particolar modo quello cinese e russo, il target di riferimento per le future azioni promozionali. Tale documento, secondo la pregevole analisi che ne ha fatto Chantal Bernini, risulta peraltro essere alquanto lacunoso relativamente ad alcuni punti fondamentali quali l’analisi della clientela, le strategie di marketing, commerciali e di vendita, i nuovi mercati, nello specifico, quello cinese, e la comunicazione. Ma è soprattutto sul piano del posizionamento del prodotto e del legame con il territorio che si evidenziano le criticità maggiori. “Come si può infatti immaginare di trasformare Saint-Vincent in una destinazione luxury, in presenza di una manchevolezza di base dei servizi e dell’ambientazione di altissimo profilo? I clienti che desiderano e ricercano prodotti di lusso devono poter contare su una rete di servizi di lusso attualmente del tutto (o sporadicamente ) assenti in Valle d’Aosta. L’opportunità di trasformare il complesso in una destinazione esclusiva e lussuosa appare quindi ancora una chimera e la struttura ipotizzata risulta non solo completamente scollegata, ma anche direttamente ed in modo sleale in concorrenza con le strutture ricettive del territorio e, soprattutto, manchevole in termini di servizi lussuosi ed esclusivi”. In sintesi, “nel piano si presenta un mercato in crisi per tutti i prodotti del Saint-Vincent Resort & Casinò (casinò, ricettività, congressi) e si effettua un mero elenco di miglioramenti tecnici, gestionali, amministrativi, architettonici, ma non si costruisce il prodotto, non si comunica dove saranno conquistati i futuri clienti, con quali modalità, attività di incentivazione, con quali risorse umane e con quali budget specifici”.

I risultati negativi connessi alla mancanza di valide strategie, frutto di discutibili scelte politiche e gestionali, sono peraltro stati deliberatamente edulcorati e, per evitare l’assunzione di qualsiasi responsabilità, si è fatto continuamente ricorso ad alibi ed attenuanti di diversa natura. E così, il bilancio 2010 si è chiuso con un utile di € 3.743.157, grazie alla citata riduzione dei costi per ospitalità (fattore strategico, ora finalmente riconosciuto come tale nel piano industriale, che ha influenzato direttamente gli incassi) pari a € 7.384.025. Il bilancio 2011 si è chiuso con un utile di € 3.344.610 solo con l’artifizio contabile dell’inserimento di € 4.540.067 quali imposte anticipate attive, senza le quali il bilancio avrebbe chiuso con una perdita di circa 1,2 milioni di euro. Il bilancio 2012 si è chiuso con una perdita di € 24.743.000, ridotta a € 18.624.000 ancora grazie alla contabilizzazione di imposte anticipate attive per € 6.884.000. A tal fine, considerato che l’inserimento in bilancio della voce “imposte anticipate attive” è fondato, secondo i principi contabili, sulla ragionevole certezza che le stesse saranno recuperate nel corso degli esercizi successivi e cioè che in tali esercizi esisteranno redditi imponibili (utili) di ammontare non inferiore all’ammontare delle differenze che si andranno ad annullare e visto la perdita del 2013, quella annunciata del 2014 e che difficilmente negli esercizi immediatamente successivi potranno configurarsi degli utili, sarebbe interessante conoscere in base a quali considerazioni il Collegio sindacale abbia certificato l’attendibilità dei bilanci.

Se poi, si considera che nel bilancio 2012 sono stati capitalizzati costi per lavori interni e di personale per quasi 5 milioni di euro, appare evidente come la perdita della gestione caratteristica sia ancora più elevata e che anche i costi di gestione siano in realtà aumentati rispetto all’anno precedente. Infine, per completare la fotografia reale della casa da gioco, occorre considerare il pesante livello di indebitamento della stessa e, alla luce del ricorso all’anticipazione del sistema creditizio (per il pagamento degli stipendi?) nelle more dell’ottenimento, dopo il prestito di 50 milioni di euro, di un ulteriore finanziamento di 10 milioni di euro da parte di Finaosta, conoscere, per evitare il default, lo stato della liquidità nonché l’attuale e il futuro fabbisogno finanziario del Casinò de la Vallée.

Invece di affrontare con lucidità la situazione nella sua realtà, evitando di perdere inutilmente tempo prezioso, si è poi fatto continuamente ricorso, come degli struzzi, all’alibi delle gestioni precedenti, come se 5 anni non fossero ormai trascorsi e senza, peraltro, mai effettuare dei confronti seri basati su dati omogenei, vedasi, ad esempio, le percentuali di riparto degli introiti e gli ingressi depurati dalle presenze dei valdostani. Per finalità personali o elettorali, si è sempre negato, rilasciando ottimistiche dichiarazioni sulla solidità dell’azienda, la gravità della situazione o si sono ufficialmente smentiti gli esuberi di personale, esuberi in seguito, ad elezioni effettuate, confermati. Si sono, inoltre, artatamente ingigantiti i disagi derivanti dai lavori di ristrutturazione o le conseguenze della crisi del mercato del gioco e, ora, si cerca di colpevolizzare i lavoratori, facendone il capro espiatorio del dissesto aziendale.

Il Piano industriale 2014 -2016, più un’esposizione di buoni intendimenti da realizzare invece che di progetti concreti illustrati analiticamente e corredati da conteggi di costi e benefici, indica infatti, quasi quale unica misura per uscire dalla crisi, la riduzione del costo per il personale da effettuare con dei licenziamenti mascherati sotto la forma di improbabili pre-pensionamenti. Una proposta formulata per far fronte a degli esuberi di circa 150 persone definiti come “strutturali”, presentata nello stesso momento in cui si afferma la volontà di “estendere progressivamente l’orario di apertura delle sale da gioco” e che fa seguito ad una analoga proposta già presentata nel 2009, ma che, visto i risultati, non ha inciso sulle vere cause del dissesto. E ciò, nonostante che, in precedenza ed in particolare sempre in periodo elettorale, si sia proceduto, con una evidente contraddizione, a nuove assunzioni, stipula di contratti a termine, fatto ampio ricorso ai contratti di somministrazione, organizzato corsi con illusorie e false promesse di assunzione rivolte ai giovani partecipanti. Una proposta, inoltre, che sembra non concernere il costo globale dei quadri e dei dirigenti (circa 8 milioni di euro) e che stride con la corresponsione, a fronte di consistenti perdite d’esercizio, di ingenti premi di risultato, riferiti all’esercizio 2012, all’amministratore unico e ai dirigenti aziendali, diretta conseguenza della colpevole indicazione di obiettivi minimali ed in evidente contrasto, oltre che con il comune senso della decenza, con quanto lo stesso piano afferma in merito agli incentivi e altri premi variabili che devono “ essere riconosciuti (e pagati) solo al verificarsi della disponibilità effettiva di risorse economiche e quindi di un utile” . Una proposta, infine, che, con la ventilata esternalizzazione delle casse, della manutenzione, degli operai, degli elettricisti, dei falegnami e del garage, evidenzia la fallimentare politica di gestione del personale condotta dal 2008 ad oggi. Un fallimento riconosciuto dallo stesso Piano, ove si ammette, importante elemento da approfondire per capire le reali dinamiche del personale, che l’incidenza del costo del personale, malgrado gli esodi del 2009, sia passato dal 61% del totale ricavi nel 2008 al 69% attuale, con una incidenza del 71% dei costi operativi ed un incremento del 14% del costo pro-capite!

Le previsioni del Piano industriale 2014 – 2016 appaiono, d’altra parte, molto azzardate, se non sovrastimate, sul versante dei ricavi e sottostimate sul versante sia dei costi del personale (i “risparmi” derivanti dalla forzata riduzione del personale dovrebbero essere depurati dai costi per indennità varie, previdenziali e dei promessi pre-pensionamenti) che degli altri costi di produzione. Di fatto, apportando parziali e ridotte correzioni alle previsioni e calcolando con maggior precisione i costi di produzione, sic rebus stantibus, risulta difficilmente ipotizzabile, a meno di interventi di contabilità creativa, un ritorno all’utile di gestione nel prossimo triennio. Il “supposto beneficio” indotto dai licenziamenti sarà infatti non solo insufficiente a riportare in pareggio il bilancio, ma del tutto inutile, se non addirittura controproducente, se non sarà accompagnato da precise ed efficaci iniziative commerciali atte a conseguire realmente un forte sviluppo degli incassi.

Le prospettive future della Casa da gioco, in assenza di radicali interventi sul management e sui criteri di gestione, della valorizzazione, all’interno degli organici esistenti, delle persone più dotate di capacità tecniche ed operative nonché di azioni mirate intese a recuperare qualità nella clientela, sono, in conclusione, allarmanti. E, se poi l’unica speranza di ripresa sarà affidata unicamente a un auspicato effetto positivo derivante dall’apertura delle nuove strutture del Billia e delle sale da gioco ristrutturate, difficilmente la stessa potrà concretizzarsi. Tanto più che le scelte di ristrutturazione, fatta astrazione dei costi, degli sprechi e degli aspetti architettonici, stanno già sollevando grandi perplessità, all’interno della stessa casa da gioco, fra i dipendenti tecnici.

Preoccupate per tale situazione, considerata la rilevanza che la casa da gioco di Saint-Vincent riveste sia sul piano occupazionale che sul piano promozionale e turistico per l’intera Valle d’Aosta, le forze politiche di opposizione (Uvp, Alpe, Pd-Sinistra vda e M5 stelle), nel mese di luglio scorso, avevano presentato la proposta di costituzione di una commissione consiliare ad hoc. Tale commissione, con il coinvolgimento dell’intero Consiglio Valle, avrebbe dovuto esaminare le problematiche relative al mercato del gioco ed, in particolare, la gestione del nostro Casinò e formulare, entro gennaio 2014, delle proposte per suo il rilancio. La proposta è stata respinta dalla maggioranza UV e Stella Alpina con motivazioni pretestuose. Ancora una volta, invece che dare delle risposte alla comunità, la “cattiva” politica si è così preoccupata unicamente di difendere l’azione politica e gestionale di singole persone, di evitare che, in trasparenza, si evidenziassero le connesse responsabilità, rifiutando il coinvolgimento e il confronto, e impedendo, per non disturbare il manovratore, quasi che si trattasse di un’azienda personale, che si potesse fare chiarezza sullo stato reale della situazione.

Tutto ciò ha un prezzo! Che stanno pagando i lavoratori della Casa da gioco, le attività commerciali ed alberghiere di Saint-Vincent e Châtillon, la comunità valdostana nel suo complesso.

Mentre altri…

Dino Viérin

ecco perché è necessario un taglio netto con il passato: nuovo progetto e nuova governance per il futuro del Casinò!